I keynesiani che spianano il Turchino

Oggi sul Fatto c’è la risposta dei due economisti di Roma Tre alle mie obiezioni sulla loro proposta di indurre gli inattivi (o meglio, la componente di inattivi riconducibile agli scoraggiati) ad iscriversi al collocamento, cioè a diventare ufficialmente disoccupati, e permettere così al nostro paese di fare molto più deficit, per rilanciare la crescita. Debbo dire che nella mia critica sono stato troppo sofisticato.

Scrivono quindi Tridico e Paternesi Meloni:

«Seminerio afferma che la manovra consisterebbe nel “ridurre per legge (e sussidio) gli scoraggiati e sperare che i medesimi riescano a reimpiegarsi, grazie a collocamento e formazione”. Certamente, la nostra idea implica l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro, ma non è necessario il collocamento. Siamo inoltre ben consapevoli che –oltre a trattarsi di un esercizio algebrico –nessuno assicurerebbe la loro immediata occupazione una volta riattivati»

Ah, bene, gli autori sono d’accordo con me, si direbbe. Almeno, su quanto è illusorio pensare che “il collocamento” faccia miracoli (perché sapete, in Italia non c’è un mercato del lavoro, no?) Ma allora, a che servirebbe aumentare in questo modo il numero ufficiale di disoccupati? Semplice, argomentano i due economisti. Trasformare inattivi in disoccupati aumenta anche il tasso di partecipazione alla forza lavoro, e ciò

«[…] consentirebbe, via maggiore output gap, la possibilità di realizzare una maggiore spesa in deficit, la quale contribuirebbe alla crescita della domanda aggregata e di conseguenza dell’occupazione: stando alla nostra analisi, per aumentare il prodotto potenziale sarebbe sufficiente un aumento della partecipazione alla forza lavoro, senza la necessità che tale aumento si traduca contestualmente in una maggiore occupazione. Il riassorbimento dei disoccupati non deriverebbe tanto da “collocamento e formazione”, bensì dal maggior deficit strutturale consentito al governo che stimolerebbe la domanda aggregata e di conseguenza l’occupazione: la riattivazione degli scoraggiati sarebbe incentivata, oltre che dal sussidio, dalla “prospettiva occupazionale”connessa all’attuazione di politiche espansive, non tanto dalla maggiore impiegabilità che deriverebbe dai corsi di aggiornamento»

Ah, ecco. Facciamo più deficit e gli inoccupabili, per skills mismatch, diverranno tali. Averlo saputo prima, i pentastellati si sarebbero risparmiati la menata dei due miliardi per potenziare il collocamento ed incrociare meglio domanda e offerta, su base territoriale nazionale, “deportazioni” comprese, come invece sostiene Giggino. I due economisti ribadiscono il concetto:

«La nostra proposta si basa esclusivamente sulla possibilità di accrescere il tasso di partecipazione al fine di ottenere un maggiore spazio per l’attuazione di politiche espansive, in un quadro compatibile con le regole europee: non sarebbero i Centri per l’Impiego (o di collocamento) a risolvere il problema della disoccupazione, sarebbe la spesa in deficit a far ripartire la domanda aggregata, e di conseguenza il Pil e l’occupazione»

Parlando seriamente, qui si nota l’approccio keynesiano (sperando che lo spirito di Keynes non se ne abbia a male), in base al quale tutto è superabile con un impulso fiscale espansivo, che per definizione avrebbe un moltiplicatore stellare; di conseguenza, l’isteresi non esiste o forse è un complotto reazionario contro le masse oppresse. Quindi ad esempio, nessun problema di skills mismatch, e andate in pace. La difficoltà maggiore di questo approccio è farlo credere anche agli interlocutori europei. Ed alla realtà, ovviamente.