Quando l’Italia pose le basi del proprio dissesto

Su lavoce.info, un commento di Tommaso Monacelli aiuta a confutare la persistente leggenda metropolitana che vede nella monetizzazione del deficit pubblico da parte della banca centrale la soluzione alle angustie italiane. Vengono individuati due periodi storici in cui l’Italia ha seminato il vento che ora è divenuto tempesta. Occhio alle date, quindi.

La fallace premessa è questa:

La logica sottostante presume che il tasso di interesse che un paese paga sul proprio debito sia “esogeno”, cioè determinato unicamente da fattori esterni (in questo caso la politica monetaria della Fed) e indipendente sia dalle politiche di (dis)avanzo primario che dallo stock accumulato di debito.

In realtà, come dimostra Monacelli, i tassi d’interesse della Fed, dopo la vittoria sull’inflazione da parte di Paul Volcker, sono andati costantemente calando in quella che appare una inequivocabile tendenza di lungo periodo (secolare, come dicono gli economisti), mentre il debito italiano ha invece continuato a crescere. Non esiste una “condanna” a seguire l’andamento dei tassi del paese-guida, in altri termini.

Per capire questo concetto, occorre sapere che l’andamento del rapporto debito-Pil dipende dalla spesa per interessi e dal saldo primario, cioè dalla differenza tra entrate e spesa pubblica esclusa (appunto) quella per interessi. Analizzando l’andamento nel tempo di queste due componenti, vis-à-vis il tasso d’interesse della Federal Reserve, si vede che la politica economica italiana non è stata impiccata dalla dominanza monetaria degli Usa in mercati dei capitali globalmente integrati, ma da qualcosa di rigorosamente nostrano:

I dati mostrano una relazione positiva tra rapporto debito/Pil e spesa per interessi fino a circa il 1992. Nello stesso periodo (1974-1991) il saldo primario rimane sempre negativo, ma il tasso di interesse di riferimento americano precipita da un picco del 18 per cento raggiunto nel 1981 fino a meno del 3 per cento nel 1992. In realtà, nel periodo 1979-1992, la crescita della spesa per interessi è alimentata dalla crescita del debito, che a sua volta riflette le imprudenti e persistenti politiche di disavanzo primario condotte nello stesso periodo.

Fino all’inizio degli anni Novanta, l’andamento esplosivo del rapporto debito-Pil italiano si deve al forte deficit primario, detto in parole povere. Con la successiva convergenza all’euro, l’Italia beneficia di un netto calo della spesa per interessi: i rendimenti sul nostro debito pubblico crollano, grazie al calo del premio al rischio ed alla disinflazione, oltre che da un virtuoso andamento del saldo primario, tornato rapidamente in avanzo. Purtroppo, tale avanzo è stato soprattutto il frutto di congelamenti di spesa e non di riforme vere.

E tuttavia, i governi italiani (indovinate di chi si tratta), decidono di far scomparire l’avanzo primario, forse confortati dal costante calo della spesa per interessi. Da quel momento, e siamo ancora prima della Grande Crisi, il rapporto debito-Pil smette di flettere e riprende a salire. Parliamo del periodo 2001-2006. Un periodo che coincide con una legislatura italiana. Indovinate quale.

In sintesi: c’è stato un “dividendo dell’euro”? Certamente sì, si vede a occhio nudo. È stato sprecato? Certamente sì, nel peggiore dei modi, con spesa corrente. Poi è arrivato l’inverno della Grande Crisi; che è anche crisi di costruzione dell’euro, nessuno lo ha mai negato. Ma se l’Italia avesse approfittato della congiuntura in precedenza eccezionalmente favorevole, una vera discontinuità storica, oggi saremmo in ben altra condizione, e molte prestigiose carriere politiche di venditori di fumo non sarebbero neppure nate.

In tutto ciò, le tesi della monetizzazione, per “accomodare” la crescita, la lasciamo ai tossici del deficit ed agli spacciatori di olio di serpente. Ma anche a quelli che vorrebbero fermare il mondo e scendere. Se vi avanza tempo, provate a identificare quali e quante banche centrali, in giro per il mondo sviluppato, hanno fatto monetizzazione di deficit per sostenere la crescita. Avrete una interessante sorpresa.

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