Il feticcio della relazione tecnica: ultima arma di distrazione di massa

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

Ella cosa farà nel 2028? Come dice? Troppo lungo il termine per saperlo? Certo, 10 anni sono tanti. Ma per fortuna, in Italia, c’è chi sa perfettamente che tra 10 anni, e per tutto il decennio 2019-2028, i rapporti di lavoro a tempo determinato diminuiranno al tasso costante di 8.000 l’anno, per effetto del “decreto dignità”.

Ora, Titolare, che l’ennesima riforma alla normativa sulla regolazione dei contratti a termine mostri più ombre che luci appare piuttosto oggettivo. S’è già scritto molto sul rischio che il ritorno delle cause giustificative, sia pure limitato ai soli rinnovi dei contratti con durata iniziale di almeno 12 mesi, conduca ad una nuova esplosione del contenzioso. Si è anche rilevato che una riforma limitata alla sola regolazione delle forme contrattuali, in assenza di interventi di politica economica capaci di garantire incremento degli investimenti e del Pil, difficilmente può creare nuova occupazione stabile.

Il Jobs Act, del resto, pur avendo oggettivamente contribuito all’incremento dell’occupazione rispetto alla voragine prodottasi tra il 2011 e il 2014, ha comunque portato al risultato opposto rispetto a quello enunciato: l’incremento esponenziale proprio dei contratti a termine in sfavore di quelli a tempo indeterminato, nonostante questi fossero qualificati come la forma comune di regolazione del rapporto di lavoro.

Come si nota, Titolare, la realtà dei fatti è implacabile. Qualunque Governo può provare a raccontarla in modo diverso o addirittura a prescrivere per legge che i contratti a tempo indeterminato possano essere la una forma prevalente. Tuttavia, se le condizioni dell’economia non sono favorevoli a contratti durevoli, il mercato del lavoro finisce per orientarsi inevitabilmente a preferire contratti flessibili.

Sembrerebbe, quindi, di poter affermare che se appare velleitario con una legge imporsi sulla realtà, tanto maggior prudenza occorrerebbe adottare nello scrivere, ma soprattutto commentare, i contenuti di una relazione tecnica alla legge. Sintetizza bene il contenuto della relazione Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano del 15 luglio nell’articolo Effetto decreto dignità, il caso degli 8000 a rischio :

«La relazione tecnica abbinata al decreto chiarisce che ci sono oggi 80.000 contratti in Italia che sono a termine e che superano i 24 mesi. Questi non potranno più essere rinnovati. L’Inps, su richiesta del ministero del Tesoro, elabora una stima in base alla quale il 10 per cento di quegli 80 mila “non trova altra occupazione dopo i 24 mesi. Sulla base dell’ipotesi di uno stipendio medio di 1.800 euro e di una perdita di 8 mesi di lavoro, il Tesoro calcola l’impatto sulla finanza pubblica. Che è percepibile soltanto nel 2019 (119 milioni), poi il calo dei contributi versati dai lavoratori si compensa con il minore costo della Naspi, l’ammortizzatore sociale contro la disoccupazione il cui importo è dipendente dalla durata del contratto precedente (quindi dopo 24 mesi c’è una Naspi minore che dopo 36)»

È cosa assolutamente necessaria ed opportuna accompagnare le leggi con relazioni illustrative e tecniche e, soprattutto, serie valutazioni di impatto, per cercare di prevederne ex ante gli effetti (ricordandosi anche di effettuare la valutazione ex post). È anche inevitabile che previsioni sugli effetti si appoggino su stime.

Quello che nel caso di specie appare un po’ fuori dalle righe è l’assegnazione a stime evidentemente molto grezze, quali quelle della relazione tecnica, di un valore assoluto ed indiscutibile da parte della maggioranza dei media, da un lato. Il medesimo valore assoluto, infallibile ed ineluttabile vi ha dato, però, anche chi, come il Ministro del lavoro, grida ora al “complotto” dei funzionari di Stato contro il decreto.

A questi pixel gentilmente ospitati, caro Titolare, sembra piuttosto si tratti di una tempesta in un bicchiere d’acqua. L’Inps ha suggerito, doverosamente, al Governo possibili effetti da eterogenesi dei fini, come sempre andrebbe fatto da qualsiasi autorità dotata del compito di illustrare ai governanti tutti gli elementi, positivi ma anche negativi, dell’azione di governo.

Lo capisce, però, chiunque che prevedere alla cifra tra 10 anni la riduzione secca di un numero dato di contratti di lavoro è un esercizio esclusivamente teorico, una valutazione sostanzialmente di sola tendenza. Nessuno può sapere con ragionevole fondamento quali saranno stati, tra 10 anni, le innovazioni tecnologiche, gli effetti della globalizzazione, le politiche economiche, gli accordi internazionali, i colori politici dei governi in carica. Si è visto che nello scorso decennio, tra crisi, guerra in Libia, Isis, Brexit, nuovi dazi, molte cose sono successe, che nessuno aveva potuto prevedere.

Oggettivamente, pare che qualcosa nel ragionamento alla base della relazione tecnica non funzioni. Essa pare dare per scontato che le probabilità per un lavoratore a termine che abbia avuto un contratto di 36 mesi di trovare occupazione a fine contratto, siano maggiori di quelle di un lavoratore che abbia avuto un contratto a termine di soli 24 mesi.

Tale tipo di “impressione” non è ovviamente suffragabile da alcuna prova. Certo, il “decreto dignità” accorciando da 36 a 24 mesi la durata massima dei contratti a termine riduce di un terzo la probabilità per un lavoratore a termine di poter contare su un periodo sia pure breve di lavoro continuativo.

Non è, tuttavia, dato sapere quanto la riduzione da 36 a 24 mesi della durata massima dei contratti a termine possa influire né sul ritmo della stipulazione di contratti “sostitutivi”, né su quello delle trasformazioni.

In questo caso, per contratti “sostitutivi” si intendono nuovi contratti a tempo determinato che gli imprenditori stipulano con altri lavoratori al posto di quelli con i quali hanno già sottoscritto contratti per la durata massima di 24 mesi. L’accorciamento da 36 a 24 mesi della durata massima dei contratti dovrebbe indurre ad attendersi un flusso di contratti a termine ancora maggiore rispetto al boom segnato in questi anni; flusso che potrebbe essere sicuramente, però, limitato dall’incremento dell’ulteriore 0,5% del costo contributivo che si aggiunge alla maggiorazione dell’1,4% già introdotto dalla riforma Fornero.

Sarebbe, semmai, più intrigante sapere cosa succederà, e in particolare quante probabilità hanno di reperire entro breve tempo un altro lavoro, alla stragrande maggioranza dei lavoratori a termine assunti per una durata inferiore ai 12 mesi, per verificare quali effetti possa concretamente produrre il “decreto dignità” nei confronti di questa che è la vera platea “calda”.

Ci sarebbe voluta, quindi, una stima sui flussi degli ingressi in disoccupazione. Ma, visto che il problema dei contratti di durata compresa tra i 24 e i 36 mesi riguarda lo 0,4% dei lavoratori a termine (80.000 su 2 milioni), pare molto probabile che tali flussi resterebbero sostanzialmente indifferenti agli effetti della riforma.

Si può, allora, immaginare, caro Titolare, che il “decreto dignità” agevoli concretamente il passaggio dal contratto a termine verso quello a tempo indeterminato? I dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps non paiono suffragare questa ipotesi. Il numero dei contratti di lavoro a termine trasformati a tempo indeterminato nel 2017 e nel 2018 oscilla, nel primo quadrimestre, tra il 10% ed il 15%: non un tasso esaltante di trasformazioni, rispetto al quale non è dato capire quanto possa incidere il decreto dignità. Eppure, questo sarebbe stato uno dei punti salienti da valutare e tale valutazione avrebbe potuto avere un orizzonte ben più ravvicinato del 2028.

Non pare, in conclusione, caro Titolare, che alla relazione tecnica sia opportuno attribuire tutto il pesante valore assegnatole.

Piuttosto, appaiono illuminanti le parole del già candidato ministro Pasquale Tridico, interrogato sul tema da Lorenzo Salvia sul Corriere della sera del 15 luglio. Nel corso dell’intervista, il ministro, docente di Economia del lavoro, afferma:

«È la domanda aggregata insieme agli investimenti a determinare l’occupazione, non le ipotesi sul tipo di contratto. E inoltre, quando il decreto arriverà in Parlamento per la conversione in legge, dovrebbe essere aggiunto un incentivo alle assunzioni stabili»

Come dice, Titolare? L’affermazione di Tridico è stata ripetuta fino alla noia nei post che Ella da anni cura? Eh sì. Allora, la domanda è lecita: se al Governo sanno bene che non è con le leggi sulla disciplina dei contratti di lavoro che si determina l’occupazione, bensì con interventi sulla “domanda aggregata insieme agli investimenti”, perché si parte, allora, proprio con un decreto che non affronta il problema della domanda aggregata degli investimenti ma si concentra sui tipi di contratto?

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Caro Luigi, da un documento tecnico che, da sempre, esprime previsioni spesso molto grezze per obbligo di copertura finanziaria formale delle leggi, siamo scivolati nell’ennesima rappresentazione teatrale italiana: il danno d’immagine che i media starebbero infliggendo al cosiddetto governo del cambiamento, presentato come distruttore di lavoro, e l’opportunità per quest’ultimo di forzare la mano sullo spoils system della tecnostruttura ministeriale. Come ho scritto, se è corretto (come fai in questo post) segnalare lo scarso realismo previsionale di lungo termine della relazione tecnica, è del tutto surreale (o più propriamente demenziale) invocare effetti di copertura da norme che ancora nessuno ha scritto né immaginato. Avanti così, mentre lo spread resta alto e gli investitori ci guardano con crescente diffidenza. Per combattere la quale non basterà imporre all’Italia ed al mondo un futuribile “decreto fiducia” (MS)

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