Un paese contromano

Oggi su L’Economia del Corriere c’è un’analisi di Quota 100 realizzata da Alberto Brambilla, presidente del centro studi Itinerari previdenziali ed ex consulente della Lega in materia pensionistica. Sono valutazioni che confermano quello che diciamo da tempo: anche l’altro “grande” provvedimento di questo governo sfascia-conti, oltre al reddito di cittadinanza, si risolverà in un danno di lungo periodo per casse pubbliche e contribuenti.

Intanto, l’impatto finanziario della misura:

Tra mancato flusso di contributi in entrata nella casse dell’Inps e maggiori spese per le prestazioni anticipate, si può stimare un costo totale dell’operazione attorno ai 30-33 miliardi, ipotizzando 300 mila persone che approfittino di quota 100 nel triennio con durate medie dell’anticipo tra i 4,5 anni e un anno e mezzo. Cifra che tiene conto anche di altre due opportunità concesse a chi vuole lasciare in anticipo il lavoro come l’opzione donna e la possibilità di tagliare il traguardo con 42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne.

Sono bei soldini, non trovate? Diciamo che il costo di comprarsi le elezioni europee (e le politiche che seguiranno a ruota) è piuttosto elevato, in complesso. Soprattutto considerando il deterioramento del quoziente attivi/pensionati. Secondo Brambilla, ipotizzando a fine 2019 circa 250 mila nuovi pensionati, avremmo un calo del quoziente di circa l’1,5%, oltre allo sbilancio finanziario tra maggiori erogazioni pensionistiche e minori contributi.

Quanto all’effetto finanziario, secondo Brambilla, ipotizzando che dopo il 2021 si torni al regime della legge Fornero, e non alla stabilizzazione di quota 41 anni di contributi per uscire, come invece afferma la Lega, nel 2026 sarebbe annullato e normalizzato.

Molti di voi diranno: ma le stime di Brambilla si basano su bassi tassi di rimpiazzo dei pensionati, mentre il governo prevede almeno una sostituzione alla pari, ed in alcuni casi abbiamo sentito deliri del tipo tre nuovi ingressi per ogni pensionato, nelle grandi controllate pubbliche. In attesa che questa stima prenda corpo (magnate tranquilli), e ipotizzando un rimpiazzo alla pari nella pubblica amministrazione, vediamo le stime di Brambilla sul settore privato.

La premessa è l’andamento negativo dell’economia, che ostacola le nuove assunzioni e favorisce la fuoriuscita della forza lavoro marginale: professionalità obsolete e fasce deboli. Questa tende ad essere la platea dell’Ape Sociale. Secondo Brambilla, sarebbe stato preferibile porre l’onere di queste uscite in capo ad aziende e lavoratori, con fondi di solidarietà come quello dei bancari. Invece, con quota 100, il costo ricadrà in capo alla fiscalità generale.

Certo, servirebbe anche capire se e come le aziende avrebbero accettato maggiori oneri per i fondi bilaterali settoriali, ma quello è altro discorso. Credo che molte imprese, in modo miope, saranno grate al governo per aver permesso loro di liberarsi di forza lavoro senza oneri diretti, in questa difficile fase congiunturale. Ecco quindi le stime di Brambilla:

La maggior parte dei circa 53.000 lavoratori dipendenti del settore privato che al 21 marzo hanno presentato domanda per quota 100 daranno luogo a pochissimi posti di lavoro per i giovani, forse meno di un 10%. Quanto ai 17.200 autonomi è più facile che, una volta andati in pensione, intesteranno l’attività ai familiari e proseguiranno in «ombra». Molti, soprattutto al Sud, avranno anche diritto all’integrazione al minimo per gli scarsi contributi versati. Se consideriamo poi, che gran parte delle domande provengono da aree in cui operano piccole e micro imprese industriali, ma soprattutto di servizi e turismo o nell’agro alimentare, il divieto di cumulo che nelle intenzioni del legislatore avrebbe dovuto bloccare l’esodo, darà invece luogo ad un incremento del lavoro irregolare.

Molto chiaro, no? Nel settore privato usciranno i marginali e le aziende avranno beneficio netto (a parte quello che accadrà quando il debito aggiuntivo così creato dovrà essere ripagato). Anche le gride manzoniane sul divieto di cumulo sono sistemate, come da attese. E per il settore pubblico?

Restano infine i 30.500 dipendenti pubblici che andranno a sguarnire settori vitali come la scuola, la sanità e anche l’Inps: per questi la palla passa al governo. Certo che per fare lavorare i giovani, dover pagare lo stipendio doppio (uno al pensionato e uno al neo assunti) non pare un grande affare tenuto altresì conto della grande perdita di professionalità nel trade-off.

A posto anche qui. Proviamo a riflettere sul fatto che i due provvedimenti-chiave del governo dovevano lavorare in modo complementare, riattivando il mercato del lavoro e colmando le uscite per pensionamenti. Invece, credo che anche i sassi abbiano capito che il reddito di cittadinanza sarà un incentivo all’inattività sostanziale, pur se non a quella statistica. Il combinato disposto delle due misure sarà maggiore spesa corrente, maggior tasso di dipendenza, minor tasso di partecipazione alla forza lavoro.

Un paese contromano, in pratica. Che però troverà modo di incolpare la Ue per queste misure criminali di politica economica, e questa è l’unica certezza.

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