Alitalia, vado pazzo per i business plan ben riusciti

Chiunque creda davvero che il prossimo 31 ottobre si giungerà alla definizione del nuovo assetto societario di Alitalia, se la faccia passare: il nostro prestigioso esecutivo, per mano e bocca del suo imprescindibile vicepremier e bisministro, Luigi Di Maio, sceglierà la via della proroga alla proroga. Ma nel frattempo è “divertente” assistere agli spasmi dialettici della nostra sovrana compagnia di giro.

Ieri Di Maio, intervistato da Oscar Giannino e Maria Latella a Radio24, ha detto che FS può essere un “partner tecnico” per Alitalia. E già qui, non è chiaro. Forse FS fornirà al personale del vettore l’abbigliamento da jogging con logo? Il catering? Gli hangar? Le biglietterie? Ah, saperlo. Ma Di Maio, che in questi mesi di esperienza governativa si è segnalato per la frase con la quale apre ogni porta (“i soldi ci sono”), ha detto infatti che sarebbe FS a “trovare i soldi sul mercato”, dopo essere diventata azionista di Alitalia. Panico nei mercati rionali, dove le signore ormai girano con la borsetta ben stretta al petto.

Dopo aver appreso il significato del termine “equity”, Di Maio si è però perso con le quote societarie. Ieri, a Radio24, ha infatti detto che FS

«Non è detto che debba mettere chissà quali soldi, poi potrà decidere se entrare nell’equity»

Peccato che qualcuno debba essere azionista, cioè avere la famosa “equity” di cui parla Di Maio, meglio se tricolore al 51%. Se promettete di non dirlo a nessuno, sono in grado di spiegarvi da dove origina questa frase di Di Maio. Tutto nasce dalla questione del prestito-ponte, la sciagurata scelta del precedente governo, che è un ibrido che viola le norme comunitarie e che quasi certamente verrà sanzionato.

Tra la ricca dotazione di cose che paiono sfuggire a Di Maio vi è il fatto che qualcuno deve rimborsare quel prestito. E ovviamente quel qualcuno deve essere l’acquirente di Alitalia. Quindi, ipotizzando che il valore economico del vettore sia zero, Fs dovrebbe comunque sborsare un miliardo circa, per accollo di debito e interessi. Qualcuno pensa che questa operazione, tutta interna al settore pubblico italiano, si svolgerebbe a condizioni equivalenti a quelle di mercato? No, vero? Spoiler: chi lo pensa, crede che il valore dell’equity di Alitalia sia un sontuoso zero anziché un numero negativo.

Cosa intendeva Di Maio, quindi? Che il valore dell’equity della vecchia Alitalia è oggi effettivamente zero, ma ovviamente ciò non può valere per la nuova compagnia. Qualche discendente del maestro Alberto Manzi deve aver spiegato a Di Maio il concetto di enterprise value, la somma di equity e valore del debito. La prima voce oggi è zero (e anche meno), la seconda è circa un miliardo di euro. Giggino ha capito che FS deve mettere “solo” la seconda, il miliardo. Ecco da dove origina la frase sul “poco equity”. Ci vuole pazienza.

Chiarito questo equivoco da business school socialmente utile, serve ristrutturare la compagnia, creando una Bad Company che accolga gli esuberi, perché diversamente nessun partner entrerebbe. Interessante il fatto che il vice premier abbia definito FS “il principale concorrente di Alitalia”, mostrando ancora una volta di aver capito tutto della realtà che minacciosamente lo avvolge, in una nuvola di malevolenza. O meglio, la frase è monca: “il principale concorrente di Alitalia sulla tratta Milano-Roma”. Sulla Milano-Roma, solo Frecciarossa: questa pare infatti essere la meravigliosa leva del piano strategico per TrenAlitalia, ed il senso del concetto di “intermodalità” secondo Di Maio & C. Non solo accordi commerciali tra treno e aereo, che ovviamente non richiedono scambi azionari. Siete dei malpensanti ed anche dei fiumicinanti: non è così stupido.

Dopo di ciò, serve un partner industriale vero, cioè un vettore, perché nel frattempo si è scoperto che le carrozze dei treni non hanno la canalina laterale per accogliere l’apparato alare ripiegato. Qui, ahinoi, pare che gli amici cinesi del sottosegretario Michele Geraci si siano fatti di nebbia; quindi l’advisor dell’amministrazione straordinaria, Rothschild, avrebbe invitato gli americani di Delta a presentare un’offerta vincolante entro il 31 ottobre. Almeno, questa è la ricostruzione del Messaggero di oggi, che su questi arcana romani è notoriamente ben informato.

La cosa più singolare è che Delta sinora manco ha messo il naso nella data room di Alitalia, e se ciò non è ancora accaduto sarebbe utile capire perché, prima di invitarla a fare offerte vincolanti. Forse perché, al momento, non esiste ancora un’ipotesi di Bad Company dove piazzare i numerosi esuberi del nostro sovrano vettore? Vai a saperlo, il mondo proprio non capisce noi né i nostri business plan. E dire che Di Maio, prima di donarsi alla Patria, era impegnato in una non meglio specificata “startup”, quindi qualcosa dovrebbe intuire. Oltre a ciò, dovrebbe anche intuire che un partner industriale extracomunitario riprodurrebbe i problemi visti con Etihad, al netto di incompetenza manageriale, e che non essendo comunque una onlus, sarebbe pure così insensibile da pretendere redditività e leve del comando. Avete un dividendo, al posto del cuore.

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