Chi piange sul Btp versato

Oggi su MF, giornale che appartiene ad un gruppo editoriale che fa delle lamentazioni contro “i burocrati” e “gli stranieri” (meglio se tedeschi e francesi) la leva della propria strategia di marketing, è ospitato un commento di Corrado Sforza Fogliani, presidente di Assopopolari, che se la prende con gli immancabili “burocrati” che, a suo dire, avrebbero inflitto un pesante danno alle banche italiane di minori dimensioni, con una modifica contabile che di fatto scarica immediatamente sui bilanci l’aumento dello spread. Proprio un destino cinico, baro e burocrate, signora mia.

Scrive Sforza Fogliani, grassetto mio:

«Tutto nasce dal fatto che nel 2016 la Commissione europea ha esteso a circa 350 banche italiane una normativa nata per le sole grandi banche, che non consente più alle banche di cui s’è detto prima, di non includere nei fondi propri i profitti e le perdite non realizzati relativi a titoli di stato contabilizzati nel portafoglio IAS 39 “Attività finanziarie disponibili per la vendita” (Afs). Facoltà che consentiva di evitare l’impatto sul patrimonio di eventuali minusvalenze relative agli anzidetti titoli. Ma la situazione creatasi nel corso del 2018, con lo spread in forte aumento sui mercati finanziari, ha prodotto una riduzione del valore dei titoli di stato che, in caso di loro classificazione nel portafoglio HTC&S (ex AFS), ha generato ingenti minusvalenze. Nel caso di nuovi aumenti dello spread, ulteriori ripercussioni negative si avrebbero sulle banche, espresse dal CETI ratio e da altri indicatori, per esempio quello relativo alla leva finanziaria. La situazione, come detto, non dipende dal comportamento dei banchieri, ma da tutt’altro»

Quello che io non riesco proprio a cogliere è la frase secondo cui la situazione “non dipende dal comportamento dei banchieri”. Vuol forse dire che i titoli di stato italiani si sono infilati nei bilanci bancari all’insaputa dei banchieri, in una notte senza luna? Vai a capirlo. Qui c’è uno ed un solo punto: le banche (e le assicurazioni) italiane sono zeppe di titoli di stato domestici, hanno un home bias insostenibile. In primo luogo per principio di diversificazione del rischio, poi per (naturale) evoluzione delle norme.

Del tutto inutile ed anche patetico, invocare l’unione bancaria quando poi ci si oppone a viva forza a rimuovere gli ostacoli alla sua attuazione. Ed uno degli ostacoli è esattamente quello dell’eccesso di concentrazione di titoli di stato. Piuttosto surreale che, nel commento, Sforza Fogliani si lamenti che questa spiacevole situazione porti al “crollo delle banche”, alla fuga dei depositanti e crei problemi agli istituti. Che è come dire: ehi, ma noi siamo bravi, oculati, prudenti, non prestiamo ad mentulam canis né agli amici degli amici. E allora, perché ci sta accadendo questo, perché? Chiaramente un complotto dei burocrati e degli stranieri!

Per ragionare in questi termini occorre ritenere che i nostri titoli di stato non abbiano rischio alcuno. Il che ci porta, nell’ordine, fuori dalla realtà o dall’euro. Ogni altra motivazione è semplicemente irrazionale. Le banche italiane hanno avuto l’irripetibile opportunità di diversificare il proprio portafoglio durante il QE della Bce, cedendo i titoli di stato domestici. Di fatto, non è accaduto.

La situazione che abbiamo davanti, oggi, a causa del nesso banco-sovrano è quella di istituti più deboli che entreranno in sofferenza, e che potrebbero essere costretti a ricapitalizzare. Ed ovviamente, i soldi non ci sono o costano carissimo. Anche ai contribuenti italiani, nel caso di MPS. L’alternativa è che le banche attuino una pesantissima stretta al credito. Altro che Pil nominale che cresce del 3,5% medio annuo nel prossimo trimestre, come si può divinare dai numeri (inesistenti al momento) del Def.

Provate a mettere in fila le stelle. Abbiamo una Federal Reserve che sta procedendo sulla strada dell’aumento dei tassi d’interesse, e che mantiene un robusto ottimismo sulla congiuntura americana; i grandi fondi internazionali si stanno posizionando per una sequenza di aumenti dei tassi statunitensi che potrebbe superare le previsioni; in Eurozona, la Bce sta per completare il programma di acquisti. Tutto, ma proprio tutto, “congiura” per arrivare in testa agli anelli deboli della catena, tra i quali in prima fila c’è un piccolo paese devastato dalla propria sovrana ignoranza, che ha deciso di accelerare la propria corsa verso il muro. Ricorda molto quello che accade ai paesi emergenti quando il dollaro si apprezza, in effetti. E l’Italia è un paese emergente, o meglio in via di immersione. In cosa, meglio non dettagliarlo.

Ovviamente, pensare oggi di ridurre l’esposizione ai titoli di stato è un puro nonsenso. L’operazione andava fatta negli ultimi tre anni, non esattamente una finestrella temporale, no? Oggi vi beccate tutto quello che accade, signori banchieri. Se le norme europee, che non sono adottate da “burocrati” ma da esponenti politici di stati nazionali che guardano al proprio interesse, esattamente come dovremmo fare noi italiani (ma non accade, perché meglio esibirsi in jam session di rutto libero o sporgersi bercianti da balconi) sono fatte per segregare ulteriormente il rischio Italia, visto che la comunità degli stati europei sta trattando con un membro che ha deciso di minacciarle e ricattarle, questi sono gli esiti.

E c’è dell’altro: se i detentori esteri del nostro debito si mettono a vendere per benino, siamo semplicemente fottuti. E scusate il tecnicismo. Ad un certo punto, nel commento di oggi, Sforza Fogliani si chiede: “ma dobbiamo proprio continuare a farci male da soli?” Ottima domanda. Peccato che sia tragicamente mal riposta, visto che è indirizzata alla presunta incapacità italiana di opporsi ai burocrati e di continuare a permettere alle proprie banche di occultare le perdite sui titoli di stato nel portafoglio di proprietà.

P.S. L’amministratore delegato di Ubi Banca, Victor Massiah, ha dichiarato che la sua banca ha ridotto la presenza di titoli di stato in bilancio dal 90 al 60%, e che entro il 2020 scenderà al 50%. “Gli investitori non vogliono avere una concentrazione eccessiva su un singolo asset”. Ottimo, direi che il 50% è misura di “prudente diversificazione”. A volte mi pare davvero di vivere in una puntata di Black Mirror.

P.S.2: Gira, tra le innumerevoli altre, la voce che il governo, su spinta del M5S, potrebbe ridurre la deducibilità degli interessi passivi delle banche ed altre misure fiscali punitive, cioè aumentarne il costo della raccolta. Se vero, si tratterebbe di una misura che causerebbe l’immediato aumento del costo del credito. Che, coincidenza singolare, arriverebbe proprio nel momento in cui le banche sarebbero costrette a stringere il credito, causa allargamento dello spread. Un vero peccato che un paese non possa invocare la perizia psichiatrica quale attenuante ai misfatti dei propri governanti.

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