La rupe ateniese – 2

Siamo apparentemente sempre più prossimi all’epilogo di una vicenda che resterà nei libri di storia come un grumo letale di errori di policy e negazione virale della realtà: la vicenda del rapporto tra Grecia ed Eurozona. E se qualcuno pensa di aver trovato una scorciatoia per liberarsi dalle catene del debito, scoprirà ben presto di aver compiuto uno degli errori più tragici nella storia del proprio paese.

I fatti sono noti. In sintesi: il governo di Alexis Tsipras, il cui timone appare saldamente in pugno alla “Piattaforma di sinistra”, che avrebbe circa un terzo dei voti congressuali ed è composta soprattutto di reincarnati di lungo corso provenienti dal partito comunista greco (sulla cui antica e stretta osservanza stalinista mai vi sono stati dubbi), dal momento dell’insediamento ha di fatto boicottato ogni ipotesi di compromesso con l’Unione europea sulle azioni da intraprendere per ottenere lo sblocco dei restanti 7,2 miliardi di euro che rappresentano la chiusura del pacchetto di salvataggio.

Tutto quello che è accaduto in questi quasi tre mesi è stata la perpetuazione di un dialogo tra sordi. Il governo di Atene intende di fatto fondere la parte finale dell’attuale Memorandum (non prima di averlo di fatto castrato, privandolo di ogni cogenza e mantenendone le erogazioni) con un nuovo “programma” i cui contorni non sono mai stati esplicitati, e che a volte ricorda le modalità di svolgimento degli esami universitari nel ’68, quando era fondamentale esprimere la propria individualità e lottare per condurre l’immaginazione al potere. Resta il dilemma di fondo: siamo di fronte ad un caso di cecità su base ideologica, da parte del governo di Atene, quanto e più di quella manifestata negli scorsi anni dalla Germania, oppure c’è dell’altro?

A noi sembra possa esserci dell’altro e cioè il calcolo strategico, da parte del governo Tsipras e della sua maggioranza, di disporre comunque di una mano forte negoziale verso l’Eurozona. La famosa pistola greca alla tempia della Troika, riveduta ed attualizzata, ricordate? In pratica, qualcuno ad Atene pensa che la condizione di impoverimento dei cittadini greci, indotta dal Memorandum, abbia ormai toccato il culmine, e da qui sia possibile solo risalire, dopo ribellione ai creditori. Se questa è l’idea, si rivelerà un tragico errore. In queste ore giunge notizia che il governo di Atene ha ordinato alle municipalità di accentrare presso la banca centrale greca le proprie disponibilità liquide. In tal modo, e per scansione temporale dei pagamenti in scadenza, pare cogliersi la volontà e l’intento di pagare il Fondo Monetario Internazionale, e andare alla resa dei conti con la Bce e la Ue. Fare default con l’istituzione di Washington equivarrebbe a restare letteralmente chiusi fuori dai flussi creditizi globali.

Forse la Grecia pensa che la Ue abbia troppo da perdere, da un suo default. La Bce andrebbe a rischio di dover essere ricapitalizzata (in realtà no, ma fingiamo che sia così), mentre certamente dovrebbe esserlo il fondo EFSF, mediante attivazione delle garanzie a carico dei paesi aderenti. Per i maggiori paesi europei ciò equivarrebbe ad una batosta finanziaria. Basta osservare la scomposizione dell’esposizione italiana. Ad Atene qualcuno, pur condannando a parole le erogazioni di credito alla Grecia di questi anni, vuole nei fatti continuarle indefinitamente, privandole di qualsiasi condizionalità. Questo appare l’inconfessato ed inconfessabile desiderio. Se diciamo agli italiani, ai tedeschi, ai francesi, agli spagnoli, quanto verrà a costare lasciarci fare default, pensano ad Atene, la loro opinione pubblica si prenderà paura ed i loro politici decideranno di proseguire il giochetto dell’extend and pretend, presta e fingi che il debitore sia solvibile.

Invece, le cose andranno diversamente. Oggi circolano voci che in realtà dipingono l’ovvio: la Bce starebbe meditando di stringere le condizioni ed il tetto per l’autorizzazione della liquidità di emergenza (ELA) erogata dalla banca centrale greca alle proprie banche commerciali. Così facendo si smetterebbe di rabboccare un serbatoio bucato da cui fuoriescono euro, prelevati copiosamente dai greci, che se li tengono in casa per proteggersi in caso di ritorno ad una valuta nazionale. Ma se si smette di rabboccare, serve anche chiudere il buco nel recipiente. E come? Banale: con controlli sui capitali, come fatto da Cipro. Basterebbe, oppure si giungerebbe al dissesto delle banche greche? In questo secondo caso, per impossibilità di trovare soldi veri per ricapitalizzarle, le autorità greche sarebbero costrette ad un gigantesco bail-in, cioè a decurtare il valore dei crediti verso le banche, di ogni tipo: obbligazioni e depositi. Stante la gravità di un simile evento, non sarebbe fantascienza ipotizzare che il bail-in colpirebbe tutti i crediti, non solo quelli eccedenti la soglia dei 100.000 euro. Provate ad immaginare le conseguenze di un simile evento, in termini di reazione della popolazione.

Se qualcuno, ad Atene e dintorni, pensa di aver realmente toccato il fondo nella sofferenza economica dei propri concittadini, ci ripensi. Ed anche chi pensa sia possibile, per reflazionare, introdurre gadget tipo i leggendari certificati di credito fiscale, garantiti dal gettito di un paese in pieno meltdown statuale, si faccia vedere da uno bravo e trovi altri mezzi e vie per esprimere la propria creatività, magari con una bella scatola gigante di Lego. Oppure unendosi alla Piattaforma Sinistra di Syriza, i cui leader sono finiti in minoranza al congresso costitutivo della federazione, con la loro richiesta di uscita dalla moneta unica. Nel frattempo, se volete divertirvi con versioni agli steroidi di alcuni nostri piccoli demagoghi sinistri, potete leggere sul Financial Times di oggi le brevi note biografiche dei maggiorenti onirici di questa corrente orgogliosamente comunista. Tra una strusciata a Putin e dichiarazioni programmatiche secondo cui il sistema educativo e di istruzione greco “non dovrebbe essere governato dal principio di eccellenza”, perché trattasi di “ambizione distorta”, potrete capire perché siamo di fronte al rifiuto della realtà ed a quelle abituali pulsioni distruttive che segnano da sempre gli episodi di radicalismo estremo nella storia della sinistra, quello che lastrica l’inferno di buone intenzioni per liberare l’uomo dalla schiavitù del materiale. Fino ad ucciderlo, se occorre.

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