Fontana di Trevi, il tesoretto che fa gola alla politica

di Vitalba Azzollini

In Italia capita spesso di domandarsi da dove origini la vocazione di titolari di pubblici poteri a lasciare immutato quanto non funziona e a modificare, invece, ciò che si dimostra efficace. Ma, a ben guardare, più che la vocazione, sono sempre i soldi a muovere ogni cosa. La vicenda riguardante le monete lanciate dai turisti nella Fontana di Trevi ne è dimostrazione palese.

Nel 2001, con una convenzione, il Comune di Roma assegnò alla Caritas Diocesana, ente dedito ad attività di natura assistenziale, i denari raccolti nella nota fontana romana. Ma una decina di anni dopo, si pose un problema: in più occasioni la giurisprudenza aveva affermato che le monetine giacenti sul fondo della vasca potevano considerarsi come res derelictae, ossia beni non appartenenti a nessuno perché “abbandonati intenzionalmente dai legittimi proprietari. Il turista che, infatti, getta gli spiccioli nella fontana lo fa con la consapevolezza di disfarsene. (…) Prendere un bene che non appartiene più a nessuno non costituisce certo reato”.

Pertanto, per evitare razzie degli spiccioli sul fondo della fontana, si rendeva necessario che il Comune esplicitasse formalmente il proprio “animus occupandi” riguardo alle monetine, in modo tale che il loro beneaugurante lancio fosse reputabile come un “atto devolutivo” in favore di Roma Capitale e la loro sottrazione perseguibile come reato di furto. Così nel 2011, con un’apposita delibera (n. 140) la Giunta manifestò “espressamente la volontà di essere l’esclusiva e legittima destinataria e accipiens delle monete lanciate nell’invaso della suddetta fontana, di proprietà di Roma Capitale”, al fine di poter perseguire ai sensi di legge “ogni gesto di indebita sottrazione delle monete presenti nell’invaso da parte di terzi non autorizzati”.

Dato che la delibera era finalizzata a quest’unico scopo, la Caritas venne confermata quale beneficiaria del ricavato della raccolta. Come spesso accade in ambito pubblico, decisioni tese a risolvere un certo problema determinano l’insorgere di problemi ulteriori, e nel caso di specie ne venne sollevato uno in particolare: se i denari raccolti nella Fontana sono di proprietà del Comune di Roma, devono prima essere contabilizzati in bilancio e solo successivamente possono essere devoluti a un altro destinatario. In attesa che il problema venisse risolto, l’accordo tra il Campidoglio e la Caritas continuò comunque a essere reiterato nel tempo.

In prossimità della fine dell’ultimo periodo di rinnovo, la giunta Raggi tornò sul tema delle monetine lanciate nella famosa Fontana. Evidentemente, qualcuno in Comune si era reso conto che gli spiccioli tirati dai turisti potevano rappresentare un tesoretto di tutto riguardo: da ultimo, la cifra raccolta annualmente è arrivata a 1,4 milioni, mentre il bilancio del Campidoglio resta gravemente in rosso. Così, nell’ottobre 2017, in una memoria di giunta (n. 71) si trattò della questione.

Il documento si concentra, tra le altre cose, sul problema formale ancora pendente – cioè quello relativo alla contabilizzazione dell’acquisizione delle monetine rinvenute nell’invaso della Fontana di Trevi da parte del Comune – nonché su profili tecnici di vario tipo, glissando invece sul fatto sostanziale che l’importo lasciato dai turisti sul fondo della vasca della Dolce Vita verrebbe tolto tout court alla Caritas, cioè senza alcuna ragione apparente. Forse, con il mero cenno alla scadenza dell’accordo e la focalizzazione su problemi di altro tipo, si volevano evitare polemiche a contorno.

Ma le polemiche sono insorte ugualmente e così, qualche giorno fa, una delibera del Campidoglio (n. 22) ha protratto la convenzione con la Caritas fino a fine anno. Si potrebbe obiettare che si tratta di polemiche capziose, dato che nella memoria citata la Giunta Capitolina precisa che i denari rivenienti dalla Fontana saranno comunque impiegati in progetti sociali. Ma chi sollevasse tale obiezione fingerebbe di ignorare che l’intervento di un soggetto pubblico in qualunque settore priva di flessibilità e tempestività ogni azione concreta: i vincoli regolatori alla cui osservanza è tenuto, unitamente a una certa inclinazione a complicare qualsiasi cosa, conferiscono alla sua operatività le lente movenze dell’elefantiaca burocrazia con cui di norma viene identificato.

Basta leggere alcuni passaggi della memoria citata, nei quali si descrive l’iter per arrivare alla definizione delle attività che potranno essere finanziate dalle monetine lanciate dai turisti e alla soluzione di problemi connessi. Per iniziare, “il Vice Sindaco con delega alle Crescita culturale e l’Assessora alla Persona, Scuola e Comunità Solidale (…) hanno avviato una riflessione congiunta in merito agli aspetti collegati alla raccolta e all’impiego delle monete rinvenute nell’invaso della Fontana di Trevi, determinandosi in ordine alla necessità di definire gli obiettivi da perseguire e le procedure da porre in essere ai fini dei loro conseguimento”; tuttavia,

«[…] è emersa, nel contempo, l’opportunità di definire gli aspetti di natura tecnico-contabile e operativa connessi al recupero delle monete lanciate negli invasi delle fontane monumentali, attraverso lo svolgimento dei necessari approfondimenti, anche di natura giuridica, in ordine alle attività di carattere propedeutico volte a meglio sostenere le determinazioni dei competenti organi deliberativi in merito alla destinazione delle somme rinvenute»

Detto tutto questo – come nelle migliori tradizioni burocratiche – serve costituire “un gruppo di lavoro interdisciplinare, del quale facciano parte rappresentanti delle strutture capitoline a vario titolo coinvolte”, avente il compito “di definire, anche sotto il profilo giuridico, gli aspetti tecnico-contabili e operativi connessi al recupero delle monete (…) e alla destinazione delle relative somme”.

Tutto chiaro, ora? Non proprio. Ciò che risulta chiaro, invece, è che finora le monetine donate da privati venivano direttamente girate a un altro privato, provvisto del know how necessario al loro impiego per finalità sociali, e rese immediatamente disponibili all’uso; con l’intervento del soggetto “pubblico”, invece, il concreto utilizzo delle stesse monetine, anche se comunque in vista di finalità sociali, richiederà uno slalom fra prescrizioni ad hoc e adempimenti conseguenti.

Il Comune di Roma avrà senz’altro ottime ragioni su cui fondare l’esigenza di apposite procedure tese a individuare le destinazioni migliori per i soldi lanciati nella Fontana, anziché continuare ad assegnarle “sulla fiducia” a un certo soggetto, cioè la Caritas: ma, in questo modo, di certo non sembrerà favorire “l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”, come previsto costituzionalmente (art. 118, c. 4, Cost.). Il pubblico dovrebbe intervenire solo laddove il privato operi in maniera inefficace, ma non è questo il caso: la stessa Giunta, in una delle delibere citate, definisce quelle della Caritas come “meritorie attività, di natura assistenziale, istituzionalmente svolte (…) nei confronti di persone indigenti attraverso un’organizzazione capillarmente diffusa e radicata sul territorio cittadino”.

Se il Campidoglio non recederà dall’intento manifestato e, quindi, dal nuovo anno, comincerà a gestire il tesoretto in questione, si può solo auspicare che il percorso fra i tortuosi meandri della burocrazia e delle questioni a essa collegate non comporti lo spreco di tempo prezioso; e che nella fitta rete degli adempimenti necessari non restino impigliate preziose monetine che oggi arrivano in maniera più semplice e lineare ai soggetti bisognosi. Ma forse hanno più probabilità di avverarsi gli auspici di chi lancia spiccioli nella Fontana di Trevi.