I prodigiosi conti di Scalfari, che ha raccolto i dati

Oggi, al termine della consueta omelia domenicale su Repubblica, Eugenio Scalfari, dopo aver spiegato perché Gustavo Zagrebelsky è stato battuto da Matteo Renzi nel dibattito televisivo referendario da Mentana, torna su una sua antica proposta, rilanciata domenica scorsa. Io Padre Fondatore si rammarica per l’assenza di risposta del premier alla sua levata d’ingegno. Proviamo, molto più umilmente, a rispondere noi, per puro divertissement domenicale.

Torniamo alla liturgia del 25 settembre. Il punto del contendere è l’abbattimento del cuneo fiscale. Scalfari scrisse:

«Anzitutto il pagamento dei contributi grava sui lavoratori per il 9,19 per cento e sui datori di lavoro per il 23,81. Ê dunque l’impresa quella che sarebbe più avvantaggiata e quindi più disponibile ad aumentare la produttività e a creare nuovi posti di lavoro. L’ammontare totale del cuneo fiscale è all’incirca di 300 miliardi di euro annui, incassati dall’Inps che ne ricava un attivo marginale. La mia proposta iniziale è stata quella di ridurre il cuneo fiscale del 50 per cento e quindi a 150 miliardi di euro. È evidente che l’Inps incassando una cifra così ridotta e dovendo comunque farsi carico dei medesimi servizi, sopporterebbe una notevole perdita che lo Stato dovrebbe fiscalizzare facendola pagare ai contribuenti sulla base del reddito da essi dichiarato. Si tratta di cifre molto rilevanti che però possono essere ulteriormente ridotte pur conservando un effetto notevole sull’economia e la produttività. Una riduzione comunque efficace potrebbe essere non del 50 per cento ma del 30, il che significa in cifre assolute tra gli 80 e i 90 miliardi che lo Stato dovrebbe fiscalizzare. Su quale reddito dovrebbe scaricarsi questa fiscalizzazione? A mio parere su un reddito superiore a 120 mila euro annui. Siffatti redditi riguardano ancora un numero rilevante di contribuenti e quindi il peso della fiscalizzazione non è enorme ma comunque notevole. Naturalmente si accresce man mano che il reddito dichiarato dal contribuente aumenta. La sostanza dell’operazione per certi risvolti richiama una sorta di imposta patrimoniale che attenua le diseguaglianze e incita occupazione e consumi. Forse aumenterebbe il numero dei “Si” al prossimo referendum»

Ora, tralasciando la “patrimoniale” sul “reddito”, e visto che Scalfari afferma di aver “raccolto i dati”, facciamo due conti, utilizzando le statistiche di gettito 2014 dell’Agenzia delle Entrate, che trovate qui. Nello scaglione di reddito superiore a 120.000 euro nel 2014 c’erano 269.093 persone fisiche, lo 0,66% dei contribuenti, per un’imposta complessiva netta di 21 miliardi di euro, su un totale di 151 miliardi. Ora, provate a scaricare su questi 270 mila malcapitati 80 o 90 miliardi di euro di fiscalità aggiuntiva.

Ve lo diciamo noi: sarebbero circa 330 mila euro di imposte in più, per contribuente, ogni anno. Ora, sapendo che l’imposta netta media nello scaglione di reddito Irpef compreso tra 200 e 300 mila euro annui è di 87 mila euro, e che quella su reddito eccedente i 300 mila euro annui (dove ci sono dentro anche imponibili milionari) è di 233 mila euro, fate voi due conti. Inutile proseguire. Per quanti tra voi si chiedono perché Scalfari parli di imposta sul patrimonio riferendosi al reddito, noi un’ipotesi ce l’avremmo. A seguito di questa manovra, i contribuenti oltre i 120 mila euro annui diverrebbero incapaci di assolvere agli obblighi tributari col loro reddito corrente. Si imporrebbe loro di fatto la liquidazione di attivi patrimoniali, per fare cassa e pagare la tassa. Amen.

Ora resta solo che qualcuno spieghi a Scalfari il motivo della lesa maestà che si cela nella mancata risposta di Renzi, e non solo sua. Per il momento lo facciamo noi, tra i suoi “venticinque lettori” che la domenica si ricreano perdendo tempo con le sue assurdità numeriche. E tuttavia un giorno dovremo anche fare una riflessione, circa questo analfabetismo computazionale che avvolge il paese e la sua sedicente classe dirigente. E non è un problema di senescenza.

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