La pentola d’oro in fondo all’arcobaleno dello spread

Era fatale: un minuto dopo il giuramento dell’esecutivo demostellato, e ben prima del voto di fiducia alle camere, è partita la girandola di dichiarazioni pre-programmatiche su cosa spendere, e come (non) finanziarlo. Per la maggior parte dei casi si tratta di velleità molto manieristiche, con ostensione della “costituzione più bella del mondo”, che da decenni viene letta da moltissimi come un’unica, ossessiva incitazione a fare spesa pubblica e deficit. Ma oggi pare emergere anche un’altra trovata, decisamente più metafisica, pur se non inedita: il tesoretto dello spread calante.

Riguardo alle prime invocazioni di spesa, segnaliamo l’attivismo dichiarativo del neo ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha già chiesto soldi, molti soldi, per rimpolpare il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) e abolire il ticket di 10 euro sulle ricette per prestazioni specialistiche ambulatoriali.

Speranza prende le mosse da un suo disegno di legge vecchio di oltre un anno, in cui prevedeva di coprire i 600 milioni di abolizione del “super” ticket attraverso l’eliminazione della deduzione forfettaria dei canoni di locazione, che è pari al 35% per le cosiddette dimore storiche.

Quanto all’aumento del FSN di 3,5 miliardi di euro, dal 2020, Speranza aveva trovato una geniale modalità di copertura, mutuata direttamente dalla cassetta degli attrezzi del perfetto legislatore grillino: la riduzione della deducibilità degli interessi passivi per banche, assicurazioni ed intermediari finanziari.

Questa pare essere diventata la copertura omnibus di chiunque depositi alle camere una proposta di legge. Il motivo si comprende agevolmente: colpisce le banche cattivone e fornisce l’illusione che i soldi si possano creare dal nulla. Un vero peccato che gli interessi passivi siano la materia prima delle banche e che aumentare per questa via il costo della raccolta costringerebbe gli istituti a recuperare i maggiori oneri sui clienti, attraverso raffiche di aumenti di costo dei servizi e del credito.

Una bella stretta creditizia, e passa la paura. Certo, non si può pretendere che Speranza, storico dell’Europa Mediterranea, conosca tutte quelle pedanti distinzioni tra percussione, incidenza e traslazione d’imposta. Lui è di sinistra, ha in mano la Carta (che sarebbe la costituzione) e quello è il suo unico spirito guida mentre ascende al Monte (che non è una banca toscana decaduta).

E fin qui, non vi ho detto nulla di rilevante né di serio. Si tratta della solita compulsione italiana a spendere. Dove invece voliamo su vette altissime è sull’ideuzza che pare riemergere in queste ore, e di cui trovate conto oggi sui giornali.

Allora, a me gli occhi e le orecchie: serve creare un fondo per riduzione di imposte alimentato…dal calo dello spread! Ma non è meraviglioso, tutto ciò? Leggete:

[…] un «serbatoio» nel quale far entrare, anno dopo anno, i risparmi che potrebbero arrivare dal calo dello spread, e quindi dei tassi di interesse che l’Italia paga sul proprio debito pubblico. Vincolando lo stesso fondo a una precisa destinazione d’uso, e cioè ad «alleggerire la pressione fiscale», uno degli obiettivi inseriti nel programma dello stesso governo Conte due.

Quindi, vediamo: destinare a riduzione di imposte la riduzione della spesa per interessi su debito pubblico. Sembra l’uovo di Colombo, è l’ennesima trovata partorita dalla disperazione italiana, un paese che ormai vive d’espedienti ed autoinganni, mentre sta inesorabilmente divorando se stesso.

Ipotizziamo che il calo dello spread si produca in un contesto di tassi calanti, e cioè generi minore spesa per interessi. Ciò a sua volta determina, ceteris paribus, un aumento dell’avanzo primario, che serve a ridurre il rapporto tra debito e Pil. Ovviamente, se la crescita nominale del Pil fosse superiore al costo medio del debito, la camicia di forza dell’avanzo primario potrebbe essere allentata sino ad essere tolta.

Se invece ciò non accadesse, l’avanzo primario andrebbe usato per ridurre lo stock di debito e, per questa via, innescare il circolo virtuoso di minori rendimenti richiesti al debito pubblico italiano. Non c’è, per contro, alcuna garanzia che le minori imposte finanziate dal “fondo spread calante” determinerebbero un aumento del Pil tale da compensare il costo opportunità della mancata riduzione dell’avanzo primario.

Ma poi, di che cifra parliamo?

Un calo di 100 punti dello spread vale, in media su base annua, oltre 2 miliardi di euro.

Ora, pensate che la riduzione di un punto percentuale di Irpef, sul primo scaglione d’imposta, costa tra 4 e 5 miliardi di euro. La vedete, la scala dell’assurdità? Ma non è certo l’unica: che accadrebbe in caso di aumento dello spread? Saremmo costretti ad aumentare le imposte? E se invece il calo dello spread si producesse in un contesto di tassi crescenti, e quindi di maggior spesa per interessi? Ovviamente, ciccia.

Pensate anche alla purissima patologia di questa idea: spendersi un minore onere, anziché una maggiore entrata effettiva. Molti anni addietro, Romano Prodi si inventò il fondo di riduzione delle imposte, alimentato dai proventi della lotta all’evasione fiscale. Era una delle innumerevoli pagine del libro dei sogni italiani, non decollò mai, sia per l’alea che per il fatto che il fondo veniva saccheggiato ogni anno per far quadrare, col suo minuscolo apporto, i conti del deficit da ridurre.

Ora siamo saltati ad un livello superiore, nel delirio italiano. Ma non dovete pensare che queste levate d’ingegno siano caratteristiche di sinistra e destra sociale, le nostre termiti ultramaggioritarie. Manco per idea. Questa è anche la posizione di Confindustria, che col suo centro studi ha già preso le misure del tesoretto di derivata seconda del deficit.

Con lo spread a 150 punti base, ecco dieci sontuosi miliardi da spendere. Ma non prodotti in un solo anno, si badi bene: visto che siamo in presenza di tecnici, ecco una proiezione di tesoretto, una specie di cartolarizzazione dell’inchiostro rosso. Come si legge oggi sul Messaggero, per voce degli “analisti” di Confindustria,

Stimiamo un risparmio di spesa per interessi di 3 miliardi di euro nel 2019 e di 6,8 miliardi di euro nel 2020, ipotizzando tassi sul Btp decennale all’l%, corrispondenti a uno spread di circa 150 punti.

Eureka! Prendo un’ipotesi di scenario, la rendo invariante a due anni, e sono ricco! E uso il “risparmio” di un biennio per coprire il deficit del 2020. Comincio a sospettare che San Patrizio fosse italiano, non irlandese. Io però, fossi nel Centro Studi Confindustria, andrei ben oltre. Perché non calcolare il risparmio di spesa per interessi su un decennio, nell’ipotesi di invarianza delle condizioni di partenza, e poi cartolarizzare questo suggestivo risparmio da proiezione, spendendolo tutto nell’esercizio 2020? Ma poi, perché un solo decennio di proiezione? Non sarebbe meglio attualizzare in perpetuità questo tesoretto? Perché questo braccino corto? E andiamo, su! L’ha detto anche il presidente della Repubblica, dopo tutto: cambiare le regole del patto di stabilità. E noi abbiamo una proposta, partorita dal genio italico!

Ecco perché vi dico da anni che la prognosi per questo paese è infausta: perché, ove mai dovessero crearsi le condizioni per una riduzione del rapporto di indebitamento, cioè ove mai il Pil nominale crescesse più del costo medio del debito, quelle risorse non verrebbero destinate a riduzione dell’indebitamento bensì a spesa pubblica, al grido “Dio e la Costituzione lo vogliono!”.

Se ci pensate, la posizione degli stampatori di moneta è solo l’altra faccia (quella meno presentabile) di queste farneticazioni da cartolarizzazione del tesoretto dello spread calante. E ora, andiamo: uniamoci al girotondo nazional-popolare per festeggiare il fatto che a Bruxelles “ci fanno lo sconto”. Ma la mano tesa resta quella di chi mendica un’altra dose di deficit.

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