Attendendo la crescita (che non arriverà)

Donne, è arrivato l’arrotino della realtà:

“Nonostante i recenti segnali di ripresa, lo sviluppo dell’economia e dell’occupazione nell’eurozona restano deludenti”. Lo scrive il ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan, in un intervento sulla tedesca Die Welt. “Ragioni di questo – aggiunge – sono la domanda debole e freni strutturali” (Ansa, 11 giugno 2015)

E tutto questo con una congiuntura esterna irripetibile, pensate.

Il ministro Padoan ha questo, di positivo: a volte è costretto ad assecondare la lisergica propaganda renzista, altre volte si trasforma in un Pangloss impenitente, ma alla fine arriva sempre a fare constatazioni intellettualmente oneste.

Tralasciamo di proporre “ricette”, in questo contesto. La bassa crescita dell’Eurozona ha in sé la ancor più bassa crescita dell’Italia, una realtà che nessun piccolo trombettiere prezzolato potrà cambiare. Questo significa che la speranza di piegare il nostro rapporto debito-Pil resta sempre evanescente e soggetta a minacce di vario tipo, da una ricaduta dell’economia globale ad un rialzo dei tassi d’interesse, anche solo da riposizionamento dei portafogli globali.

Nel frattempo, la Corte dei Conti, nel Rapporto 2015 sulla Finanza Pubblica, torna a segnalare con forza quello che diverrà (forse già dal prossimo anno) il vero tornante esistenziale di questo paese:

«Non possono sottovalutarsi le difficoltà di realizzare pienamente il programma di spending review, a motivo degli ampi risparmi già conseguiti e per il permanere di un elevato grado di rigidità nella dinamica delle prestazioni sociali”. Lo afferma la Corte dei Conti nel Rapporto di coordinamento sulla finanza pubblica giudicando la questione “un punto di snodo: un duraturo controllo sulle dinamiche di spesa può ormai difficilmente prescindere da una riscrittura del Patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo e che abbia al centro una riorganizzazione dei servizi di welfare»

Detto in altri e forse più comprensibili termini, sempre dalla Corte dei Conti: per ridurre la pressione fiscale serve “un ambiente macroeconomico espansivo”. Questi sono concetti reiterati ad ogni occasione (anche su questi pixel, si parva licet), e sui quali servirebbe una ampia ed approfondita riflessione pubblica che allo stato è invece inesistente. Ci stiamo illudendo di poter ancora operare al margine dell’esistente in un contesto a crescita bassa o nulla, e questo rischia di essere l’errore strategico definitivo. Avremo un futuro fatto di aumenti di compartecipazione alla spesa sanitaria e di trasporto pubblico locale. I nostri consumi, così come esposti in contabilità nazionale, aumenteranno. Ma saranno anche necessitati, quindi un’illusione ottica. Prima o poi qualcuno riuscirà a dirvelo guardandovi negli occhi?

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