La PA e i tutor volontari di competenze obsolete

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

la saga della mitologica Staffetta Generazionale è all’ennesimo episodio. Nel cantiere aperto di una legge di bilancio 2020 il cui contenuto sfugge anche a chi l’ha approvata, “salvo intese”, è l’ora delle bozze di emendamenti appunto per la “staffetta generazionale” tra pensionati e nuovi assunti, come informa Italia Oggi del 16 novembre scorso. L’ideona è che i pensionati da non oltre sei mesi potranno, su base volontaria e a titolo gratuito, dare la propria disponibilità ad affiancare, in funzione di tutoraggio, personale nuovo assunto, per non oltre 2 anni. L’affiancamento dovrà avvenire “per incarichi omogenei a quelli rivestiti prima della cessazione del servizio”.

Non si può che osservare come vi sia ancora grandissima confusione sotto il cielo della disciplina delle assunzioni nell’ambito del lavoro pubblico.

Al di là dell’ennesima ondata di stabilizzazioni (praticamente, da Luigi Nicolais in poi nessun inquilino di Palazzo Vidoni ha rinunciato a “stabilizzare i precari”, con l’eccezione di Giulia Bongiorno che forse non ha fatto in tempo) e della stucchevole contradanza sulla durata delle graduatorie e la possibilità di scorrere gli idonei, colpisce ancora l’insistenza sulla “staffetta generazionale”.

Se c’è un meccanismo automatico assolutamente non funzionante è proprio quello della sostituzione, con rapporto di 1:1 dei dipendenti pensionati con dipendenti neoassunti, che svolgano le medesime funzioni e competenze.

Ciò vale soprattutto nel lavoro privato, ma in buona parte nel lavoro pubblico. La ragione è semplice: in un lasso di tempo di circa 40 anni di durata di un rapporto di lavoro, competenze, normativa, mezzi di produzione, regole tecniche, fabbisogni, cambiano, anche radicalmente.

Dimostrazione plateale di ciò è la quasi totale estinzione, in poco più di 20 anni, dei profili professionali di categoria A negli enti locali, come in molte altre amministrazioni.

Ma altre figure sono destinate a breve a scomparire: l’albo pretorio informatico, lo sviluppo della Pec e delle telecomunicazioni e dei sistemi di archiviazione digitali porteranno alla scomparsa di profili come il messo notificatore, l’addetto al protocollo ed archivio cartaceo, l’addetto all’elaborazione testi.

La tanto predicata, ma fin qui non perseguita, semplificazione delle assunzioni per fare fronte all’ondata di 500.000 pensionamenti che è già partita, favorita da quota 100, è stata in questi anni, da qualsiasi governo di qualsiasi colore, giustificata non solo dalla necessità oggettiva di non desertificare i ruoli pubblici, ma anche e soprattutto di modificare i profili e le competenze dei dipendenti.

Non a caso, la legge “concretezza” (56/2019) si spertica nell’indicare che occorre assumere in via prioritaria, figure professionali con elevate competenze in materia di: a) digitalizzazione; b) razionalizzazione e semplificazione dei processi e dei procedimenti amministrativi; c) qualità dei servizi pubblici; d) gestione dei fondi strutturali e della capacità di investimento; e) contrattualistica pubblica; f) controllo di gestione e attività ispettiva; g) contabilità pubblica e gestione finanziaria.

È vero e corretto che molti dei dipendenti pubblici giunti alle soglie del pensionamento hanno competenze digitali incerte e sono stati incaricati in mansioni non del tutto in linea con le necessità ad esempio elencate sopra. Altrettanto notorio è che i dipendenti pubblici sono stati mal distribuiti: occorrerebbero più ispettori del lavoro, più infermieri, più assistenti sociali, rispetto a quanti ve ne sono in servizio. Il rapporto 1:1 sul piano qualitativo, quanto meno, appare solo una chimera.

Puntare, allora, sui pensionati pubblici perché facciano da “tutor” dei neo assunti appare un errore clamoroso, sotto molteplici aspetti.

In primo luogo non si può non sottolineare l’incoerenza di, prima, accelerare il pensionamento di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici (con estremo aggravio di costi per il bilancio pubblico); per, poi, sostanzialmente invitarli a restare a lavorare, per il lavoro di tutor.

Un lavoro, però, “volontario”, cioè non retribuito. Certo, essendo volontario non è una corvée: ma urta contro ogni principio di sinallagmaticità dei rapporti economici la prestazione di un’attività funzionale all’organizzazione datoriale la circostanza che qualcuno chiamato a “formare” neo dipendenti presti questa funzione gratuitamente.

Non c’è, poi, molto di più opaco di un volontariato, che può nascondere anche la conservazione di rendite di posizione e di relazioni, che poi possono essere il compenso occulto alla gratuità di facciata.

Non si capisce, poi, come coorti di lavoratori stanchi, poco informatizzati e spesso inquadrati in profili e mansioni non più al passo coi tempi possano fare da tutor a nuovi lavoratori.

Insomma, pare trattarsi della solita “ideona”, senza la capacità di modificare paradigma e metodi, che finisce per perpetuare abitudini e lasciare i problemi aperti.

Se aggiungiamo che da 10 anni le spese per la formazione sono congelate ai livelli di quelle, già irrisorie, del 2009, ridotte del 50%, si ha la dimostrazione che il Legislatore continua a non aver chiaro quale sia il corretto modo di aggiornare e modernizzare il lavoro pubblico. Ed è fermo a misure che sanno molto di slogan, di natura prevalentemente emergenziale, come il ricorso ai pensionati nella sanità per rimediare alle carenze d’organico create anche da una disastrosa programmazione universitaria (e dall’altrettanto criticabile sistema di tetti alle iscrizioni e alle specializzazioni). Il pensionato che supplisce alle carenze di personale viene fatto assurgere a modello.

Ma gli strumenti realmente efficaci sono altri. Occorre una seria programmazione del turn over, che permetta alle PA di assumere non solo a pensionamento avvenuto ma qualche tempo prima, in modo da consentire il passaggio delle competenze e gli affiancamenti. Il tutto magari sbloccando opportune forme contrattuali, ad un tempo lavorative e formative, come il contratto di apprendistato, che non si sa perché nel lavoro pubblico non ha mai trovato posto, pur essendo la migliore modalità per inserire gradualmente nuove forze lavoro, formandole ed adeguandole alle necessità.

Senza dover pietire il volontariato di chi, avendo raggiunto il pensionamento, è giusto ed opportuno che resti fuori dagli uffici e dedichi le proprie forze a fare da tutor in famiglia o nel volontariato, quello vero.

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