Il moto perpetuo dei treccartari fiscali

Siamo nel periodo dell’anno in cui si compie il rito della preparazione della legge di Stabilità, con annesse audizioni parlamentari. Come ogni anno, più che in passato, tali audizioni evidenziano robusti dubbi circa la direzione delle nostre politiche di bilancio pubblico. Che poi è un modo gentile per dire che i conti non tornano.

Ad esempio, sia la Corte dei conti che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) evidenziano che le clausole di salvaguardia sarebbero disattivate solo per il 2016. Il che, visto l’andazzo, è già prova di efficienza. Ecco il presidente dell’Upb, Giuseppe Pisauro:

Nella nota di aggiornamento al Def “si dice che le clausole di salvaguardia verranno disattivate per il 2016, si potrebbe immaginare che non vengano disattivate completamente negli anni successivi ma lo vedremo con la legge di Stabilità” (Ansa, 29 settembre 2015)

Ed ecco la Corte dei conti:

Nella nota di aggiornamento al Def “mentre si ribadisce l’azzeramento della clausola di salvaguardia del 2016 (16,8 miliardi) nulla è detto per quanto riguarda i successivi esercizi”. Lo osserva in audizione la Corte dei Conti, ricordando che “a legislazione vigente l’attivazione delle diverse clausole comporterebbe maggiori entrate per 26,2 miliardi nel 2017 che si stabilizzano a regime nel 2019 sui 29 miliardi annui” (Ansa, 28 settembre 2015)

Peraltro, ieri i tecnici del servizio Bilancio del Senato hanno segnalato che la Nota di aggiornamento al DEF pare non aver previsto la copertura alla clausola di salvaguardia introdotta dalla legge di Stabilità 2014 (governo Letta), che nel 2016 sarà pari a 3,2 miliardi e a ben 6,7 miliardi dal 2017. Ricordiamolo, ché non guasta: i circa tre quarti delle clausole di salvaguardia presenti nei conti pubblici italiani sono Made in Matteo Renzi.

Riguardo all’azzeramento dell’imposizione fiscale sulla prima casa, su cui Renzi si sta esibendo nel ruolo del patriota che lotta contro “gli ottusi burocrati di Bruxelles”, è banalmente interessante l’audizione di oggi del vicedirettore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini. Visto che si tratterebbe del quinto intervento negli ultimi sette anni, l’impatto sui consumi dell’abolizione della Tasi dipenderà “dalla misura in cui essa sarà percepita come permanente”, oltre che dai riflessi dell’abolizione sulla finanza pubblica locale, visto che nel mondo usa che l’imposizione immobiliare finanzi i comuni. A parte queste banalità, occorre destinare in permanenza 4 miliardi (ed oltre) a questa copertura. Che vanno trovati, ogni anno.

Riuscite ad unire i puntini? Da un lato abbiamo l’esigenza di rendere permanenti gli sgravi fiscali, dall’altro navighiamo a vista, coprendo o tentando di coprire clausole di salvaguardia che si gonfiano di anno in anno. E come le copriamo, queste clausole di salvaguardia? Un aiutino viene ancora una volta dall’audizione del presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, Giuseppe Pisauro:

Nella nota di aggiornamento al Def “il governo annuncia una spending review più graduale” a fronte di “misure aggiuntive che comporteranno un peggioramento permanente dei saldi” ‘coperte’ “grazie a maggiori margini di flessibilità” che però “non sono permanenti”. Lo ha detto il presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), Giuseppe Pisauro, sottolineando che “leggendo la Nota qualche dubbio viene sul quadro complessivo. Sono dubbi a cui non abbiamo risposta per ora perché dobbiamo conoscere nel dettaglio la manovra” (Ansa, 29 settembre 2015)

Quindi, la sintesi è la seguente: stiamo tagliando le tasse in modo “permanente” ma non riusciamo a farlo con una corrispondente riduzione di spesa. Ergo, copriamo la differenza con deficit, come fatto lo scorso anno, e andiamo in Europa a chiedere questo maggiore deficit che oggi si chiama flessibilità. All’occorrenza, per rinforzare l’armamentario negoziale, possiamo sempre ululare contro “gli euroburocrati” che ci impediscono di fare più deficit. Pare che questo atteggiamento paghi molto, dato il nazionalismo straccione che caratterizza il mainstream culturale degli italiani. Sempre così pronti e reattivi, quando si tratta lottare contro il Nemico Esterno di turno. Interessante questo punta-tacco di Renzi, comunque: risaniamo i conti pubblici “perché ce lo chiedono i nostri figli, non l’Europa”, e lo facciamo producendo più deficit, in un periodo di presunta ripresa economica. In un’epoca di crisi dell’ortodossia economica, hai visto mai che possa servire?

Battute a parte, tagliamo le tasse (anche se guardando i conti pubblici nessuno se ne accorge) gonfiando il deficit, ogni anno di più. Quando il gioco si fa duro, i treccartari iniziano a giocare.

  • Lettura complementare consigliata: l’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni.