Quanti sostegni da 600 euro si possono finanziare con i buoni pasto pubblici?

Come recuperare risorse finanziarie preziose, nel mezzo di una pandemia? Adeguandosi alla nuova realtà lavorativa, quando il lavoro esiste

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

La circolare 2/2020 della Funzione pubblica non aiuta di certo a dirimere alcuni punti piuttosto oscuri e delicati connessi al lavoro pubblico in tempi di emergenza Covid-19. Rimane ambigua sulle ferie: ammette che siano da utilizzare anche quelle “maturate”, ma insiste su quelle “pregresse”, come se l’adempimento ad un obbligo, cioè esaurire l’arretrato, fosse da considerare una misura particolare e speciale.

Indica, la circolare, che il personale esonerato, in quanto non possibile inserirlo in attività obbligatorie da rendere in presenza o in lavoro agile, vada remunerato con lo stipendio intero (ma, qualcuno ha interpellato la Corte dei conti? La magistratura contabile è d’accordo? Chi esonererà il dipendente sarà esonerato, a sua volta, da responsabilità erariali?).

Poi, contiene un passaggio mutuato dalla Sibilla cumana, quando si occupa del problema della rivendicazione del titolo al buono pasto per gli smart workers pubblici:

Le amministrazioni sono chiamate, nel rispetto della disciplina normativa e contrattuale vigente, a definire gli aspetti di tipo organizzativo e i profili attinenti al rapporto di lavoro, tra cui gli eventuali riflessi sull’attribuzione del buono pasto, previo confronto sotto tale aspetto con le organizzazioni sindacali. Con particolare riferimento alla tematica dei buoni pasto, si puntualizza, quindi, che il personale in smart working non ha un automatico diritto al buono pasto e che ciascuna PA assume le determinazioni di competenza in materia, previo confronto con le organizzazioni sindacali.

Insomma, no, ma, in fondo anche sì, basta il confronto (come per l’antico confetto Falqui bastava la parola).

Molte amministrazioni non se lo sono lasciate dire due volte e in meno di 24 ore dalla circolare, hanno svolto il confronto con i sindacati alla velocità doppia di quella della luce, per dire che, sì, il buono pasto spetta anche a chi lavora da casa.

Nulla da dire sul merito. Proviamo, però, Titolare, a fare qualche conto. Ci aiutiamo con i valori delle base di gara gestite dalla Consip per l’acquisto dei buoni pasto da mettere a disposizione delle amministrazioni. 1 miliardo tondo nel 2019; 1,250 miliardi nel 2020.

Adesso, un gioco. Immaginiamo che gli smart workers pubblici in questo momento siano anche il 60% del totale (togliamo medici, infermieri, operatori socio sanitari, tecnici ed amministrativi del servizio sanitario nazionale, ovviamente). Stimiamo che dell’appalto del 2019 residui un 30%; diciamo, quindi, il 60% che spetterebbe a chi è in smartworking vale circa 180 milioni. Fingiamo che l’ammontare totale dell’appalto del 2020 sia ancora interamente disponibile; quindi il 60% destinabile ai lavoratori agili potrebbe sfiorare i 750 milioni.

Il valore dei buoni pasto per gli smart workers ammonterebbe, sulla base di questi conti sommari e di stima, a circa 930 milioni. Diciamo di aver sbagliato per eccesso. Diciamo che invece siano disponibili solo 600 milioni.

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Ora, se fosse possibile uscire dalle ambiguità ed accettare che il buono pasto, non essendo una componente del reddito contrattuale (cosa diversa è l’indennità sostitutiva della mensa o un fringe benefit), difficilmente, se non per nulla, si concilia con un lavoro svolto da casa, la finanza pubblica potrebbe ritrovarsi con una disponibilità abbastanza immediata di 600 milioni.

Dividendo questa cifra per 600 euro, quantificazione dell’indennità mensile che si intenderebbe attribuire ai titolari di partita Iva, se ne potrebbero finanziare 1 milione. Certo, poi vi sarebbero i problemi contrattuali con le aziende appaltatrici: penali e simili. La cosa non è semplice.

Tuttavia, mentre qualcuno come il prof. Michele Boldrin inizia a proporre un contributo dei dipendenti (e dei pensionati) pubblici alla situazione finanziaria, in considerazione di minori costi a carico dei lavoratori (e, inutile negarlo, anche di una ridotta produttività, tali e tanti sono i progetti di lavoro agile solo formali e privi della capacità di produrre davvero lavoro), ragionare, intanto, su vere revisioni della spesa corrente, per pensare ad altre destinazioni, non appare per nulla peregrino.

I conti esposti in questi pixel sono certamente troppo grossolani e i problemi contrattuali molto forti. Ma, Titolare, lo abbiamo detto: era un gioco. Spetterebbe a chi di dovere passare dal gioco alla verifica seria e concreta delle leve disponibili per sostenere l’economia, magari guardando a queste suggestioni o provocazioni, anche per scartarle o criticarle. Ma, soprattutto, si spera, per evitare di adottare norme, FAQ e circolari che vadano nel senso opposto di garanzie forse impossibili di mantenimento totale di stipendi e buoni, per tenere saldi i rapporti con le organizzazioni sindacali e non disturbare troppo l’elettorato.


Questo “gioco” di Luigi serve a spiegare che, in tempo di lavoro più o meno agile (e più o meno “lavoro”) nella PA, ci sono “spese per la produzione del reddito” che, a lume di logica, potrebbero essere considerate non esistenti e quindi non erogabili in busta paga. Ciò consentirebbe un risparmio di risorse pubbliche, ed il loro impiego in ambiti di maggiore urgenza imposta dall’emergenza sanitaria ed economica. Si tratta di una normale applicazione del concetto di costo opportunità. Normale ovunque tranne che in Italia, dove i concetti di risorse scarse e di tradeoff notoriamente sono vissuti come complotti della realtà a cui opporsi stampando moneta. A monte di tutto, però, resta il punto centrale di tutti i ragionamenti sin qui fatti sulla pubblica amministrazione: la necessità di introdurre forme di cassa integrazione. Predichiamo nel deserto, ovviamente. (MS)

Photo by Chris Spiegl on Unsplash

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