Attacchi alla Fed e petrolio low cost: Donald Trump è rimasto agli anni Ottanta

La Federal Reserve frena sulla corsa ai rialzi dei tassi. Il tycoon festeggia ma dazi e calo del greggio sono un boomerang

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il presidente della Federal Reserve, Jay Powell, nei giorni scorsi ha in apparenza trasmesso un segnale accomodante sul percorso della politica monetaria statunitense, dichiarando che la serie di rialzi ha portato i tassi ufficiali “appena sotto” il livello neutrale. Un cambiamento rilevante, visto che lo scorso 3 ottobre lo stesso Powell ebbe a dichiarare che i tassi erano “ben lontani” dalla neutralità, causando alta volatilità dei mercati ed una forte correzione all’azionario.

Ad oggi, le stime dei governatori Fed prevedono per il 2019 tre aumenti dei tassi ufficiali da un quarto di punto percentuale l’uno ma c’è grande attesa per le nuove stime, che saranno comunicate al prossimo meeting della banca centrale statunitense, il 18 e 19 dicembre, quando con alta probabilità verrà deciso un ulteriore rialzo di 25 punti base. Le dichiarazioni di Powell, che ha ribadito la sua valutazione ottimistica circa la forza della crescita americana, piaceranno a Donald Trump, che da settimane si lamenta in modo assai vocale contro i rialzi dei tassi della Fed.

La strategia di Trump è molto trasparente, nella sua rozzezza: criticare la banca centrale che procede a normalizzare la politica monetaria (non siamo ancora ad una restrizione vera e propria), dopo una riforma fiscale ed un ulteriore pacchetto di stimolo a inizio 2018 che spingono un’economia già al pieno impiego.

Oltre che scontato, l’approccio trumpiano appare piuttosto datato. La Casa Bianca sta barattando l’appeasement verso l’Arabia Saudita, dopo il brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul, col plateale invito a Riad a tenere basso il prezzo del greggio.

Trump ragiona come fossimo ancora negli anni Ottanta o giù di lì: basso prezzo del petrolio uguale spinta ai consumi statunitensi. La realtà è più complessa: oggi, con gli Usa primo produttore mondiale di greggio, dopo il boom dello shale oil, forti cali di prezzo riducono gli investimenti nel settore petrolifero, danneggiando la crescita americana.

Le reazioni della Casa Bianca alla complessità del mondo sono ampiamente prevedibili: dopo la decisione di General Motors di chiudere impianti negli Stati Uniti, Trump minaccia di imporre dazi sulle importazioni di auto perché (a suo dire) le difficoltà di GM sarebbero dovute a “concorrenza sleale” dall’estero. In realtà gli Usa hanno un surplus commerciale nel settore auto (cioè esportano più di quanto importano), e la stessa GM vende più auto in Cina che in patria. Per tacere del fatto che i dazi su acciaio ed alluminio imposti da Trump stanno danneggiando i produttori statunitensi. Da nuovi dazi sulle auto gli Usa rischiano quindi di subire danni rilevanti.

Non solo: la Casa Bianca ed i suoi consiglieri economici sembrano ignorare che il protezionismo, in quanto shock negativo dal lato dell’offerta (e che tende a produrre inflazione), non può essere contrastato con politiche monetarie espansive. Trump farebbe bene a tornare al ventunesimo secolo, e in fretta.

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