Il nuovo proletariato digitale

Sul Financial Times, un editoriale di Rana Foroohar richiama i pericoli che innovazione tecnologica e digitalizzazione pongono al concetto di democrazia liberale, per come la conosciamo, offrendo molti spunti di riflessione per i tempi interessanti che stiamo vivendo.

Il distillato del World Economic Forum di Davos, quest’anno, è stata la valutazione d’impatto della “Quarta rivoluzione industriale”, con i suoi Big Data e l’intelligenza artificiale. Le nuove tecnologie, è la tesi dell’editoriale, finiscono col ridurre anziché accrescere, almeno nel breve termine, le condizioni di sicurezza (economica e sociale) di un numero crescente di persone, in conseguenza della pervasività dei flussi digitali che analizzano i comportamenti di consumo e più in generale gli stili di vita, e la loro funzionalità agli obiettivi di profitto delle aziende.

Foroohar cita l’esempio della trasformazione del settore assicurativo, rispetto a come lo abbiamo conosciuto, da 200 anni a questa parte. La chiave di volta è il concetto di risk pooling, cioè porre nella stessa coorte gli assicurati, mediandone il rischio individuale. Questo è ciò che accade, ad esempio, nel settore sanitario, ed era il principio alla base dell’Obamacare: mettere soggetti sani e portatori di patologie preesistenti nello stesso pool, per ridurre il costo della polizza. Quello che negli Usa pare non si riesca a comprendere è che il mercato, in sanità, tende a fallire perché i soggetti sani, potendo scegliere, non si assicurano, e le compagnie non intendono quindi coprire gli elevatissimi costi delle patologie preesistenti.

Ma l’editoriale va oltre l’assicurazione sanitaria, analizzando la personalizzazione spinta delle condizioni di polizza offerta dalla digitalizzazione, coi suoi sensori, scatole nere e internet delle cose:

«Ad esempio, potreste essere premiati per aver installato un nuovo sistema idraulico nella vostra vecchi abitazione (i sensori misureranno quanto bene funziona), o per fermarvi più rapidamente e per tempo ai semafori rossi. Ma potreste anche essere penalizzati quando vostro figlio sedicenne si fa una canna nella sua camera (i rilevatori di fumo invieranno il messaggio in tempo reale al vostro assicuratore) o se non provvedete a spalare la neve davanti a casa vostra prima che ghiacci (ora gli assicuratori potrebbero sapere esattamente se e quando lo avete fatto, e limitare il loro rischio di risarcimento se un passante scivolasse)»

La tesi di Foroohar è che è sempre possibile evitare di firmare clausole di monitoraggio di questo tipo, o almeno sinora è stato così. Ma il rischio è che si giunga a quella che l’editorialista definisce “sottoclasse non assicurabile” che di conseguenza non può più entrare nel pool che media i soggetti assicurabili e prezza la polizza. Da notare che questo accade già ora ma con pervasività assai minore, nel riscontro delle condotte assicurabili, sia in sede di sottoscrizione di polizza che di liquidazione dell’eventuale sinistro. Per molti assicurati, in soldoni, crescerà il rischio di rovina su sinistri per i quali l’assicurazione rifiuterà di riconoscere la copertura, grazie al flusso di dati digitali che indicherà che l’assicurato si è comportato in modo da annullare la copertura stessa.

In pratica, le nuove tecnologie, con la personalizzazione estrema che consentono, finirebbero con l’erodere in modo significativo il concetto di risk pooling. Di conseguenza, la cosiddetta sottoclasse non assicurabile si troverebbe a dover pagare premi estremi oppure a dover essere “salvata” da un intervento dello Stato come assicuratore di ultima istanza; allo stesso modo in cui, scrive Foroohar, lo Stato negli Usa ha sussidiato per anni i retailer low cost che pagavano ai propri dipendenti salari inferiori al minimo vitale. Il riferimento, nemmeno troppo velato, è a Wal Mart ed all’elevato numero di suoi dipendenti che percepiscono i food stamps statali.

Ma se l’evoluzione va in questa direzione, considerando la crisi fiscale dello stato contemporaneo, che non ha i soldi per fare tutto, si potrebbe giungere ad un punto di rottura sociale. Senza contare la spinta al controllo, aziendale e statale, che le nuove tecnologie stanno favorendo, come plasticamente mostrato dalla situazione cinese, con il punteggio “social” assegnato ai cittadini grazie alla “proficua” interazione tra stato e grandi imprese digitali, in quello che sembra un episodio di Black Mirror.

Non parliamo quindi più solo di patologie preesistenti (per quelle funzionano i sistemi sanitari pubblici nella logica single payer, pur se con crescente affanno finanziario) ma anche di qualcosa di ben più sottile, tipo la pressione a conformarsi a determinate norme di condotta, in cui il settore privato tiene gli utili, e quello pubblico tiene i cocci della mancata compliance dei cittadini utenti.

Come evitare questo scenario, che appare inerziale? Secondo Foroohar, è mediante aumento dell'”educazione ai dati” e del loro potere, insegnato dalle scuole elementari. Affinché i nuovi cittadini siano consapevoli che i propri dati non vanno regalati, in primo luogo, e di come trasformare la raccolta dati in un momento “politico” nel senso più alto del termine, di consapevolezza e controllo. Tutto molto bello ma anche troppo idealistico, temo. L’inerzia ci porterà rapidamente verso ben altri esiti.