Brexit, chi l’ha vista?

Negli ultimi mesi è uscita dai radar, ma la Brexit pare prosegua verso il primo traguardo, la cosiddetta uscita del marzo 2019. Come sappiamo da tempo, quello sarà un non-evento, perché nei prossimi mesi verrà negoziato, tra Londra e la Ue, un periodo di transizione di circa due anni. Non si poteva chiamare, per pudore, proroga dell’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, e quindi si è deciso di dargli il nome di fase di transizione, vista da Bruxelles, o di “implementazione” (di cosa, non è chiaro) vista da Londra. L’unica certezza è che il processo è un fantasma privo di contenuto, e tale resterà ancora a lungo.


Per Theresa May, impegnata nel patetico tentativo di tenere in equilibrio il suo governo ma anche il parlamento, conta solo arrivare a marzo 2019, e dire che “la Brexit è avvenuta”. Anche se non è vero, ovviamente, perché Londra punta a conservare, dal minuto successivo all'”uscita”, esattamente lo status quo, cioè la prosecuzione dei rapporti attuali con la Ue, almeno sino a fine 2020. Cioè contribuire al budget comunitario, accettare la libertà di movimento delle persone, restare subordinati alla Corte europea di Giustizia ottenendo in cambio l’accesso a unione doganale e mercato unico. Unico cambiamento, da marzo del prossimo anno Londra non potrà più dire alcunché nel processo legislativo dell’Unione. Una sorta di limbo norvegese, che tuttavia i britannici non vogliono duri in eterno. Ah, il patrio orgoglio.

Nel frattempo, a Londra hanno già iniziato col piagnisteo, chiedendo rassicurazioni a Bruxelles che durante la transizione/implementazione l’Unione non farà “brutti scherzi” al Regno Unito, magari approvando qualche direttiva (ma i tempi per farlo sono lunghi) o qualche regolamento-lampo per sgambettare le industrie britanniche, mentre il governo May andrà in giro per il mondo a negoziare improbabili trattati liofilizzati di libero scambio.

Perché è accaduto questo, durante questi mesi: il Regno Unito ha deciso di non decidere né di dibattere a livello di comunità nazionale su cosa vuol fare da grande, cioè dopo la leggendaria “uscita”. Vuole essere una sorta di regno-magnete del liberismo, la Singapore euroatlantica, come qualche buontempone brexiter millantava tempo addietro, per spaventare non è chiaro chi sul continente? Oppure vuole essere un sistema socioeconomico di tipo europeo continentale, col suo welfare e le sue protezioni sociali, e quindi minore appeal verso il Big Business globale? Mistero. O forse no.

Ormai l’unico traguardo è l’uscita di marzo 2019, che sarà una scatola vuota con un bell’incarto colorato con dentro il nulla. Nel frattempo, la Confindustria britannica supplica ed implora Downing Street di restare almeno nell’unione doganale, per non farsi devastare la base manifatturiera insediata nel paese per effetto della conformazione delle catene di fornitura globali, mentre la City attende di capire se e quale dazio dovrà pagare a Bruxelles per poter mantenere il proprio passaporto europeo e continuare a fornire servizi finanziari sul continente.

In estrema sintesi: nulla, ma proprio nulla, è accaduto nell’ultimo anno, a parte l’accordo sulla fattura di uscita di Londra. Di questo si sono accorti anche i mercati finanziari, che hanno stabilizzato e rafforzato la sterlina contro euro, mentre contro il debolissimo dollaro il pound è tornato ai livelli ante referendum. I movimenti dei mercati dei cambi sono esattamente la scommessa continua sull’esito, più o meno hard o soft, della Brexit. Se vince il primo, salta l’avanzo commerciale dei servizi finanziari ed aumenta vertiginosamente il deficit di quello delle merci, e il vasto deficit delle partite correnti britanniche viene colmato dal crollo della sterlina. Se vince il secondo, cioè più o meno si preserva lo status quo, il deficit delle partite correnti resta finanziabile, e la valuta recupera.

Eh sì, un giorno bisognerà proprio andare a riprendere l’archivio delle dichiarazioni di alcuni sovrani guitti italiani sulla Brexit.

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