Dalla culla al condono tombale

Ieri su Repubblica si è data notizia della apparente volontà della Lega di estendere all’intero contenzioso tributario l’ipotizzato condono fiscale “per stato di necessità” dalle sole cartelle di Equitalia fino a 100.000 euro. In tal modo si raddoppierebbe a 100 miliardi l’importo condonabile di tasse non pagate o contestate dai contribuenti davanti alle commissioni tributarie provinciali e regionali, che rappresentano i due gradi di giudizio, oggi pari a 418.000 cause per un valore di 50,4 miliardi, di cui un quinto nella sola Lombardia. Prosegue quindi il mistero buffo su questa operazione una tantum finalizzata a ridurre in permanenza le imposte, in caso qualche gonzo se la bevesse.

Come segnala Valentina Conte nell’articolo, infatti, ipotizzando eroicamente un recupero del 25% dalla massa dei 100 miliardi, si arriverebbe ad un incasso non ripetibile di soli 25 miliardi, a fronte dei 50 stimati per l’avvio della flat tax. L’idea leghista, presentata in origine come una sorta di aiuto al povero popolo sofferente e che non può permettersi di pagare le tasse, prevedeva anche aliquote agevolate del 6% e del 10% per i casi umani e disperati.

Nell’articolo si segnala che anche il governo Gentiloni tentò di rottamare le liti con la cosiddetta “chiusura agevolata”, che tuttavia, sulla falsariga di quanto fatto per le cartelle Equitalia, prevedeva solo l’abbattimento delle sanzioni e non quello del debito d’imposta, soluzione che ora invece la Lega pare voler percorrere. Regalo a parte, c’è scetticismo anche sul gettito di questo condono sul contenzioso. Nelle parole di Mario Cavallaro, che guida il consiglio di presidenza della giustizia tributaria, organo di autogoverno dei 4.000 giudici tributari,

«Il vantaggio deve essere considerevole per indurre il contribuente a rinunciare alla lite. Un’aliquota al 25% potrebbe certo incontrare molto favore, anche se è davvero bassa, fino a rasentare il regalo. Ad un primo sguardo poi, solo 10 miliardi su 50 saranno davvero aggredibili. Per un incasso, generoso ma realistico, di non più di 1 o 2 miliardi. C’è chi ha già pagato e preferisce aspettare fino alla fine del contenzioso, ad esempio. E poi c’è il fattore psicologico: chi fa ricorso difficilmente ama le sanatorie perché teme di entrare in un cono di vigilanza»

Per farvela breve, e reiterare il concetto: qui siamo di fronte ad un tentativo molto old fashion di creare un condono fiscale tombale ma di spacciarlo per “stato di necessità” dell’intero paese, con la “soglia dei poveri” di 100.000 euro, quindi è del tutto possibile che l’ipocrisia grillina arrivi ad accettarlo. Dopo di che, ammesso e non concesso di portare a casa qualche miliarduzzo, che ne facciamo, tagliamo le aliquote Irpef contando su un fantasmagorico effetto di supply side? e di emersione? Certo, certo, non preoccupatevi: avrete le migliori cure.

Di questo passo, e visto che siamo in pieno revival, mi attendo entro l’estate una bella proposta di condono immobiliare tombale, anch’essa avente come causale il famoso “stato di necessità”, che è ormai diventato il chiagni e fotti di questa Italietta gialloverde, dove la furbizia non ha colore ma solo opportunità. Ciliegina sulla torta, è di ieri la notizia che la Corte dei Conti, nella relazione sul rendiconto generale dello Stato, ha espresso “preoccupazioni” per l’affermarsi di “condotte fiscali che si risolvono nel mancato versamento delle imposte evidenziate nelle dichiarazioni tributarie”. Per effetto della rottamazione, “dei 17,8 miliardi previsti a seguito delle istanze di definizione pervenute, 9,6 miliardi non sono stati riscossi e costituiscono versamenti omessi”. Per la Corte, almeno in parte, “si può affermare che l’istanza di rottamazione ha avuto essenzialmente finalità dilatorie”. Non male. Fingere soluzioni di recupero delle imposte solo per vederle fallire, o meglio riuscire solo a metà.

 

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