Perché mi guardi e non consumi?

Una inquietante tendenza sta segnando da alcuni anni l’economia globale: previsioni sistematicamente riviste al ribasso. Ed entro questa tendenza, il nostro paese appare il ritardatario sistematico. Oggi abbiamo avuto una revisione al rialzo, che infrange la tradizione. Ma sarebbe opportuno non attardarsi coi festeggiamenti.

L’Ocse, nel suo Interim Assessment preparatorio del vertice del G-20 del 15 e 16 novembre a Brisbane, Australia, ha lanciato l’allarme-stagnazione per l’Eurozona, a causa dell’indebolimento congiunturale di Germania, Francia e Italia. A livello aggregato, tuttavia, questo non modifica la previsione di crescita 2015 per l’Eurozona, che resta a +1,1%, ma rivede in lieve ribasso la crescita attesa per Germania e Francia.

Il nostro paese, si diceva. Per il 2015 l’Ocse rivede al “rialzo” la crescita, da +0,1 a +0,2%. Sforzatevi di non ridere, per cortesia. Anche se qualche solerte renziano prima di sera constaterà che “la crescita italiana raddoppierà”, questa previsione resta fortemente divergente da quelle elaborate da governo italiano e Commissione europea, e non di poco. Se è utile evitare di impiccarsi a modelli che vengono regolarmente sconfessati dalla realtà, può tuttavia essere ancora più utile immaginare cosa potrebbe accadere ad un bilancio pubblico (quello italiano) costruito intorno a stime che si rivelassero ottimistiche. Inutile che ve lo tratteggiamo, vero?

Piuttosto, parlando a livello di survey tra le aziende, oggi è uscita quella di Markit (realizzata in Italia in collaborazione con Adaci) presso i direttori acquisti di imprese operanti nel commercio al dettaglio, realizzata nel mese di ottobre. Ed ancora una volta, il nostro paese mostra tutto il suo stato comatoso. Infatti, se l’indice tedesco passa da 47,1 a 50,2, tornando quindi ad espandersi, e quello francese avanza da 41,8 a 46, segnalando un rallentamento nel passo della contrazione, per l’Italia la contrazione accelera, passando da 45,4 a 43,1. In pratica, le aziende operanti nel commercio al dettaglio vedono un ulteriore peggioramento della situazione. Con buona pace di tutta la propaganda governativa italiana sui presunti primi segnali di inversione di tendenza nell’andamento dei consumi.

Se detestate numeri ed economisti ed amate invece le evidenze aneddotiche (orrenda espressione peraltro propria degli economisti), probabilmente quello che avete appena letto non vi avrà colto di sorpresa, se ricordate le recenti considerazioni del patron di Esselunga, Bernardo Caprotti. A questo punto, date le premesse metodologiche del governo Renzi (consumate, o guai a voi), cominciamo davvero a temere il peggio per i nostri risparmi.

Che altro? Se vi avanza del tempo, potete leggere questa bizzarra intervista (sin dal titolo) a Yoram Gutgeld fatta dai corrispondenti del Financial Times da Roma. Un pezzo che ci saremmo aspettati di leggere su un quotidiano italiano, e questo non è esattamente un complimento. Evidentemente, lavorare da Roma tende a creare effetti distorsivi anche al giornalismo anglosassone. Dev’essere l’aria. O gli acquedotti. A parte il colore, noi attendiamo il piano Juncker da 300 miliardi di euro con crescente curiosità. Nel frattempo qualcuno ha cominciato a far di conto e si è accorto che, a prescindere dalle modalità di reperimento di quei fondi, si tratta di poco più di un pannicello caldo. Che la assennata constatazione venga addirittura dalla Sciura Emma (nella sua veste di presidente della Confindustria europea) è una sorpresa davvero piacevole.

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