La via della seta per aspiranti incravattati

Ieri mattina, come spesso accade, i giornali italiani sono stati presi in contropiede da un articolo della stampa estera. Questa volta è stato il Financial Times, che ha postato sull’edizione online la notizia del forte malumore di Washington e della preoccupazione di Bruxelles per l’Italia che starebbe per diventare il primo paese del G7 a sostenere formalmente la Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino. Al termine di una giornata che ha visto i nostri giornalisti impegnati a inseguire le notizie date da fuori, ecco quello che potremmo aver compreso.

Italia e Cina dovrebbero firmare un protocollo d’intesa (Memorandum of Understanding, MoU), in occasione della visiti del leader cinese Xi Jinping in Italia, il 22 e 23 marzo, a Roma e Palermo. Un MoU è una cornice che dovrebbe regolare i futuri accordi operativi in ambito di investimenti infrastrutturali e commercio.

Gli americani sono partiti lancia in resta contro l’ipotesi di cooperazione, che cade in un momento di forti tensioni commerciali e strategiche con la Cina, oltre che del “caso Huawei”, che scuote anche l’Europa, in vista della realizzazione delle reti 5G. Il sottosegretario al Mise, Michele Geraci, che da un decennio ha rapporti molto stretti con la Cina, essendo docente a Shanghai, si è precipitato a precisare che “si tratta solo di una cornice per futuri accordi” ma le cornici servono di solito per ospitare i quadri, non per restare vuote.

Geraci ha poi precisato (ascoltate l’intervista di Sebastiano Barisoni su Radio24, ieri), che nostro obiettivo è quello di esportare i prodotti italiani, oltre che di permettere alle nostre imprese di essere associate a quelle cinesi nei grandi appalti in giro per il mondo. E sin qui, tutto meraviglioso: la Cina svolgerebbe al meglio il suo fondamentale ruolo di Onlus globale. Non come quegli imperialisti yankee che schiavizzano i popoli, signora compagna mia.

Mentre attendiamo con ansia di vedere vino e alimentari tricolori spediti in Cina in quantità industriali, magari via ferro da Trieste, è utile ricordare che Geraci non ha detto molto riguardo ai target di investimenti infrastrutturali cinesi da noi, se non che si tratterebbe di investimenti greenfield, cioè sorti in aggiunta ed affiancati ad aree esistenti, da sviluppare. Ma le cose non sono così semplici.

Intanto, come ben sappiamo, la BRI è diventata un serio problema per i paesi asiatici che credevano di essere felicemente inondati da soldi cinesi e si sono trovati incravattati di debito, come ben sanno in Pakistan e non solo lì.

Con la Cina ci sono due ordini di problemi: il primo è, per l’appunto, quello dei loro investimenti diretti infrastrutturali; il secondo è quello delle acquisizioni di asset strategici per il paese target, si tratti di tecnologia o di reti elettriche.

Sui primi, è certamente interessante che un governo che sinora ha paralizzato tutte le grandi opere infrastrutturali con improbabili analisi costi-benefici, sommate a problemi col codice degli appalti, sia così determinato a farsi entrare in casa una superpotenza abituata a secretare i contratti di appalto firmati in giro per il mondo. Ma così vanno le cose, con questo governo sovranista. Che, se ricordate, è quello talmente orgoglioso e indipendente che aspirava a farsi comprare i Btp sia da Pechino che da Mosca, povera stella. Ricordando anche che il sottosegretario Geraci è quello che puntava ad accasare Alitalia con un vettore cinese.

Parliamo peraltro dello stesso governo e della stessa maggioranza che ambirebbe a chiacchiere a bloccare il CETA (ma è da un po’ che non se ne parla, forse perché l’export italiano in Canada va bene?) e in generale tutti i trattati di libero scambio in cui è presente un panel arbitrale di risoluzione delle dispute tra stati sovrani ed investitori (ISDS), e che portandosi la Cina in casa rischia di avere il massimo dell’opacità contrattuale. Parliamo anche di una maggioranza e di un esecutivo che possono contare su prestigiosi economisti secondo i quali l’investimento diretto estero è una schiavitù da evitare, ove possibile. Stampare, e stamperemo.

A parte queste amenità, è utile ricordare che la Cina è pesantemente investita in Europa a livello infrastrutturale in Grecia ed in Portogallo. Mentre nel primo caso si ricorda soprattutto l’acquisizione cinese del porto del Pireo, vista da molti qui in Italia come la più profonda cicatrice delle devastazioni che l’Eurozona avrebbe inflitto alla Grecia, costringendola a svendere i suoi gioielli, è tuttavia in Portogallo che il capitale cinese sta dilagando.

I cinesi stanno infatti per acquisire il controllo di Energias de Portugal, la maggiore utility elettrica del paese (un po’ come se l’Italia cedesse il controllo di Enel a Pechino), oltre al maggiore assicuratore, al principale gruppo ospedaliero privato, ad un quarto dell’operatore della rete elettrica nazionale, ed al 27% della maggiore banca portoghese quotata. Senza contare che Huawei ha firmato un accordo con un operatore mobile nazionale per lo sviluppo delle reti 5G.

In questo tripudio di acquisizioni, Francia e Germania stanno sensibilizzando il continente ad uno scrutinio più serrato degli investimenti cinesi in settori strategici, e proprio il 21 marzo, cioè il giorno prima della visita italiana di Xi, è prevista una riunione degli stati Ue a Bruxelles per sviluppare un approccio comune verso gli investimenti cinesi, da implementare poi a livello nazionale, mentre il 9 aprile si terrà un vertice Ue-Cina.

Che la BRI avesse opacità e criticità è cosa nota dalla sua nascita, anche se quasi tutti i paesi occidentali hanno versato un chip nella banca d’investimento infrastrutturale multilaterale creata dai cinesi per scimmiottare le istituzioni occidentali e tentare di spostare il baricentro geostrategico dal proprio lato del mondo, sostituendosi ad un’America trumpiana neo-isolazionista, sempre a parole.

Forse l’Italia, che tende ad avere caratteristici ritardi cognitivi, è arrivata “lunga” al momento in cui si stanno formando blocchi geopolitici assertivi, ed in cui la globalizzazione appare in ripiegamento o in ridefinizione meno naïf e panglossiana. La Ue non è messa benissimo, in questo gioco di blocchi, visto che restano visioni nazionali divergenti e non è affatto scontato che il propulsore franco-tedesco allinei l’intera regione dietro la strategia dei campioni europei, meglio se franco-tedeschi.

Anche perché gli interessi nazionali sono più che mai vivi, come dimostra la vicenda del governo olandese che compie una “scalatina” del 14% ad Air France-KLM per tutelare soprattutto il suo gioiello Schiphol, suscitando una buffissima reazione liberista nel governo francese. Sono tempi interessanti.

Come che sia, è davvero singolare, oltre che parte della grottesca commedia dell’arte che stiamo vivendo in Italia da alcuni mesi, che un esecutivo impotente e paralizzato, che vive solo per il fatidico 26 maggio dove non accadrà assolutamente nulla e che teorizzava i famosi dazi asimmetrici (quelli dove io esporto a te ma tu non devi fare lo stesso con me), riesca ad avere questo mirabile tempismo da ritardati. Siamo sovrani, cerchiamo disperatamente capitali esteri, purché sia chiaro che è colpa di Germania e Francia.

E che accadrà ora, visto che l’idolo dei nostri sovranisti con le pezze al culo, Donald Trump, ha emesso il suo grugnito di dissenso? Pensate, proprio lui, Trump: quello che doveva dare ordine di comprare i nostri Btp per liberarci dal giogo franco-tedesco. Non lo ricordate? Era praticamente ieri, eravamo sovrani e accattoni. E lo siamo anche oggi, pare. Ahi, serva Italia.

  • Lettura complementare consigliata: questa analisi del Financial Times, che prevedibilmente rileggeremo su qualche giornale italiano spacciata come propria, in cui della BRI si fornisce questa lievemente inquietante caratterizzazione:

Quindi, diciamo che l’Italia tenta di raccogliere benevolenza esponendo in bella mostra l’adesivo “Io sostengo la BRI”. Il resto seguirà. Ma la BRI punta anche al suo bel corridoio ferroviario ad alta velocità, quello che dovrebbe collegare Budapest ad Atene (al porto del Pireo, per essere precisi) e di cui la tratta di origine, Budapest-Belgrado, è in corso di realizzazione. Meraviglioso contrappasso per i nostri no-Tav. Che dite, chiediamo ai cinesi se vogliono farsi un giro in Val Susa, partendo da Trieste?

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