Italo, un successo che resta italiano

Ora che è acquisito che NTV Italo andrà al fondo statunitense Global Infrastructure Partners, che non è un fondo locusta o un perfido spekulatore ma un’entità specializzata in investimenti infrastrutturali, resta da capire la ragione che ha spinto Il MEF ed il MISE a pubblicare un singolare comunicato congiunto, nella giornata di ieri, in cui si sospirava la preferenza per la quotazione e di conseguenza il mantenimento in mani italiane del controllo di NTV.

Comunicato del tutto irrituale in cui la controllante di Trenitalia, concorrente di Italo, auspica che si arrivi a quotazione, pur compiacendosi per l’interesse di “potenziali investitori”. Probabilmente non è un diktat, visto che è stato ignorato dagli azionisti di NTV, ma è una sorta di “suggerimento”, che i più maliziosi potrebbero anche considerare come diretto soprattutto alla “banca di sistema”, Intesa Sanpaolo, anche dopo la ricca dotazione che la medesima ha ottenuto per rilevare la polpa delle due banche venete schiantate. A proposito, ma è troppo chiedere che un esecutivo conosca l’esatto nome della maggiore banca italiana e non la definisca “Banca Intesa”?

Per poter partecipare alle liberalizzazioni europee che stanno per arrivare, a NTV serviranno spalle molto larghe, e questo fondo promette di averle. Di certo, andare in quotazione con la formula dell’offerta pubblica di vendita, cioè di cessione di quote azionarie di soci incumbent e senza emissione di nuove azioni, cioè senza raccolta di soldi freschi, non appariva esattamente un’operazione espansiva quanto il desiderio degli azionisti di monetizzare il proprio investimento (soprattutto Intesa Sanpaolo, che aveva già ceduto una quota al fondo Peninsula Capital), dopo la difficile ristrutturazione degli anni scorsi.

Quindi, per chiamare le cose col loro nome, la quotazione, per come ipotizzata, non era strumento per crescere. Ciò detto, e ferma restando l’irritualità del comunicato MEF-MISE, ora dovremo sorbirci i piagnistei dei patrioti, che sono già iniziati. Eppure, NTV resterà in Italia, con personale italiano, e pagherà le tasse in Italia, ed è destinata a crescere.

Poi ci sono posizioni piuttosto singolari, come quelle di chi accusa il prossimo di “ideologia” ma ne produce in abbondanza a propria volta, visto che nessuno sta chiedendo a ministri di “fare il tifo” per lo Straniero: bastava non emettere alcun comunicato. Stessa falsariga ideologica per la considerazione secondo cui una “acquisizione” estera è no-buono mentre una quotazione, che faccia garrire il tricolore anche se non sviluppa la società, è comunque meglio. Poi mi raccomando, tutti con sciarpa e fischietto col logo Fincantieri contro i protezionisti transalpini. Il chilometro zero ma anche la denominazione di origine protetta, le svalutazioni competitive ma anche i dazi contro l’Invasore.

Allora facciamo così: visto che la quotazione, per come congegnata, era un chiaro indicatore di “Peak Italo”, cioè di monetizzazione del punto di verosimile zenit del valore d’impresa con questo assetto strategico, che è strettamente domestico, se i nuovi acquirenti quoteranno NTV con la formula dell’OPS o OPVS, cioè raccogliendo anche soldi freschi, potremo contare di vedere un comunicato ministeriale di gioiosa celebrazione di un successo aziendale italiano?

Il problema è che in molti in questo paese hanno la memoria corta. Quando nacque, Italo aveva le ferrovie francesi SNCF al 20% nell’azionariato, e già all’epoca erano alti latrati patriottici, perché tutti si dicevano certi che Montezemolo, Punzo e Della Valle avrebbero consegnato il giocattolo ai francesi. Il capo di FS, Mauro Moretti, strepitava che i nostri treni non avevano reciprocità di là dalle Alpi, implicitamente suggerendo che forse questo giustificava l’elevato pedaggio fatto pagare a NTV per l’utilizzo delle infrastrutture di rete. I francesi non ci fanno entrare? Allora la paghino i passeggeri italiani, con le tariffe dettate da Trenitalia. Non fa una grinza. E nel frattempo, per gli eroici viaggiatori che passavano da Roma Ostiense, c’era anche la prova di forma fisica, con gli ostacoli al raggiungimento del binario. Bei tempi, il tricolore svettava.

Altri latrati giunsero per la produzione dei rotabili. “Ecco, è Alstom, tutto ai francesi, maestraaaa!”. E fa nulla che le officine impegnate maggiormente fossero quelle di Savigliano, che poi sono le stesse da cui escono i nuovi Italo Evo. Insomma, anni passati a non capire una cippa, ma sempre avvolti nel tricolore. Quando servono grandi capitali, per reggere una scala di concorrenza fatalmente sovranazionale, occorre immaginare cosa fare da grandi. Se quei soldi mancano, o si cerca di mantenere l’asset in Italia e farlo crescere, sia pure con proprietà non italiana; oppure ci si inventa il Golden Power e le “norme anti scorrerie”, per proteggere gli amici degli amici che non hanno soldi per resistere.

Pare esserci uno strano virus in questo paese, dove non si capisce se il problema è quello di avere grandi non-imprenditori, quelli che passano il tempo a suggere dalla mammella pubblica e farsi gli affari propri, negoziando concessioni secretate, o quello di una ideologia nazionale di impronta visibilmente fasciocomunista nei tempi di carestia o statalista-democristana in quelli migliori. Il celebre dilemma sulla data di nascita di uovo e gallina, in pratica.

Addendum – Sul tema, mia intervista a Radio Radicale: