L’angolo di Phastidio: Recovery Jackpot, la politica del gioco d’azzardo

"Andiamo a Berlino e prendiamoci i soldi, Beppe!" La triste storia del paese tossicodipendente da debito si arricchisce di un nuovo fondamentale capitolo

Questa settimana parliamo della vittoria italiana ai Mondiali del fatto che il nostro paese sarà il primo “beneficiario” del pacchetto di sovvenzioni e prestiti erogati dal Recovery Fund. Ma, soprattutto, parliamo della reazione di politica e stampa italiane alla notizia. A caldo, dopo l’annuncio di Ursula von der Leyen, qualcosa di simile all’euforia. Poi, crescente perplessità e preoccupazione per il fatto che i soldi arriveranno solo tra qualche mese. Ma parliamo anche dell’ennesimo capitolo dell’impazzimento di un paese.

Ad esempio, pensare di tagliare le tasse con le tasse pagate dai contribuenti degli altri paesi europei, per tacere del fatto che si userebbero fondi una tantum per copertura ricorrente di un mancato gettito d’imposta. Seguono dichiarazioni surreali (speriamo nella smentita), secondo le quali questi fondi europei sarebbero “un jackpot“. Che, messa così, fa pensare che gli italiani siano affetti da ludopatia ingravescente.

E siamo già al “fate presto” ed alla indefettibile cultura del “prestito ponte”, nel paese di Alitalia: “In attesa del soldi del Recovery Fund, usiamo quelli del MES”. Insomma, siete tutti invitati al gran ballo degli italiani sotto la pioggia di soldi (altrui). Perché noi siamo noi, e gli altri non sono figli del Marchese del Grillo.

Alla fine, ecco la pistola fumante: queste erogazioni saranno a stato di avanzamento dei lavori, diciamo così. Come per i fondi europei “tradizionali”, del resto. Quelli che non riusciamo a spendere, per intenderci. Ah ecco, visto che c’era la fregatura?

Poi ci sarà il tema del rimborso di quei prestiti, che pare avverrà in prevalenza con nuove imposte proprie della Ue: quella contro “i giganti del web”, e contro i produttori di CO2. Quindi, si direbbe, contro americani e cinesi. Tasse geopolitiche, in sostanza. Ma ne riparleremo perché non è argomento di questa conversazione.

Quando, tra qualche decennio, storici, antropologi, entomologi e pronipoti di Piero e Alberto Angela discuteranno della penisola italica, scopriranno che la medesima era abitata da popolazioni fortemente aggressive verso le tribù esterne, alle quali chiedevano insistentemente soldi in cambio di nulla, o meglio della promessa di non essere insolentiti dagli italici, che spesso prorompevano in urla e strepiti contro le altre tribù, non è chiaro se come rito propiziatorio per fare piovere soldi o solo per farsi coraggio. Affascinante, no?

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Il vero argomento, come dice Michele, è che il vostro titolare si è assunto un compito gravoso: filtrare per voi tutti i liquami del discorso pubblico di questo paese, e commentarvele. Uno sporco lavoro ma qualcuno dovrà pur farlo. Anche per questo motivo, cioè per proteggermi stomaco e psiche, sto felicemente evolvendo verso quello che è il ruolo tipico dell’antropologo: osservare da grande distanza emotiva.

Il mio segreto per ottenere ciò? No, per ora non sono emigrato (avendo ancora un lavoro interessante e nel complesso ben retribuito), ma usando sempre più qualcosa che assomiglia molto alla satira. Il momento è catartico, avrebbe detto qualcuno.

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