Grande distribuzione dissestata

Oggi sul Sole un articolo di Emanuele Scarci illustra lo stato di crisi ormai pressoché conclamata della grande distribuzione organizzata del nostro paese. Un settore destinato a subire in futuro sempre più prossimo una profonda trasformazione organizzativa che con tutta probabilità si tradurrà in espulsione di forza lavoro e ristrutturazione delle tipologie contrattuali, con inevitabili pressioni ribassiste sulle retribuzioni.

A livello mediatico, tutto è cominciato con la decisione di Auchan di dichiarare 1.426 esuberi su un totale di 12.000 dipendenti italiani. Da tempo tuttavia la catena francese opera in Italia in condizioni di sofferenza, con ricorso a contratti di solidarietà e cig ma ora la resa dei conti sembra sempre più vicina, dopo che il bilancio 2014 di Auchan Italia si è chiuso con una perdita di 110 milioni per gli ipermercati e di un centinaio per il brand Sma. Poi ci sono gli altri casi di crisi e dissesto: Mercatone Uno, i tedeschi di Billa che hanno abbandonato l’Italia lasciando solo l’hard discount Penny Market ed hanno ceduto la propria rete a Carrefour che tuttavia ha lasciato il Sud Italia. Nel non food, il marchio Eldo è quasi scomparso, come Fnac e Darty, mentre i britannici di Dixons hanno ceduto Unieuro al fondo che controlla il marchio Marcopolo Expert.

Ma sono i numeri di redditività quelli che fotografano una situazione ormai critica:

«Federdistribuzione fotografa la situazione con un’analisi di Trade Lab: l’utile netto sul fatturato delle imprese della gdo è scivolato dall’1,4% del 2006, allo 0,8% del 2010 e allo 0,1% del 2013. Inoltre il 72% del valore aggiunto è destinato alla remunerazione del personale. In scia un report Mediobanca, secondo cui la redditività della distribuzione al dettaglio (risultato d’esercizio/capitale netto) è calata dal 9,5% della media 2003/7 al -0,5% del 2013»

E’ fatale che, con simili conti, il prossimo passo sarà mettere mano al costo del lavoro. Non solo attraverso la riduzione degli organici ma anche e soprattutto ridisegnando i contratti collettivi. Spiega infatti l’articolo, citando un sindacalista della Filcams-Cgil:

«(…) E forse il peggio deve ancora arrivare: non ci sono segnali di ripresa dei consumi mentre peggiorano i conti delle imprese. Inoltre Federdistribuzione sta elaborando, dopo l’uscita da Confcommercio, un proprio contratto collettivo che potrebbe non avere il livello di contrattazione aziendale e rinuncia ad alcuni istituti previsti dal contratto Confcommercio»

Questa è la tendenza ineluttabile, almeno osservando la condizione economica del paese: una deriva verso la decentralizzazione dei contratti, spesso passando dalla fuoriuscita da organizzazioni settoriali molto ampie e per ciò stesso eterogenee ed ormai inidonee a creare un contratto collettivo che funga da minimo comune denominatore. La traversata nel deserto della ristrutturazione della contrattazione collettiva è solo all’inizio: nella prima fase ciò si tradurrà in perdita di occupazione, tanto più ampia quanto meno verrà ridotta l’incidenza del costo del lavoro sul valore aggiunto. E a nulla servirà la narrativa di chi dirà che “però ci sono realtà in espansione”: quelle ci sono sempre, anche in settori in crisi che stanno espellendo manodopera. Ma per la macroeconomia contano solo i grandi numeri, non le piccole edificanti e rassicuranti storie. E chi vi dice il contrario è in palese malafede oppure drammaticamente miope.

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