Argentina, rinegoziare il debito al tempo del covid

Nel momento peggiore, causa pandemia, l'Argentina deve rinegoziare il mega debito col FMI. Servirà creatività, da entrambe le parti, sapendo comunque che la resa dei conti di Buenos Aires con la realtà è ineludibile

Dopo aver regolato i conti (si fa per dire) con i creditori internazionali privati, il governo argentino si accinge a negoziare la ristrutturazione del debito contratto con il Fondo Monetario Internazionale, relativo al mega prestito che l’ex presidente Mauricio Macri ha messo al collo del paese, nel tentativo di non fare troppo male alla popolazione con le misure di cosiddetta austerità che sono invece ineludibili per riuscire a rimettere la barca argentina in linea di galleggiamento. Sul negoziato col FMI, si staglia distinta l’ombra della ingombrante vice presidente.

Un gruppo di parlamentari peronisti vicini a Cristina Fernandez de Kirchner ha infatti sottoscritto una lettera in cui si chiede al Fondo di rinegoziare il debito con Buenos Aires senza condizioni, oltre che di assumersi la corresponsabilità della situazione finanziaria del paese. Perché, comunque vadano le cose, il FMI è perfetto come capro espiatorio: sia che sia troppo “umano”, come nel caso di questo prestito, sia che faccia il proprio mestiere, che poi sarebbe quello di condurre le nazioni a superare crisi di bilancia dei pagamenti. E per fare questo, pare non ci siano molte alternative a dolorosi giri di vite e distruzioni di domanda interna.

Come che sia, i parlamentari peronisti chiedono un periodo di grazia di cinque anni prima di riprendere i rimborsi dei 44 miliardi di dollari prestati dal Fondo dal 2018, con riduzione dei tassi di interesse e allungamento delle scadenze di parecchi decenni. Tecnicamente, il Fondo dovrebbe erogare all’Argentina nuovi prestiti, necessari a ripagare quelli in essere, a termini migliorati ma con condizionalità macroeconomiche. L’importo rinegoziato potrebbe eccedere quello da rimborsare, vista la eccezionale penuria di dollari del paese.

I firmatari della lettera accusano anche i buoni rapporti tra l’ex presidente Macri e Donald Trump, che sarebbero risultati decisivi per indurre la allora direttrice generale del Fondo, Christine Lagarde, a inondare il paese di dollari con condizioni assai blande, in quello che all’epoca è apparso un evidente tentativo di Lagarde di presentare al mondo un FMI “empatico” con i sofferenti.

Dopo l’accordo dello scorso agosto con i creditori privati, che ha ristrutturato uno stock di 65 miliardi di dollari fissando un valore di recupero di 55 centesimi per dollaro, contro i 40 centesimi inizialmente offerti dal presidente Alberto Fernandez, le quotazioni dei titoli argentini espressi in valuta hanno ripreso a scendere, portandosi a valori che rendono sempre più probabile il decimo default della storia finanziaria argentina.

Le riserve valutarie liquide del paese sono pressoché esaurite. A questa situazione il governo ha risposto inasprendo i controlli sui capitali, col risultato di creare una enorme e crescente divaricazione tra il cambio ufficiale del peso contro dollaro e quello del mercato nero. Nel frattempo, complice anche il covid, il deficit fiscale ha continuato ad aumentare costringendo il governo a chiedere alla banca centrale di monetizzarlo, con conseguente pressione inflazionistica.

In breve, non se ne esce. Il fortissimo ricorso al credito internazionale privato da parte di Macri, come strumento per acquisire dollari e rendere meno pesante l’aggiustamento macroeconomico, ha prodotto quello che ci si poteva attendere: un aggiustamento insufficiente. Il resto lo hanno fatto le condizioni lasche con cui il FMI di Lagarde ha prestato a Buenos Aires una montagna di dollari, che di fatto hanno permesso a molti creditori di uscire dal paese e rientrare del proprio investimento, mentre altri fondi internazionali entravano in gioco comprando a prezzi distressed, in attesa del default.

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I prestiti del FMI dovrebbero essere rimborsati tra il 2021 e il 2023, circostanza che definire improbabile è un blando eufemismo. La situazione sanitaria mondiale non è tale da richiedere al governo argentino immediate strette fiscali, anche considerando che quest’anno il Pil del paese si contrarrà del 12%. Servirà creatività, cercando di fare tesoro degli errori del passato, soprattutto -ma non solo- da parte del Fondo. Con “errori del passato” non intendo strette fiscali eccessive ma proprio le considerazioni che portarono Christine Lagarde a concedere a Macri il maggior prestito della storia del Fondo, con condizioni inizialmente molto blande.

Nel frattempo, il giovane ministro dell’Economia, Martìn Guzmàn, allievo di Joseph Stiglitz, manda segnali di ortodossia al Fondo, con la stabilizzazione nel mese di ottobre della crescita dell’offerta di moneta, che resta pur sempre a uno stupefacente aumento annuo dell’81%, e che quindi pone le basi per nuove devastanti aumenti di inflazione. Tra i segnali di ortodossia mettiamo pure un impercettibile aumento dei tassi interbancari in valuta locale.

Nel frattempo, si prepara una nuova patrimoniale, finalizzata alle spese per il covid ma che appare come lo strumento, piuttosto disperato, per frenare la stampa di moneta da parte della banca centrale. Tale patrimoniale produrrà l’effetto avverso e perverso di accelerare il deflusso di capitali dal paese proprio mentre servirebbero flussi in entrata. Il ricorso alla fiscalità come strumento per ridurre la monetizzazione del deficit finirà poi a peggiorare drasticamente le condizioni del settore formale dell’economia, cioè quello emerso, già massacrato dalla tassazione, creando incentivi allo scivolamento nel sommerso e quindi alla sparizione di base imponibile, in un loop infernale.

Purtroppo servirà altro, ben altro, per ricreare riserve valutarie. Ad esempio un forte aumento dei tassi d’interesse locali, aumentare la libera fluttuazione del peso per ridurre la discrepanza tra cambio ufficiale e cambio di mercato nero, che poi altro non è che la differenza tra desideri e realtà. Ribadiamolo: fare un aggiustamento macroeconomico durante una pandemia è qualcosa di atroce, ed è auspicabile che non avvenga ora. Ma al ritorno della normalità sarà ineludibile.

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