L’unica spending review rimasta? La riduzione del perimetro pubblico

L’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), il watchdog indipendente della nostra finanza pubblica, nei giorni scorsi ha pubblicato un Focus su “Situazione e prospettive della finanza pubblica italiana“, da cui si coglie l’eufemistica strettezza del sentiero di riduzione del nostro debito pubblico, e mette in luce per quello che sono le demenziali promesse elettorali di queste disgustose settimane di circonvenzione dell’incapace elettorato.

Nel Documento programmatico di bilancio (DPB), presentato lo scorso ottobre, è previsto un calo del rapporto debito-Pil al 123,9% al 2020, da 132% al 2016. Questo lungamente agognato calo è imputabile tanto alla crescita attesa che all’entità dell’avanzo primario previsto, che nel biennio 2019-20 dovrebbe essere alimentato dagli aumenti Iva previsti dalle clausole di salvaguardia.

La riduzione della pressione fiscale prevista dal DPB sarebbe finanziata soprattutto attraverso misure di contrasto all’evasione fiscale e di carattere straordinario, notoriamente difficili da quantificare, oltre che dalla riduzione dell’incidenza della spesa per interessi sul Pil (dal 4% attuale al 3,5% al 2020), causata dal progressivo rinnovo dello stock di titoli pubblici giunti in scadenza con altri a cedola inferiore, sinché dura.

L’UPB sottolinea i rischi di scenario derivanti dai rinnovi contrattuali del pubblico impiego nell’arco del piano (al 2020), dall’incertezza sulle dismissioni pubbliche (0,3% di Pil al 2020) ed esprime un robustissimo scetticismo sulle dismissioni immobiliari. Tutto ciò premesso, e dato il duplice obiettivo di riduzione della pressione fiscale e del rapporto di indebitamento, come fronteggiare la disattivazione non in deficit delle clausole di salvaguardia Iva, che nel biennio 2019-2020 costerebbero cumulativamente oltre 40 miliardi di euro?

Il Focus esamina quindi le principali voci da cui dovrebbe provenire la copertura. La revisione delle tax expenditures, di cui da anni si favoleggia, non ha mai avuto luogo, mentre ogni legislatura ne aggiunge di nuove. Ogni intervento su queste agevolazioni fiscali avrebbe importanti effetti redistributivi e settoriali, che ne ostacolano l’attuazione.

Difficile poi pensare a recuperi di risorse dalla spesa pensionistica, che anzi potrebbe sbracare a seguito di interventi sulla riforma Fornero, come promessi da molti in campagna elettorale. Vietato poi pensare di comprimere gli investimenti pubblici per raggiungere gli obiettivi di deficit. Cosa resta, quindi?

Resta la spesa sanitaria, ma il focus precisa una scomoda verità:

«La spesa sanitaria pubblica, dopo numerosi interventi, già risulta la meno elevata in percentuale del PIL tra i maggiori paesi europei ad eccezione della Spagna; ulteriori tagli rischiano di incidere sulla qualità dei servizi offerti oppure sul perimetro del coinvolgimento pubblico in questo settore»

Una nota a pie’ di pagina indica a quanto ammonta la spesa sanitaria pubblica italiana su Pil rispetto a quelle degli altri maggiori paesi europei:

«Tale spesa è stata pari, nel 2015, al 7,1 per cento del PIL contro l’8,2 per cento della Francia, il 7,6 per cento del Regno Unito, il 7,2 della Germania e il 6,2 della Spagna»

Ecco un punto molto rilevante, e che richiama quello che da tempo vi sto segnalando, da questi umili pixel: l’incidenza della spesa pubblica italiana può diminuire in modo significativo non per mezzo di una improbabile spending review quanto per riduzione del perimetro dell’intervento pubblico. Ciò significa, ad esempio intervenire su sanità e trasporto pubblico locale, aumentando la spesa privata di compartecipazione, che finirebbe alla voce consumi in contabilità nazionale. Scetticismo viene poi espresso circa l’ulteriore comprimibilità della spesa per consumi intermedi:

«In generale, appare problematico tagliare spese che mostrano una tendenza alla riduzione in rapporto al PIL da vario tempo, come ad esempio quelle relative ai consumi intermedi. Si tratta di una componente delle uscite delle Amministrazioni pubbliche che è peraltro costituita, per oltre il 50 per cento, da varie voci riguardanti l’appena ricordata spesa sanitaria e che incorpora anche altre poste difficilmente comprimibili, e in alcuni casi già oggetto di passate manovre, come ad esempio quelle relative agli aggi di riscossione, alle commissioni su titoli pagate alla Banca d’Italia, alle spese per missioni internazionali»

Il Focus UPB segnala inoltre un’ulteriore difficoltà nella spending review vista come taglio secco di spesa, ipotizzando invece esiti simili a quanto di fatto è accaduto in questa legislatura: riallocare spesa tra i capitoli. Ecco quindi che

«Il recupero di risorse attraverso economie di spesa potrebbe dover essere indirizzato a una riqualificazione della spesa verso obiettivi ritenuti prioritari. I risparmi derivanti da misure di razionalizzazione potrebbero dover essere utilizzati per migliorare la qualità dei servizi pubblici offerti, in particolare in quei settori dove sono emerse carenze negli ultimi anni»

In sintesi: inutile raccontare fiabe sulla spending review come strumento per finanziare il calo della pressione fiscale, i margini semplicemente non ci sono. In prospettiva, è verosimile attendersi uno spostamento strisciante ma strutturale di spesa sanitaria in capo ai privati, soprattutto considerando che l’Italia ha un pesantissimo handicap demografico, che non farà che peggiorare la situazione. Tutto il resto, sono fiabe da campagna elettorale somministrate ad un elettorato ormai instupidito.