I pilastri corrosi della previdenza

La crisi demografica e fiscale dei sistemi di previdenza pubblica colpisce, come noto ormai a tutti tranne che ad una discreta quota di italiani, il “rendimento” del cosiddetto primo pilastro previdenziale, quello pubblico. Quello che non tutti sanno è che anche il secondo pilastro inizia a mostrare segni di corrosione.

Una Big Read del Financial Times illustra la situazione, presentando il caso di un pensionato olandese che si è visto comunicare un taglio del 10% dell’assegno erogato da uno maggiori fondi settoriali del paese, quello del settore metallurgico.

Alla base di tutto c’è il crollo dei rendimenti obbligazionari globali. Sia direttamente, in termini di minore accumulazione del capitale a beneficio del futuro pensionato, sia -soprattutto- attraverso il calcolo delle passività previdenziali degli intermediari.

Nei piani a beneficio definito (quelli in cui il beneficiario conosce da subito l’entità dell’assegno futuro), infatti, i rendimenti obbligazionari servono a calcolare il valore attuale delle passività future, cioè degli importi che saranno erogati ai futuri pensionati. Va da sé che, al calare dei rendimenti (che stanno al denominatore), la frazione aumenta, e con essa il debito previdenziale futuro.

Per contrastare il fenomeno della riduzione dei rendimenti obbligazionari, che è comunque in atto da tempo, i gestori hanno aumentato la quota di investimento azionario e, da qualche tempo, ricorrono sempre più ai cosiddetti investimenti alternativi, quali private equity e private debt, oltre a quelli in infrastrutture. Ma gli alternativi sono per definizione illiquidi, e tendono ad ingessare la gestione.

Malgrado l’aumento degli investimenti ad alto ritorno atteso, però, il crollo dei rendimenti continua ad aumentare le passività potenziali. Ciò determina un impatto negativo sui costi aziendali che può arrivare ad essere destabilizzante. In risposta, un numero crescente di aziende è passata dai piani a benefici definiti, dove il rischio dell’investimento è in capo all’azienda, a quelli a contribuzione definita, che sono quelli dove il lavoratore versa una quota dello stipendio al fondo, dopo aver scelto la linea di investimento, ed alla fine del periodo di lavoro avrà un capitale di dimensioni incerte, da cui estrarre la rendita pensionistica in base all’applicazione di ipotesi attuariali. In soldoni, in questi piani, il rischio di mercato è in capo al lavoratore.

Il caso dell’ingegnere olandese citato dal Ft è emblematico di come nessuno sia al riparo dalla crisi causata dal crollo dei rendimenti obbligazionari. Anche un piano a benefici definiti è infatti soggetto a tagli delle prestazioni ai pensionati. I numeri del maggior fondo pensione olandese parlano chiaro: nel 2019 ha ottenuto proventi da investimenti per 39 miliardi di euro ma al contempo ha dovuto accantonare ben 54 miliardi per restare in equilibrio attuariale.

Cosa implica, la persistenza di questa situazione di rendimenti negativi? Che, ove gli investitori dovessero percepirla come strutturale e non transitoria, l’effetto sarebbe quello di un aumento netto del tasso di risparmio, per far fronte alle esigenze future: sia all’aumento di attesa di vita che allo squilibrio attuariale dei fondi pensione.

L’aumento del tasso di risparmio eserciterebbe quindi un effetto depressivo sulla crescita. Non servono scienziati per giungere a questa conclusione, comunque. La persistenza dei tassi negativi corrode direttamente il secondo pilastro pensionistico, quello individuale, ed aumenta l’incertezza sul reddito futuro. Senza contare la necessità di riposizionare il portafoglio su investimenti più rischiosi, per cercare di evitare di andare in deficit attuariale.

Già oggi, la corsa agli investimenti alternativi illiquidi mostra quella che si definisce “schiuma speculativa”, con riduzione dei ritorni realizzati (anche a causa di elevati costi commissionali) a livelli vicini a quelli dei mercati liquidi, cioè delle borse. In altri termini, il premio per l’illiquidità è stato fortemente eroso, e questa è un’evidente anomalia.

Dai rendimenti negativi, o meglio dalla loro persistenza, deriva quindi tutta una serie di rischi diretti ed indiretti, che stanno corrodendo le basi dell’economia globale. Ma la corrosione dei pilastri previdenziali è ancora più preoccupante, perché rischia di consegnarci generazioni future impoverite e di abbattere la crescita corrente costringendo ad aumentare i risparmi.

Ma al momento non possiamo neppure dire “beh, allora alziamo i tassi e rimuoviamo questi rischi”, per non causare una falcidie. La sensazione di essere finiti in una trappola è sempre più forte.

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