L’astuto Giggino ed il blocco creditizio di Troia

Tra i numerosi proclami lanciati dagli esponenti del “governo del cambiamento”, spiccano quelli del neo-superministro a Lavoro e Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, che ieri ha ribadito la sua idea di “protezione” per imprenditori e cittadini. Avrebbe conseguenze piuttosto distruttive, però, ma solo se fermate l’analisi al primo step.

Si, lo so: tra i proclami di una campagna elettorale che mai è finita (e mai finirà) e la realtà, c’è di mezzo la solita Fossa delle Marianne, che non sono assertive signorine francesi. Ma corre obbligo di segnalare le levate d’ingegno che la nostra classe dirigente da ormai molto tempo tende a produrre, senza eccezione alcuna, anche se questa maggioranza pare avere decisamente una marcia in più quanto a bullshitting.

Che disse, quindi, Di Maio? Come riporta oggi Valentina Conte su Repubblica, l’idea sarebbe quella di elaborare una legge, chiamata Bramini non per suggestioni indiane ma dal nome dell’imprenditore brianzolo che sarebbe rovinosamente fallito per ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione, e che Di Maio vuole con sé al ministero come consulente (l’imprenditore in effetti si occupava di gestione dei rifiuti). Non entro, per ora, nella vicenda del fallimento dell’azienda di Bramini né di quello che è accaduto dopo, col suo dissesto personale. Ci sarà modo e tempo. Quello che ora mi preme segnalare è il tipo di legge che Di Maio vorrebbe realizzare:

«Due i principi ispiratori della legge. Primo, chi ha un credito nei confronti dello Stato (Sergio Bramini ne vantava uno, mai rientrato, da 4 milioni) non può fallire. Secondo, rendere impignorabile la prima abitazione, in tutti i casi (al contrario della villetta di Bramini, ipotecata per pagare gli stipendi ai 32 operai e poi pignorata). Infine proteggere anche i macchinari dati a garanzia dei prestiti bancari, destinati a svalutarsi nelle aste al massimo ribasso, se l’imprenditore non riesce a ripagare il debito»

Andiamo con ordine. Sul primo punto, la soluzione è di una semplicità estrema: basta rispettare i termini di pagamento previsti dalla direttiva europea recepita anche dal nostro paese. Per procurarsi quei soldi va emesso debito pubblico e non mini-Bot, comunque, e in caso serve anche allentare la disciplina delle compensazioni di crediti e debiti fiscali, riducendo gli steccati tra tipologie dei medesimi.

Secondo punto: rendere impignorabile la prima abitazione. Niente meno. Ricordando l’attuale regime di esecuzione sulla prima casa sappiamo che, ad oggi, l’unico soggetto che non può procedere al pignoramento è l’agente della riscossione, cioè la longa manus del Fisco. La norma, incluse precisazioni successive della Cassazione, riguarda l’immobile adibito ad abitazione di residenza, che non sia di tipologia catastale A1 (lusso), A8 (villa), A9 (castello), ed il soggetto che abbia debito col fisco per almeno 120.000 euro. Per debiti compresi tra 20.000 e 120.000 euro, l’agente di riscossione può iscrivere ipoteca sull’immobile e mettersi in scia dell’azione di esecuzione realizzata da privati, quali le banche ed altri finanziatori.

Quindi, ad oggi, le banche possono procedere a pignoramento della prima casa. Forse Di Maio punta a bloccare proprio loro? Ovvio che sì. Se le cose andassero così, che farebbero le banche che erogano mutui prima casa? Semplicemente, smetterebbero di farlo oppure chiederebbero garanzie mobiliari, reali e personali tali da rendere pressoché impossibile ottenere credito per quella finalità.

Aggiungiamo anche il terzo punto vagheggiato da Di Maio: proteggere i macchinari dati a garanzia dei fidi, rendendoli impignorabili. Anche qui, stesso discorso: le banche chiederebbero altre garanzie all’imprenditore, ammesso e non concesso che egli sia in grado di produrle. Risultato finale? Una stretta creditizia senza precedenti ed il crollo dell’economia italiana per effetto di alcune unintended consequences che anche un idiota riuscirebbe a prevedere.

Eh, però voi sapete che io sono malevolo e non riesco a pensare in grande e sistemicamente, no? Per cui, ecco la prevedibile risposta di Giggino il Visionario: “niente di tutto questo: con la nuova banca pubblica per imprese e famigliole, i fondi e le garanzie verranno da lì!”. Giusto, come ho fatto a non pensarci? Avremmo quindi questa mitologica banca pubblica che “facciamo come i francesi ed i tedeschi”, che nel giro di poco tempo finirebbe a dover pagare montagne di garanzie azionate dai creditori. La prima fase, quella della stretta creditizia, sarebbe in realtà l’astutissimo cavallo di Troia per far nascere la Banca PIA (Pubblici Investimenti Allegri).

E il nuovo mega debito così prodotto? Non sarebbe un problema perché nel frattempo la Ue, spaventata a morte dalla collezione di piani B sfoderati dal ministro Paolo Savona in un mezzogiorno di fuoco a Bruxelles, avrebbe già proceduto a cambiare i trattati realizzando l’unione del debito, anche dopo aver preso lezioni da Milena Gabanelli, nel frattempo nominata Primo Megafono della Nuova Eiar Popolare.

Vedete che bisogna sempre cogliere la foresta occultata dietro il singolo albero?

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