Le tasse scendono, gli asini decollano

Pubblicato oggi da Istat il conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche. Quello che interessa ai nostri fini non è però la fotografia del quarto trimestre quanto quella dell’intero 2014. Da cui si evince quello che da sempre vi viene detto da questi inutili pixel: non esiste una cosa chiamata riduzione della pressione fiscale. E se c’è stata, è costata cara in termini di inefficienza del suo impatto sulla crescita economica.

Prendete questo paragrafo del comunicato Istat odierno:

Nel complesso del 2014, le uscite totali sono aumentate dello 0,8% rispetto all’anno precedente e il corrispondente rapporto rispetto al Pil è stato pari a 51,1% (50,9% nel 2013); le entrate totali sono aumentate dello 0,6%, con un’incidenza sul Pil del 48,1% (+0,1 punti percentuali rispetto al 2013). La pressione fiscale è risultata pari nel 2014 al 43,5%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

Ora, in attesa che dal Mef arrivi il comunicato con cui si precisa puntigliosamente che “in realtà gli ottanta euro eccetera eccetera”, vi basti il solo dato delle uscite: che sono aumentate dello 0,8% rispetto all’anno precedente. Poiché a queste uscite hanno concorso i circa 6 miliardi pro rata del bonus da 80 euro, che come detto è contabilizzato alla voce “prestazioni sociali in denaro”, da qui non si sfugge: non potete mangiarvi la torta e continuare ad averla intonsa sul tavolo, come direbbero gli americani. C’è più spesa pubblica, e questa spesa pubblica va ad aumentare selettivamente il reddito di una categoria di cittadini, i lavoratori dipendenti e assimilati, con imponibile entro i 26.000 euro lordi annui. Punto.

Di per sé, questo non sarebbe necessariamente un male. Lo diventa quando ci si rende conto che questa spesa non ha avuto alcun apprezzabile impatto sulla domanda interna. E lo stesso esecutivo aveva messo nei propri documenti ufficiali stime estremamente caute di impatto espansivo, dell’ordine dello 0,1% di Pil annuo per i primi due anni di applicazione della misura. Peccato esista una cosa, chiamata costo opportunità, che ci spinge e costringe a valutare ed ipotizzare quanto “renderebbero” impieghi alternativi della stessa quantità di risorse scarse. Ed appare ormai sempre più evidente che il bonus da 80 euro non è servito a nulla, se non ad innalzare la spesa pubblica ed ingessare il bilancio dello stato per dieci miliardi annui. Come del resto vi diciamo da sempre, giusto?

Quindi, come già detto alla nausea, e a costo di sfidare le ire di qualche sottosegretario dalla spiccata vocazione contabile, nel 2014 la pressione fiscale non è realmente diminuita; la spesa pubblica è aumentata, come conferma il fatto che la sua incidenza su Pil, al netto della spesa per interessi è passata dal 46,1% del 2013 al 46,5% del 2014; l’avanzo primario è stato lievemente ridotto (da 1,9 a 1,6%), per dare respiro minimale alla congiuntura, realizzando solo in parte minima o più propriamente infima la grancassa di promesse con cui Matteo Renzi è arrivato a Palazzo Chigi. Questa è la verità palmare che ci si staglia davanti agli occhi. Tutto il resto è propaganda di pessima fattura.

Ribadiamo: quello che è stato fatto nel 2014 sarebbe stato anche un accettabile ed apprezzabile “minimo sindacale”, se l’esecutivo e colui che lo guida lo avessero presentato in modo intellettualmente onesto, e non cercando ad ogni piè sospinto di alterare la realtà in un modo che fatalmente arriverà in faccia alla generazione di imbonitori vocianti che pare aver preso il controllo di questo disgraziato paese. Perché, quando si alza il vento della realtà, le House of three cards crollano.

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