Il welfare iper-scandinavo di Alitalia

Oggi sul Corriere potere leggere la notizia di una “sperimentazione” di welfare che riguarda alcuni lavoratori Alitalia. Mentre la compagnia si accinge a prorogare per l’ennesima volta la cassa integrazione per 1.300 amministrativi, per un anno, per 320 di essi si prevede anche l’accesso all’assegno di ricollocazione, “in costanza di rapporto di lavoro”. Un welfare iper-scandinavo nel Belpaese, ma solo se lavorate per la cosiddetta compagnia di bandiera.

L’assegno di ricollocazione è l’importo, da pagare all’agenzia che riesce a trovare un lavoro al beneficiario della misura. Importante precisare che quei soldi non vanno al lavoratore. L’istituto dell’assegno di ricollocazione ha avuto una partenza piuttosto deludente, come ha ben spiegato su questi pixel Luigi Oliveri. La novità legata ad Alitalia, che è un vero progetto-pilota, è che sinora la misura era prevista a livello sperimentale solo per chi aveva già perso il lavoro e di conseguenza si trovava in regime di Naspi, cioè di assegno di disoccupazione.

Per questi 320 dipendenti Alitalia, invece, sarà possibile proseguire con la Cig a zero ore, che rappresenta l’uscita dall’azienda ma la prosecuzione dell’erogazione, ed attivare la misura aggiuntiva di ricollocamento. La valutazione di Maurizio Del Conte, presidente dell’Agenzia per le politiche attive del lavoro (Anpal), è che

«Così la ricollocazione diventa più efficace, perché le probabilità di trovare un nuovo impiego sono direttamente proporzionali alla prossimità dell’ultima esperienza lavorativa. Ed anche i sindacati hanno capito che bisogna andare oltre il semplice mantenimento della cassa integrazione»

Ma non è meraviglioso, tutto ciò? Se siete dipendenti Alitalia, e godete ormai da anni di un regime di cassa integrazione, ora vi si offre anche la consulenza di outplacement. Un peccato che questa “innovazione” continui a ruotare intorno alla cassa integrazione ad oltranza, che è strumento di retaggio della vecchia impostazione di preservazione del posto di lavoro (spesso non più esistente) anziché di tutela del lavoratore, e che l’assegno di ricollocazione dovrebbe essere attivato quando il lavoratore è in regime di Naspi.

Sublime l’ipocrisia giustificazionista di Del Conte, poi: pensate che mondo meraviglioso, se tutti i lavoratori italiani potessero godere, al bisogno, di cassa integrazione ad oltranza, e di agenzie di collocamento che cercano di piazzarli altrove mentre sono ancora caldi di imprescindibile prossimità con l’esperienza lavorativa, e quindi -pare- non sono ancora minati da obsolescenza di skills. Eh, ma state sereni: anche i sindacati hanno capito che non serve arroccarsi sulla difesa della Cig, che viene tuttavia prorogata di anno in anno, con costi a carico di chi compra un biglietto aereo.

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Precisa l’articolo del Corriere:

«Una volta firmato l’accordo, necessario per legge, saranno i singoli lavoratori a decidere se utilizzare l’assegno oppure no. Non hanno nulla da perdere: potranno anche rifiutare le future offerte di lavoro se non le dovessero ritenere soddisfacenti, conservando comunque il diritto alla cassa integrazione»

Ripeto il concetto: ma non è meraviglioso, tutto ciò? Però, ripeto ancora, state sereni: i sindacati stanno convincendosi che non si può andare avanti a oltranza con la Cig, tra una proroga e l’altra. In pratica, il meglio dei due regimi: il mantenimento in non-vita a oltranza di posti di lavoro che non esistono più, e le politiche attive del lavoro per la ricollocazione. Se il reddito universale di base è un’erogazione incondizionata, dobbiamo ammettere che in Italia abbiamo una molteplicità di redditi universali di base, occultati dietro condizionalità finte come un cieco che guida l’auto. Di universale c’è tuttavia assai poco, se non l’ipocrisia e la connivenza di chi continua a perpetuare questi privilegi.

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