Che è accaduto ai tempi indeterminati decontribuiti, allo scadere del sussidio? Troppo presto per dirlo

Siamo a marzo 2018, come gli osservatori più attenti tra voi avranno notato. Quindi siamo entrati da quasi tre mesi nell’anno che segnerà la fine della decontribuzione da 8.060 euro annui per gli assunti a tempo indeterminato del 2015 che nei sei mesi precedenti l’assunzione non risultavano avere un rapporto a tempo indeterminato. C’è chi ha già iniziato a fare analisi.

Si tratta di Veneto Lavoro, che da tempo svolge una meritoria attività di number crunching sulle dinamiche del mercato del lavoro in regione. Il mese scorso è stato prodotto uno studio della collana “Misure“, in cui si cerca di rispondere alla domanda: che ne è stato degli assunti con decontribuzione del gennaio 2015, allo scadere del triennio di agevolazione per i datori di lavoro?

Obiettivo dello studio è capire se i timori di un’ondata di licenziamenti allo scadere del triennio di decontribuzione siano fondati. Di certo, non c’è modo di saperlo guardando solo al Veneto e men che mai al primo mese di lavoratori “scaduti” dal beneficio, ma la metodologia è robusta e quindi risulterà molto utile nei prossimi mesi, sapendo che il punto di arrivo della valutazione del provvedimento è ovviamente dicembre 2018.

In pratica si è proceduto all’analisi dei tassi di sopravvivenza dei rapporti di lavoro attivati a gennaio 2015 (sia assunzioni che trasformazioni) distinguendo tra:

  1. rapporti “eligibili” (assenza di rapporti a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti), al cui interno vengono successivamente individuati i rapporti effettivamente beneficiari di esonero contributivo;
  2. rapporti non eligibili.

La medesima distinzione tra eligibili e non eligibili è stata quindi applicata ai rapporti di lavoro attivati a gennaio 2014, in modo da disporre di un gruppo di controllo, per confronto.

A gennaio 2015 c’è poi un caveat ed una anomalia: le trasformazioni in rapporti a tempo indeterminato sono rimaste ferme per incertezze applicative, risolte dall’Inps solo il 29 di quel mese. E proprio l’assenza di “trasformati”, che tendono ad avere una sopravvivenza nel contratto a tempo indeterminato maggiore rispetto ai primi assunti, determina che la sopravvivenza a 36 mesi della coorte “gennaio 2015” sia inferiore a quella “gennaio 2014”, 49% contro 55%.

Osservano i ricercatori di Veneto Lavoro:

«Considerando distintamente i tassi relativi alle trasformazioni e alle assunzioni si evidenziano performances del tutto analoghe tra i due anni: il tasso di sopravvivenza a 36 mesi risulta pari al 61% per le trasformazioni 2015 contro il 60% per le trasformazioni 2014 e pari al 47% per le assunzioni 2015 contro il 49% per le assunzioni 2014. Se distinguiamo tra eligibili e non eligibili, il tasso di sopravvivenza di questi ultimi è strutturalmente più basso (44% per gli assunti 2015), soprattutto perché tale gruppo include una quota rilevante di lavoratori che, pur titolari di contratto a tempo indeterminato, essendo impiegati presso imprese o cooperative che lavorano in subappalto, si trovano di frequente a cambiare datore di lavoro, con brevi o nessun intervallo tra un rapporto di lavoro e il successivo»

Questo è il concetto centrale, relativo al mese di gennaio 2015, ed è riferito ai grandi aggregati, senza distinguere tra chi ha portato in dote al datore di lavoro la contribuzione, e chi no. Se restringiamo l’osservazione agli esonerati,

«[…] si evidenzia alla fine del 36° mese un tasso di sopravvivenza pari al 58% per gli assunti e al 66% per i trasformati: in entrambi i casi si tratta di valori più elevati di quelli degli aggregati di riferimento»

Ecco il grafico:

Sopravvivenza a 36 mesi VL

Due osservazioni: quella generale ci dice che, a distanza di tre anni dall’assunzione, c’è un churning fisiologico per i tempi indeterminati che oscilla tra il 40 ed il 60% circa. Detto in altri termini, parliamo di persone che hanno lasciato il lavoro, vuoi per dimissioni che per licenziamento, quindi sia perché hanno trovato di meglio sia perché hanno lasciato l’azienda a causa di crisi (o di misura disciplinare).

Questo ci dice che il “posto fisso” non è comunque tale, su un orizzonte temporale neppure troppo esteso. Certo, resta da capire se si tratta di uscite per andare a stare meglio o peggio, ma questo è il numero da cui partire. Di conseguenza, osservazioni giornalistiche del tipo “metà dei posti sussidiati sono scomparsi dopo tre anni”, non significano nulla, perché quella è la tendenza naturale, almeno in Veneto in questo momento. Quello che conta è analizzare gli scostamenti dal gruppo di controllo dei lavoratori non decontribuiti.

Il secondo punto è che, in apparenza, e sulla base di un frammento di dati riferito al solo primo mese di applicazione della decontribuzione in Veneto (peraltro senza considerare le trasformazioni), chi è stato assunto con l’agevolazione permane più degli altri, anche se quel sussidio è venuto meno. Ma ribadiamo: si tratta di dati riferiti ad un solo mese, quindi non spiegano alcunché. La metodologia utilizzata è invece significativa, ed il suo utilizzo per l’intero triennio, su dati cumulati, servirà realmente a capire di più.

I ricercatori di Veneto Lavoro, molto scrupolosi, vanno anche a guardare l’andamento mensile delle separazioni esonerate, cioè l’incidenza di uscite di lavoratori che godevano della decontribuzione rispetto al totale dei medesimi. E scoprono che, allo scadere del trentaseiesimo mese, c’è effettivamente un aumento del tasso di separazione degli esonerati, che supera il 2%, contro una media inferiore a 1,5% (e sapendo che tendenzialmente i tassi di separazione si riducono con l’aumentare della durata del rapporto di lavoro, in coerenza con la dinamica dei tassi di sopravvivenza dei rapporti a tempo indeterminato):

Tasso di separazione esonerati VL

Quanto è significativo questo picco nei tassi di separazione degli esonerati, appena scaduta la decontribuzione? Il tempo dirà. Intanto, un plauso a Veneto Lavoro, che dà senso compiuto all’espressione “conoscere per deliberare”.