L’aporia di Perotti ed il sovrano assistenzialismo

La Ue non diventerà mai una unione di trasferimenti? Ma lo è già! Certamente servono regole, ed i sovranismi da mendicanti di sussidi non aiutano

Su lavoce.info, un commento del professor Roberto Perotti sulla misteriosa (ma non troppo) strategia italiana in Europa riguardo ai fondi per la ripresa post-pandemia. Perotti passa in rassegna le opzioni disponibili e giunge alla conclusione che non ci sono molti margini e speranze. Io non sono così pessimista ma di certo la posizione italiana non ha sin qui aiutato a fare chiarezza, pur essendo chiara di suo, riassumendosi nel grido “datece li sordi“.

Il punto di Perotti, oltre che del senso comune, è che in un negoziato serve mettersi nei panni dell’altro ed avanzare proposte non irragionevoli. Oltre che intessere alleanze, aggiungo io, che poi è il sottoprodotto degli altri due precetti. Mettiamoci quindi nei panni altrui:

La Germania ha stanziato  236 miliardi di spesa per contrastare la recessione;  500 miliardi per moratorie sulle tasse; e almeno 1.000 miliardi per garanzie: in totale, oltre 1.700 miliardi. La Francia ha stanziato in totale circa 600 miliardi. È ragionevole chiedere loro di regalare, sotto varie forme, centinaia di miliardi ai paesi della periferia europea?

Quando si gonfiano le aspettative della popolazione, si finisce a recriminazioni, risentimenti e divisioni. Giustissimo, e pure pleonastico in un paese, l’Italia, in cui quotidianamente c’è un vero e proprio cacerolazo di lamentele contro “l’Europa”, utile a politici e caravanserraglio di editorialisti per raccogliere punti-fragola avvelenati.

Per farvela breve, tutto l’articolo di Perotti si basa su quella che egli ritiene l’infattibilità di forme di “solidarietà”, cioè di trasferimenti netti da un gruppo di paesi ad un altro:

Mettiamoci dal punto di vista della Germania: una responsabilità potenzialmente indefinita in caso di default degli altri paesi, e una fetta di spesa ricevuta inferiore alla propria quota. Per qualsiasi politico tedesco è una impresa disperata venderlo ai propri elettori.

Qui non sono d’accordo: se un decisore politico è razionale, e se lo sono quindi anche gli elettori, l’orizzonte temporale da considerare è molto più lungo di pochi mesi o di una legislatura. La Germania deve valutare razionalmente se, da un crollo del resto d’Europa, potrà trarre beneficio o nocumento.

Potremmo immaginare che la Germania stia conducendo una “guerra di aggressione”, nel senso che attende di raccogliere per un tozzo di pane le macerie e la polpa residua in giro per l’Europa, ma a me pare sinceramente una argomentazione “diabolica” che non sta in piedi. Se vivi in un edificio e gli togli la chiave di volta, l’edificio ti finisce in testa.

Se sopravvivi, ti estraggono dalle macerie i “soccorritori” americani o cinesi, e finisci a fare il loro domestico per vincolo di gratitudine imposta. Chi sostiene la tesi della Germania imperialista che prospera nella devastazione, probabilmente ha un enorme complesso di inferiorità verso i tedeschi, e li considera esseri soprannaturali. Se fossi un intellettuale da degradato talk show televisivo italiano, parlerei conseguentemente di invidia penis. Per fortuna non lo sono.

Perotti è scettico anche sulla proposta spagnola dell’emissione di un bond perpetuo comune, sostenuto da garanzie collettive, il cui controvalore verrebbe erogato come sovvenzione ai paesi dell’Eurozona in funzione dei “bisogni” da pandemia (che sarebbero difficili da quantificare, e farebbero sorgere dispute e recriminazioni):

La proposta parla di un debito senza scadenza (una consol) in capo alla Ue, che quindi non aumenta il debito dei singoli paesi. L’unico modo per realizzare questo è che si impieghino le risorse della Ue per pagare gli interessi (essendo un debito senza scadenza non va mai ripagato): infatti la proposta parla di utilizzare nuove tasse europee e i contributi alle Ue. Ma anche in questo caso un paese può fare default: basta rifiutarsi di pagare i propri contributi alla Ue. Nel clima attuale non c’è niente di più politicamente popolare (la Gran Bretagna docet).

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Mi pare una conclusione decisamente drastica oltre che debole. Certo, servirebbero tasse comuni europee e/o aumento di dotazione del bilancio pluriennale Ue ma, col servizio delle sole cedole, il costo sarebbe ragionevole per ogni paese, mentre quello del default sarebbe sproporzionato, per usare un eufemismo. Lo strumento sarebbe ad alto rating e naturalmente interessante per investitori di lunghissimo termine quali assicurazioni e fondi pensione. Avrebbe liquidità decente attraverso emissioni cumulative in arco pluriennale, le cosiddette “riaperture”, e sarebbe quindi smobilizzabile sul mercato secondario.

Ma il punto vero di Perotti, al di là dei tecnicismi, è denunciare una sorta di aporia in questo dibattito sulla “solidarietà”:

[…] se ogni paese riceve quanto dà, tanto vale che ognuno faccia da sé. E su 1500 miliardi, differenze percentuali di poco tra il dare e l’avere significano tanti soldi che la Germania regala alla Spagna e all’Italia.

Questo è il punto di Perotti. Sottintende che non sia politicamente percorribile, in nessun caso, effettuare trasferimenti entro la Ue. Questa però mi sembra una ulteriore forzatura. La Ue è già una unione di trasferimenti. Ci sono paesi contributori netti al suo bilancio ed altri che sono prenditori netti. Il punto è che tali trasferimenti sono rigorosamente normati e regolati. Servirebbe quindi normare e regolare anche quelli sulla “ricostruzione” post pandemia. Il primo punto, ovvio, è che il paese destinatario non può pensare di fare con fondi di “solidarietà”, cioè trasferimenti, quel diavolo che vuole. Tipo baby pensioni, che so.

E qui emerge subito l’allergia degli italiani per forme di controllo e verifica dei trasferimenti. Curioso, no? Gli italiani sono “sovrani ed orgogliosi” ma vogliono al contempo essere assistiti e ricevere fondi comuni, auspicabilmente a titolo gratuito, e nessuno deve dirci che farne. Altrimenti ci arrabbiamo e lasciamo liberi gli editorialisti watchdog di imbrattare fogli e pixel di questo nazionalismo con le pezze al culo.

E comunque, oltre che inetti nella creazione di alleanze, gli italiani sono autolesionisti anche quando rilasciano dichiarazioni ai media esteri, mettendo a nudo tutta la loro devastante ignoranza, né si preoccupano di salvare la forma quando ripetono il mantra del “paese più colto, ricco e bello del mondo” (a sentire la vulgata nazionalista): semo sovrani, datece li sordi. Temo che, con queste premesse e questo modo di porsi, la “Cassa del Mezzogiorno d’Europa” noi italiani la attenderemo a lungo.

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