Vuoi perdere peso? Chiedimi la garanzia pubblica

Ieri si è tenuta l’assemblea di Assofondipensione, a cui era invitato anche il sottosegretario all’Economia, Pierpaolo Baretta. Ora, io non so chi, quando e come abbia sollevato il tema ma pare saremo costretti, nell’infinita via crucis italiana nel delirio, a discutere anche di una cosa chiamata “garanzia pubblica negli investimenti dei fondi pensione”.

Credo che, a prescindere dai proponenti, con questa proposta restiamo nelle verdi praterie del “fallimento del mercato”, e del “cambiamento delle forme del capitalismo”. Come che sia, Baretta non si è tirato indietro sull’argomento, e (narrano le agenzie) pare abbia prodotto un elegante equilibrismo che tuttavia conferma l’assurdità della proposta.

Intanto, l’esponente Pd al Mef dice che l’idea “è interessante, ci si sta ragionando”, e subito dopo illustra il caveat: una siffatta garanzia

[…] “rischia di essere un disincentivo ad investire bene” da parte dei fondi pensione negoziali. La garanzia potrebbe spingere al moral hazard. L’esponente di Governo è convinto tuttavia della necessità di una garanzia perché “con gli investimenti in economia reale i fondi pensione assumono un rischio maggiore” e bisogna attivare quindi uno strumento per non mettere a rischio i risparmi dei lavoratori accantonati per la quiescenza. (Radiocor, 2 dicembre 2019)

Ecco, diciamo che Baretta ha iniziato molto bene, ricordando il rischio di azzardo morale su investimenti su cui si stendesse a mo’ di coperta di Linus la garanzia di Pantalone. Che poi è la storia di questo paese, non si inventa nulla. Alla fine, chiameremmo “investimenti” qualsiasi cosa, come potete immaginare: tipo reddito di cittadinanza, Quota 100 e abolizione dei ticket sanitari. Ah, aspetta: è il famoso “scorporo degli investimenti dal deficit”, contro cui gli italiani rimbalzano in Europa da molto tempo.

Dove invece Baretta dimostra di non aver studiato abbastanza è sulla teoria di portafoglio. Da come argomenta, par di capire che egli creda che tutti i fondi pensione in giro per il mondo si avvalgano di garanzia pubblica per gli investimenti più rischiosi, tipicamente quelli alternativi illiquidi, come le infrastrutture. Ovviamente le cose non stanno in questi termini.

Esiste una cosa, chiamata diversificazione di portafoglio, entro cui trovano spazio anche gli investimenti più rischiosi. In cambio del maggior rischio -sorpresa!-, ecco che si produce un maggior rendimento. Incredibile, vero?

Certo, servono competenze negli investitori istituzionali che decidono di avvicinarsi a queste asset class illiquide. Non ci si improvvisa investitori in questi attivi come -che so- si potrebbero mettere, per meriti di partito, contabili di provincia con esperienza nelle Asl a guidare fondazioni bancarie. E servono anche consulenti d’investimento preparati, non faccendieri specializzati in tourbillon estero su estero, ad esempio con vorticose compravendite immobiliari che si esauriscono nello spazio di un pomeriggio e quasi sempre lascia(va)no i poveri professionisti aspiranti pensionati a leccarsi le ferite e le perdite.

Ma quello che colpisce è questa vera e propria ossessione per la “garanzia pubblica”, che ormai molti politici vorrebbero usare per trattare anche problemi gastrointestinali ed urologici. Spesso con formulazioni sinceramente bizzarre, come quelle avanzate da principi e principesse della nostra (dis)informazione, magari dietro suggerimento di qualche ingegnere finanziario per disperati.

L’auspicio quindi è che anche questa sciocchezza della garanzia pubblica sugli investimenti più rischiosi ed illiquidi dei fondi pensione venga rapidamente archiviata, sotto il peso della realtà, per gli amici “debito pubblico”. Ma la sola reiterazione di queste assurdità è la conferma del tutto pleonastica dell’assoluta negazione della realtà che sta fottendo questo disgraziato paese.

“Basta un poco di garanzia pubblica ed il debito pubblico va su, tutto brillerà di più”.

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