Lasciate che gli unti dal Popolo governino

A tre giorni dall’insediamento della nuova legislatura, e sedici dopo le elezioni, i giornali sono resi pressoché illeggibili da psicopatologici resoconti sui negoziati tra partiti per assegnare la presidenza di Camera e Senato. Un turbine di sovrainterpretazioni, inferenze fallaci, messaggi in bottiglia tra fazioni, di cui al paese non può fregar di meno. E infatti oggi non parliamo di quello, quanto di eventuali scenari di governo e governabilità.

Il mio scenario centrale, come ho scritto all’indomani delle elezioni, è quello che (in una  prima fase) vede il tentativo di aggregare partiti sconfitti ai cosiddetti vincitori; fallito il quale assisteremo in sequenza al tentativo di aggregazione di spezzoni di partito (le celebri “correnti”, alcune delle quali nasceranno allo scopo), e da ultimo, a quello di catturare singoli parlamentari, per il quale servono tuttavia numeri non contenuti.

Fallita questa sequenza, si porrà il tema di nuove elezioni e dell’immancabile riforma elettorale, che tuttavia si schianterà sugli scogli di un “dettaglio”: meglio premio di maggioranza alla singola lista (M5S) o alla coalizione (Lega)? E amen. Oggi potremmo definire ormai archiviato il tentativo piuttosto demenziale di molti organi di stampa ed editorialisti, di aggregare a forza il Pd ad un monocolore Di Maio. Un giorno bisognerà tornare su questa pulsione autoritaria, di cui hanno dato prova sia noti esagitati che figure considerate moderate.

Abbiamo letto sproloqui su referendum tra gli iscritti Pd, di parallelismo col contratto CDU-Spd in Germania, di intemerate di giovani democratici idealisti contro “il marcio” del partito degli adulti, e quant’altro. Il tutto a servizio di una ed una sola tesi: il Pd deve “credere, aderire, combattere” per un governo monocolore grillino guidato dal giovine statista di Pomigliano. Il quale statista ha reiterato per giorni il “diritto” del M5S a fare un governo in splendida solitudine, dall’alto del suo 32% di voti, che hanno prodotto il 36% di deputati. Resta il problema di fondo che stiamo parlando del 32% del 70%, cioè di un voto ai pentastellati che è stato dato da poco più del 20% degli aventi diritto. Non esattamente un plebiscito epocale, ma che tale è considerato da molti che hanno trascorso la passata legislatura a gridare al golpe per il premio di maggioranza dell’Italicum.

Discorsi ancor più surreali, se possibile, per la posizione di Matteo Salvini e del 17% della Lega. O forse non tanto surreali, se si considera già acquisita l’annessione alla Lega di Forza Italia, e la tumulazione politica di Silvio Berlusconi. Ma il punto vero sta altrove. I due partiti che hanno “vinto” le elezioni sono considerati due partiti “populisti”, qualunque cosa ciò significhi. Per me significa una cosa sola: proporre soluzioni semplici, ed in quanto tali irrealizzabili, a problemi complessi. In questo risiede la loro “diversità” antropologica dai partiti che hanno sconfitto. In questo risiede anche la non coalizzabilità con gli stessi. In questo risiede l’unico esito possibile: che questi due partiti, singolarmente o in coalizione tra loro, governino il paese e la complessità del reale.

Se il Pd si assoggettasse alla chiamata alle armi dei poteri morti e dei Robespierre della carta stampata, e fornisse appoggio esterno alla totalità del programma, perinde ac cadaver, avremmo che ad ogni sussulto di dignità (umana prima che politica) e resistenza degli eletti del Nazareno, i grillini avrebbero davanti l’autostrada del “non ci fanno lavorare, golpe!”, ed al prossimo turno elettorale il Pd si estinguerebbe. Se invece vi fosse “obbedienza cieca, pronta ed assoluta” (come diceva Giovannino Guareschi dei comunisti trinariciuti) al programma grillino, il Pd si estinguerebbe comunque, per manifesta inutilità, magari dopo la transumanza di suoi esponenti nel Movimento.

Per questo serve che M5S e Lega, individualmente dopo aver risucchiato correnti e spezzoni “responsabili” di altri partiti oppure in coppia, entrino nella stanza dei bottoni di questo paese, e tentino di applicare il loro programma, per le parti ampiamente sovrapponibili. Che poi sono tutte quelle dove il collante è la spesa pubblica ed il deficit, quindi molte ed ampie.

Si è detto che il successo del voto ai grillini ha tra le determinanti principali il ricambio radicale della classe politica ed una disperata “domanda di welfare”, per usare un morbido eufemismo che serve a non tirarsi addosso accuse di razzismo. E sia. Ora è tempo che i nostri eroi procedano. Se non a questa legislatura, alla prossima. Serve davvero un monocolore grillino, a cui magari arrivare con più rispetto della democrazia, ma quello deve essere l’esito. Raggiunto il quale, il Movimento potrà misurarsi con la realtà, e rimangiarsi tutte le mirabolanti promesse di nuovo deficit. Oltre, secondo un classico schema italiano, incolpare qualche “agente ostruente esterno” per gli insuccessi che il governo Di Maio andrà a mietere. Spoiler: quell’agente è la realtà, ovviamente. Discorso pressoché identico per una Lega mangiatutto di Matteo Salvini.

L’unica terapia, per un paese che ha deciso maggioritariamente di applicare l’antico motto sessantottino “siate realisti: chiedete l’impossibile” è la prassi del governo in solitaria. Con questo non intendo negare che nel paese esistano ampie e forse crescenti aree di disagio, a cui bisognerà dare risposta. Ma è del tutto evidente che in Italia si è formato un processo perverso di ipertrofia delle aspettative che non potrà che finire male, o molto male.

Quella è stata la fine di Matteo Renzi: legato alla realtà del governare, i suoi proclami panglossiani si sono scontrati contro l’evidenza di miglioramenti ben inferiori a quanto rivendicato ma soprattutto contro una macchina propagandistica inesorabile, quella grillina, che ha lavorato per un’intera legislatura a gonfiare in modo patologico le aspettative dell’elettorato contando (ripetiamolo) sulla deprivazione (culturale prima che economica) del medesimo, cioè su un altrettanto patologico tasso di credulità popolare. Per questo motivo, l’unico approdo possibile è un governo monocolore grillino o lepenista salviniano. Ma anche un bicolore di queste due forze anti-realtà andrà benissimo.

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