Se defluisco, uccidetemi

Dell’assertivo “discorso” del presidente della Consob, Paolo Savona, in occasione dell’annuale “incontro” con la comunità finanziaria (che Savona, assai più dei predecessori, ha invece scambiato per l’equivalente delle “Considerazioni finali” del governatore di Bankitalia), merita segnalare un punto dietro cui si cela il Grande Piano di Rinascita Nazionale.

Parliamo della quota di titoli di stato direttamente posseduta dalle famiglie italiane. Pare che la discesa di tale quota susciti la riprovazione del professor Savona. Tra poco sarà chiaro il perché:

[…] la percentuale tenuta dalle famiglie è andata riducendosi, cadendo [sic] nel 2018 al 5,9% del totale in essere (138 miliardi su 2.322). La gran parte è ora nelle mani degli intermediari nazionali (come banche, assicurazioni e fondi comuni) e in minor misura dell’estero.

Con una complessa inferenza, appare evidente che gli “intermediari nazionali” posseggono ampia parte dei titoli di stato in nome e per conto delle famiglie che hanno sottoscritto fondi comuni, pensioni integrative e polizze assicurative. Quindi dovremmo essere sereni, visto che è tutta roba che “resta in casa”. Ma a Savona pare che questa intermediazione non piaccia. Lui rimembra i bei tempi andati, quando le famiglie avevano il possesso diretto dei titoli di stato ed evidentemente non si facevano spaventare dagli orridi speculatori:

Il potere di valutare il rischio di rimborso si è trasferito sul mercato senza un adeguato contrasto alla speculazione, che non di rado trova alimento nell’attitudine delle autorità a usarlo come vincolo esterno per indurre gli Stati membri a rispettare i parametri fiscali concordati a livello europeo.

Non è chiaro cosa sarebbe l'”adeguato contrasto alla speculazione”, ma è chiarissimo che per Savona la medesima è aizzata ed attizzata da misteriose “autorità”. Ad un’analisi più approfondita, scopriamo che tali misteriose entità risiederebbero a Bruxelles e agirebbero da mandanti ordinando alla “speculazione” di intimidire i poveri italiani, vendendo i loro titoli di stato e proferendo minacce mafiose: “che bei Btp che avete, sarebbe un peccato se accadesse loro qualcosa di male”.

Quindi, par di capire, per Savona le cose andrebbero meglio se i titoli di stato italiani tornassero a dormire il sonno dei giusti nei portafogli delle famiglie, senza scorrazzare liberamente in fondi comuni, fondi pensione ed assicurazioni, dove comunque sono fortemente sovra-rappresentati rispetto alla dimensione dell’economia italiana rispetto a quella globale.

Anche qui, nessuno pare aver suggerito al professor Savona che fondi ed assicurazioni italiane hanno la spiccata tendenza a tenere in portafoglio sino a scadenza grandi quantità di nostri Btp, quindi l’effetto finale non cambia. Ma l’economista sardo punta il dito contro quanti investono il risparmio italiano fuori dai patri confini:

Per la comunità europea e globale l’Italia non rappresenta un problema finanziario, ma una risorsa alla quale molti paesi attingono per soddisfare le loro necessità.

Date le premesse pare, quindi, che ci sia una quinta colonna tra gli italiani, colpevole di diversificare i propri risparmi fuori da attività nazionali, obbedendo a teorie (una pare si chiami “diversificazione“) messe in giro dai nemici della Patria. E quindi ecco che il nostro risparmio viene attinto da viziosi parassiti di là dal confine, col cavallo di Troia di questa teoria della diversificazione, frutto di palese controinformazione disseminata nel nostro paese da forze oscure straniere che tentano per questa via di indebolire la Patria. Urge dunque fare qualcosa.

E l’appello di Savona viene tosto colto dal maggior quotidiano economico finanziario italiano, che ieri aveva in pagina un articolo con occhiello e titolo che penso resteranno nella gloriosa storia di quella testata e della nostra nazione:

Ora è tutto chiaro. Il risparmio degli italiani viene deviato in modo criminale verso l’estero, causando l’inesorabile immiserimento della Nazione. L’articolo del Sole rilancia patriotticamente la tesi di Savona:

Non succedeva cosi in passato, quando il debito “sovrano” era parte consistente dei portafogli delle famiglie italiane. Quella voce negli anni si è assottigliata dal momento che i BoT people hanno fatto altre scelte di investimento soprattutto a causa dei bassi tassi di interesse: a fine 2018 il peso dei titoli nella ricchezza finanziaria degli italiani era al 5,9%, dice la Consob, contro il 30% del 1990 calcolato da Banca d’Italia.

Ecco la pistola fumante, signora mia. Dal 30% a meno del 6%. “Soprattutto a causa dei bassi tassi d’interesse”. In effetti, tutti gli italiani che hanno disfattisticamente diversificato acquistando -ad esempio- Bund tedeschi, lo hanno fatto perché quei titoli avevano cedole più alte dei Btp. Giusto?

L’articolo arriva ad intuire che il possesso diretto di titoli di stato si è mutato in indiretto, attraverso altri “intermediari” tricolori:

Negli anni ’90 i risparmiatori italiani erano i primi detentori di titoli pubblici, oggi la gran parte di quei titoli è detenuta in maniera indiretta tramite fondi pensione e gestioni di banche nazionali ed estere.

Ma l’autrice dell’articolo non ritiene di dover divulgare a quanto ammonta questo possesso indiretto, che poi è l’unica cosa che conta per fare un confronto significativo. Deve essere un segreto di Stato, oppure forse è meglio non disturbare la tesi savonesca che possesso diretto è bene, possesso indiretto è male. E infatti, subito dopo:

In termini assoluti i BoT, BTp CcT nei portafogli delle famiglie (pari a 121 miliardi a fine 2017) sono un terzo di vent’anni fa, quando avevano raggiunto il picco di 363 miliardi.

Aridanghete. Questi sono i numeri del possesso diretto, non del totale! Che siano un terzo di vent’anni fa è la più inutile delle informazioni. Ma non perdetevi in queste minuzie, che vi portano fuori strada rispetto al patriottico obiettivo di Savona:

Ecco allora che per limitare il deflusso verso l’estero, Savona auspica «una politica che incoraggi il mantenimento e la formazione del risparmio in tutte le sue forme» al fine di «incanalarlo verso l’attività produttiva». A questo scopo, Consob si porrà come obiettivo «di assecondare la destinazione del risparmio verso le attività che producono crescita reale e benessere sociale»

Niente deflussi, siamo italiani! Le uniche attività produttive, per definizione sono e devono essere quelle domestiche. Se poi, tra queste attività, dovessimo aggiungere il finanziamento della spesa pubblica corrente ed altre patriottiche iniziative, sarebbe cosa buona e giusta. Le famiglie deterrebbero questi titoli sino a scadenza, senza strane e corrosive ubbie circa la solvibilità della Repubblica (che per definizione è assoluta), e potremmo in tal modo portare il rapporto debito-Pil anche al livello “giapponese” 200% ed oltre, senza timori.

Negli anni Settanta una dinamica del genere si chiamava vincolo di portafoglio, se ricordo bene i miei disfattistici studi. Oggi si chiamerebbe risparmio patriottico, da contrapporre all’odioso risparmio deviato. L’altra denominazione utilizzata per questa meritoria prassi di ritenzione del risparmio entro i sacri confini della Patria è “repressione finanziaria”. Come si nota dalla connotazione negativa, anche qui siamo di fronte al frutto avvelenato dell’attività di intossicazione linguistico-culturale straniera, disseminata da alcuni corrotti ambiti nazionali, tra cui alcune facilmente identificabili università. Quando la Patria sarà stata messa in sicurezza, chiunque usi questa espressione sarà isolato dal resto della comunità nazionale e sottoposto a rieducazione.

A supporto ed integrazione della lotta senza quartiere al deflusso del risparmio, oltre che per mantenere lubrificato il sistema produttivo nazionale, è prevista anche l’emissione di cartamoneta interna, con simboli patri, in misura pari a future esigenze di spesa. Sarà quindi attuata la rivoluzionaria e virile “cartolarizzazione dei debiti” (contrapposta alla reazionaria ed effeminata “cartolarizzazione dei crediti“), cioè la loro anticipazione rispetto alla materiale manifestazione.

Sarà un modo plastico per tornare padroni del proprio glorioso futuro. Per iniziare, verrà prevista infatti la distribuzione alle famiglie di nuova cartamoneta in misura pari alle esigenze di spesa pubblica dei prossimi 100 anni, il Secolo d’Italia. Prendiamo a prestito dal futuro, il futuro crede in noi e ci concede il prestito!

Inizia così, con l’entusiastico supporto della stampa patriottica, la cavalcata che ci porterà verso la Nuova Italia, l’orgogliosa potenza sovrana che spezzerà le reni al Venezuela.

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