Gli stratosferici costi di un collocamento miraggio

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

qualcosa non torna nei conti esposti dal ministro Di Maio nella sintesi del progetto del reddito di cittadinanza. Si prevede, infatti, di compensare le agenzie private che trovino “la proposta giusta” di lavoro (si immagina, quindi, la proposta che si traduca poi in assunzione) con il triplo dei 780 euro previsti per la persona beneficiaria del Rdc, cioè 2.340 euro. Bene. Il reddito di cittadinanza dovrebbe essere assegnato a 6 milioni di persone, ci informa sempre il Ministro del lavoro.

Iniziamo, quindi, a fare qualche conto basandosi sui dati largamente diffusi dalla stampa generalista. Immaginiamo che i centri per l’impiego, anche se opportunamente potenziati, continuino a non intermediare granché e che la loro performance si quadruplichi: sarebbero capaci, quindi di intercettare un 10% circa della domanda di lavoro potenzialmente proponibile ai percettori del reddito di cittadinanza. Immaginiamo che le agenzie private siano più efficienti di tre volte, sicché intermedino il 30% della domanda di lavoro proponibile.

E diamo per scontato che una parte molto significativa dei percettori del reddito di cittadinanza in realtà un lavoro “giusto” non lo troverà entro i 24 mesi, sia per carenza della domanda (da parte delle aziende), sia perché il lavoro proposto non avrà le caratteristiche (durata? Tipologia?) per essere considerato congruo, sia perché anche con tutta la formazione proponibile, alcuni beneficiari non potranno facilmente superare il gap di competenza necessario per ottenere un’assunzione. Diciamo che questa parte significativa ammonti al 30% dei beneficiari. Quindi, quelli effettivamente avviabili al lavoro si ridurrebbero d 6 milioni a 4,2 milioni. Poniamo che un 30% si collochi autonomamente. Resterebbero da avviare circa 2,940 milioni di beneficiari.

Poniamo che tutti ottengano il lavoro congruo. Circa 300.000 aziende si avvarrebbero della mediazione dei centri per l’impiego pubblici; a tali aziende andrebbero, quindi 2.340 euro, che moltiplicai per 300.000 determinano una spesa di 702 milioni. Se le agenzie private intermediassero il resto, avvierebbero circa 2,3 milioni di persone, acquisendo il diritto a 2.340 euro per ogni avviamento. La spesa sarebbe di 5,382 miliardi, per una spesa totale di poco oltre 6 miliardi di euro, sommata a quella attivata dai centri per l’impiego.

Ebbene, Titolare, dove sono i finanziamenti di questa spesa? Non risulta che sia stata prevista e se si ritiene di reperirla nei 9 miliardi complessivi, ci si deve augurare che l’algoritmo del Mississippi sia capace di abbinare domanda ed offerta di lavoro a grandissima velocità, per far sì che la percezione del reddito di cittadinanza duri pochissimo, così da lasciare risorse disponibili per la spesa vista prima.

Anche ammettendo che i successi dell’intermediazione siano complessivamente pari alla metà (sarà difficile che un lavoro possa considerarsi “congruo” se inferiore a 6 mesi ed a un compenso mensile a sua volta inferiore al reddito stesso di cittadinanza), comunque occorrerebbe spendere circa 2,65 miliardi per gli incentivi alle assunzioni. Ma, anche di simile spesa non è noto il finanziamento.

Vi sarebbe anche da sottolineare che il coinvolgimento, opportuno, delle agenzie private nella funzione di intermediazione costa, come è normale che sia. E costa tanto.

Ciò conferma alcune conclusioni che spesso non sembrano essere prese in considerazione. Le politiche attive per il lavoro sono molto onerose. Non è un caso che la Germania sostenga una spesa che oscilla tra i 9 e gli 11 miliardi, mentre in Italia dove iniziative come l’Hartz IV, al quale il reddito di cittadinanza in qualche modo si ispira, non vi sono mai state se non a livello embrionale e sperimentale, oscilla tra i 500 e i 700 milioni.

In secondo luogo, per avvalersi di soggetti che attivino i disoccupati per inserirli in politiche attive come il reddito di cittadinanza occorre sostenere spese, sia per incentivare le aziende ad assumere i beneficiari, sia per pagare le agenzie private.

Le stime, certamente approssimative, proposte sopra dimostrano che le agenzie private se fossero capaci di inserire al lavoro 1 milione di disoccupati, riceverebbero compensi per 2,340 miliardi. La scelta, quindi, di eventualmente non potenziare i centri per l’impiego, ma di avvalersi delle agenzie non è gratis: comunque ingenti somme pubbliche andrebbero erogate. Senza dimenticare che i soggetti coinvolti nel progetto resterebbero privati solo come personalità giuridica, ma sarebbero da considerare pubblici a tutti gli effetti quali gestori di risorse pubbliche e, quindi, anche sottoposti alla giurisdizione contabile della Corte dei conti.

Infine, un’annotazione sul Mississippi, preso a modello dell’immaginifico algoritmo software che dovrebbe compiere il miracolo di inserire nel mondo del lavoro milioni di persone in pochi mesi.

L’approfondimento che Ella, Titolare, ha riportato nel Suo commento al progetto del Ministro Di Maio ci dice due cose.

La prima: nel Mississippi il tasso di disoccupazione attuale dello Stato era a maggio del 4,7% e che l’obiettivo è portarlo, anche grazie alla collaborazione di Mimmo Parisi, al 2%. Non sembra proprio che si tratti di numeri e situazioni minimamente paragonabili a quella italiana.

La seconda: per far sì che l’algoritmo funzioni, il prof. Parisi spiega che è necessario che le imprese informino lo Stato delle proprie esigenze di assunzione a due-tre anni. Ciò conferma che uno dei problemi del mercato del lavoro consiste nella sua opacità. Anche in una realtà come il Mississippi, a basso tasso di disoccupazione, le “magie” del software di incontro domanda/offerta non possono che dipendere da una forte manifestazione della domanda.

In Italia non c’è alcun efficiente sistema, né spontaneo, né incentivato, che porti i datori a rendere conoscibile la propria domanda di lavoro, meno che mai la loro programmazione a medio lungo termine.

Questo è un problema che rende il mercato del lavoro italiano particolarmente vischioso e difficile, ed ancor più complicato il compito tanto dei centri per l’impiego, quanto delle agenzie private, di intermediare ed è una delle ragioni del basso tasso di efficacia di entrambi i sistemi (le stime Isfol sono il 3% per i primi ed il 6% circa per i secondi). Nessun progetto di politica attiva del lavoro o mista sociale e lavorativa potrà mai davvero funzionare se non si interviene su questo versante.

Probabilmente il rischio concreto è che le stime proposte in questi pixel siano del tutto ottimistiche e che la spesa derivante da inserimenti lavorativi risulterà irrisoria, proprio – anche – a causa della impenetrabilità del mercato del lavoro, che renderà verosimilmente poco utile qualsiasi algoritmo software.

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Colpisce sempre il grado di psichedelia nelle stime mirabolanti e nei costi terrificanti che questi personaggi riescono ogni volta a presentare, restando seri. Deve essere una tecnica di comunicazione che si sposa alla perfezione con l’analfabetismo funzionale di ampia parte della popolazione italiana, che non sa far di conto. Ma il tempo è galantuomo anche nella centrale mondiale dell’analfabetismo funzionale. (MS)

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