Dazi sui capitali importati: ultimo ceppo del virus protezionista

Viviamo tempi decisamente interessanti. Sono i tempi in cui è tornato di moda il protezionismo, forse perché non si è ancora toccato il punto di non ritorno, quello in cui il sistema commerciale globale collassa, trascinando con sé l’economia mondiale. Sono anche i tempi in cui c’è chi, per cercare di tenere le posizioni del proprio settore declinante, decide che l’economia del proprio paese ha troppo successo, ed occorre fare qualcosa.

Giorni addietro negli Stati Uniti è stato presentato un disegno di legge bipartisan, che prevede di riequilibrare il deficit commerciale del paese tassando gli acquisti di dollari da parte di non residenti. Non male, vero? In pratica, chiunque decida di investire su attivi in dollari, siano essi obbligazioni o azioni, deve pagare un balzello.

Obiettivo dell’ideona è quello di portare al deprezzamento del biglietto verde e di conseguenza (un flusso causale tutto da verificare, peraltro) aumentare l’export a stelle e strisce. In pratica, si tratta di contrastare con le unghie e con i denti qualsiasi afflusso di capitali negli Usa, visto che l’avanzo del conto capitale (cioè l’afflusso di fondi dall’estero) determina per definizione e identità contabile un deficit delle partite correnti di pari magnitudine. E c’è pure l’immancabile studio macroeconomico a supporto, pensate.

Addio quindi al dollaro come moneta di riserva mondiale. Addio al potere di signoraggio del biglietto verde, quello che Valéry Giscard d’Estaing definì “privilegio esorbitante“; definizione spesso attribuita al generale Charles De Gaulle, che aveva visioni analoghe.

Si tratterebbe, di fatto, della liquidazione volontaria del ruolo imperiale degli Stati Uniti ma anche della straordinaria capacità di quella economia di attrarre capitali e imprenditorialità da tutto il mondo, come invece accade da decenni. Avete una idea di business? Non pensate di svilupparla negli States o sarete tassati a sangue. Gli Usa hanno troppo successo, questa cosa deve finire, sembrano dire i proponenti.

Vade retro, investimenti esteri! Pare essere questo il grido di battaglia del Repubblicano e del Democratico che hanno presentato questo disegno di legge. Che resterà una delle tante bizzarrie dei lavori parlamentari, come se ne vedono ovunque in giro per il mondo, ma che rappresenta la spia di una corrente di pensiero che potrebbe diventare mainstream globale.

Se il capitalismo è divenuto soprattutto finanziario e dotato di una mobilità estrema, e se i suoi benefici non ricadono sulla maggioranza della popolazione, meglio liberarsene. Almeno, questa pare essere la tesi. Fosse così facile. Come se spingere il proprio export fosse azione indipendente dall’ostacolare l’import, cioè l’export altrui. Pare una sorta di “dottrina Di Maio” che sta rapidamente infettando il mondo. Dottrina anche e soprattutto nel senso di ignoranza incoercibile, non fraintendetemi.

Ma è solo una versione alternativa del protezionismo. Anziché mettere dazi sull’importazioni di merci, si mettono su quelle di capitale. Allo stesso modo in cui questa “proposta” è l’immagine speculare di controlli sui capitali. Non si inventa nulla, dovreste saperlo. Tutti questi giochini “intellettuali” possono proliferare solo perché non abbiamo ancora raggiunto il punto di collasso dell’economia globale, e di conseguenza per ora e per oggi chiunque può andare a vendere al proprio elettorato l’idiozia che è possibile comprimere l’import e spingere l’export.

Ignorando che, dopo l’imposizione di dazi e tariffe su merci e capitali, restano solo gli eserciti, per promuovere l’export. Ma forse i proponenti di questi “dazi sui capitali” sono invece consapevoli di ciò, e puntano esattamente a quello. Non si esporti la democrazia con le armi, limitiamoci alle merci.

Ma forse i proponenti non puntano realmente a spingere l’export quanto a sostituire l’import con produzioni domestiche. Questa proposta può (in astratto) trovare orecchie attente negli Stati Uniti, che dopo tutto sui libri di testo sono considerati una enorme economia “chiusa”, che quindi potrebbe fare a meno del commercio estero (non è così ma non sottilizziamo). Pensate invece a quei paesi ben più piccoli che vivono di export, o quasi. Come l’Italia. Dove pure ci sono state prese di posizione contro l’investimento diretto estero, additato come una forma di schiavitù. Il Signore, o chi per esso, rende pazzi quelli che vuol perdere. Dopo averli mandati al governo.

C’erano sicuramente alcuni eccessi da correggere, nella globalizzazione. Occhio a non cadere negli eccessi opposti.

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