Col consenso della realtà

Un post sul blog personale del portavoce del ministro dell’Economia offre lo spunto per alcune riflessioni su economia e comunicazione. O, detto meglio, su come “comunicare l’economia”, al confine tra informazione ed “altro”, che potrebbe essere sbrigativamente definito “propaganda”, in un paese che deve cambiare, e pure in fretta.

Sul suo blog, Roberto Basso spiega quindi che è del tutto possibile che la pressione fiscale (calcolata come l’incidenza della somma di entrate fiscali e contributive sul Pil) possa crescere pur in assenza di aumento delle imposte, inteso nel senso di nuovi tributi o aumento di aliquota di quelli esistenti. Nel 2014, sostiene Basso, si è verificato un aumento di pressione fiscale a causa della contrazione del Pil rispetto alla dinamica delle entrate. Bene, quindi? Se prescindiamo dalla vexata quaestio della contabilizzazione del bonus da 80 euro, che secondo il governo andrebbe allocato in diminuzione della pressione fiscale, questa argomentazione di Basso non è facilmente utilizzabile, e forse non lo è affatto.

Perché non è che solo l’aumento formale di aliquota di imposte preesistenti o l’introduzione di nuove imposte siano da considerare come “problematiche” per la crescita, ovviamente. Anzi, a dirla tutta, ogni aumento di pressione fiscale lo è realmente, perché sottrae reddito disponibile. Per ora fermiamoci a questa affermazione, e disinteressiamoci degli aspetti redistributivi della fiscalità e del loro impatto sulla crescita economica (questo è un post, non un paper). Ai fini della comunicazione politica, quindi, possiamo anche argomentare che non sono state aumentate le aliquote d’imposta esistenti né introdotti nuovi tributi, ma è altrettanto innegabile che il reddito disponibile dopo il prelievo fiscale è diminuito, almeno secondo i criteri contabili europei.

Quindi, l’argomentazione di Basso, peraltro ampiamente utilizzata da molti esponenti governativi negli ultimi anni, quelli della crisi, lascia il tempo che trova. Veniamo quindi alla questione del bonus 80 euro che rappresenta, negli intendimenti del governo, riduzione del cuneo fiscale lato lavoratore, quindi riduzione di imposte, e che come sappiamo viene invece contabilizzata, in ossequio ai principi Eurostat, come spesa, precisamente come “prestazioni sociali in denaro”. Su questa “riduzione fiscale” il governo ha martellato da un anno la propria strategia comunicativa. Al di là di dispute contabili tassonomiche, una riduzione di imposte (così come un aumento di spesa pubblica) ha senso se produce effetti tangibili, in primis sulla crescita. Allo stato attuale, noi non sappiamo se la mancata erogazione degli 80 euro (o meglio, la destinazione alternativa di quei 10 miliardi di euro, da finanziare ogni anno) avrebbe prodotto un differente e maggiore impatto sulla crescita.

Nel suo post, Basso afferma:

«Dal punto di vista del beneficiario non cambia nulla: 80 euro in più in busta paga si spendono (o si risparmiano), punto e basta»

E questo è un errore grave. Quello che conta per il singolo e per le sue scelte, conta moltissimo per la collettività. Se tutti spendono, la domanda aumenta. Se tutti risparmiano, no. Le scelte di politica economica non possono essere assunte senza meditare e tentare di quantificare l’impatto che tali misure avranno sulla crescita. Anche perché la ratio di questi 80 euro è cambiata in corsa: appena presentato il provvedimento, per il governo era soprattutto una spinta ai consumi. Poi è diventata “una misura di giustizia”. Forse sarebbe opportuno comprendere che la giustizia, umana o divina, deve comunque misurarsi con l’impatto prodotto sulla crescita proprio perché le risorse sono scarse, per definizione. Ed il loro utilizzo ha un costo.

Quasi a voler correggere la precedente affermazione, Basso afferma subito dopo:

«La misura (80 euro al mese in più per quasi 10 milioni di lavoratori) ha il pregio di essere percepita con semplicità e chiarezza dai beneficiari e quindi può agire positivamente sulle aspettative (una variabile economica cruciale) e di conseguenza sulla propensione ai consumi. Che i primi dati del 2015 sembrano confermare in aumento. Ma non è escluso che il Governo possa volere porre rimedio a quell’effetto paradossale con la legge di stabilità per il 2016»

Al tempo. Prima si afferma che, consumare o risparmiare quegli 80 euro, per il governo pari è (errore da matita blu), poi si punta tutto (correttamente) sulla positiva evoluzione delle aspettative, e quindi sulla propensione ai consumi. Occorre decidersi, però. E poi perché la misura è percepita con “semplicità e chiarezza” dai destinatari? Forse per il solo fatto di rappresentare una distinta voce di retribuzione e di non andare ad aumentare solo la voce finale del netto in busta? Parlando di aspettative e sconfinando nella behavioural economics, si potrebbe affermare che i lavoratori potrebbero anche guardare questa voce separata del cedolino come posticcia e caduca, quindi risolversi a comportamenti “ricardiani”, del tipo “non consumo perché prima o poi questi soldi li rivorranno indietro”. Percezione che potrebbe essere tanto più forte quanto più la congiuntura stenta a ripartire. Se invece le cose andassero realmente meglio, ed i conti pubblici fossero percepiti come realmente sostenibili, potrebbe anche innescarsi un “disgelo” nei comportamenti dei percettori del bonus, ed un conseguente aumento di spesa. Ma questo è assai difficile da valutare ex ante, e la misura va finanziata ogni anno.

E veniamo all’aspetto “filosofico” della comunicazione economica del governo. Quella su cui è in corso da tempo una polemica non lieve, visti alcuni comportamenti di ministri, esponenti di maggioranza e -soprattutto- dello stesso premier:

«C’è però un altro aspetto del dibattito: il Governo “fa propaganda”, cioè – nei termini che personalmente preferisco – coltiva il consenso? Possibile. E dunque? Siamo in democrazia, la fonte di legittimazione dei governi democratici è il consenso, i governi democratici valorizzano agli occhi dei cittadini la propria azione. Sarebbe ben strano se non fosse così. Il problema si porrebbe se il disegno delle politiche fosse ispirato esclusivamente dall’esigenza di coltivare consenso. Ma diverso è il caso di un governo che progetta politiche efficaci rispetto al fine di affermare un cambiamento nella società e contestualmente si pone anche l’obiettivo di valorizzarne gli effetti»

Concetto in astratto condivisibile. Ma prima occorre rispondere alla domanda-test: è davvero in atto un “cambiamento nella società”, e come tale meritevole di essere valorizzato dalla comunicazione politica dell’esecutivo? Al momento siamo in attesa di capirlo. Tutta la sarabanda di dichiarazioni “epocali” sull’efficacia delle misure governative, guidata dallo stesso premier, è risultata sinora spesso grottesca, a fronte di dati che sono, nella migliore delle ipotesi, solo lievi miglioramenti ciclici sorretti da condizioni esterne eccezionalmente favorevoli. Qualcuno si è accorto che l’Italia cresce sistematicamente meno, assai meno, del resto dell’Eurozona, e che questo avviene praticamente da sempre? Esiste un “merito politico” ed un reale “cambiamento” nella società in una ripresa ciclica indotta da condizioni esterne pressoché irripetibili?

Viviamo in un paese dove il consenso è sempre costato poco, spesso molto poco. A volte anche poche decine di euro al mese, anche grazie alla pesante incultura economica. Un consenso comprato per decenni con spesa pubblica drammaticamente inefficiente. A volte persino presentata come riduzione di imposte, pensate. Ma la realtà arriva, pur faticosamente, ad emergere anche in un paese che produce demagoghi e pensiero magico come causa ed effetto del proprio male. Non scopriamo noi, oggi, che il confine tra comunicazione politica, informazione e propaganda è terribilmente labile. Serve rigore ed etica, in chi comunica da posizioni di governo. Coltivare la speranza ma rispettare il vincolo di realtà, mentre si cerca di modificarla. E’ tutto qui. E scusate se è poco.

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