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Argentina, deriva venezuelana

Quella dell’Argentina resta un’economia profondamente disfunzionale e che non ha ancora fatto i conti con la realtà. Mentre il governo di Alberto Fernandez, anche sotto la spinta della potente vicepresidente Cristina Fernandez de Kirchner, rinvia la conclusione del negoziato col Fondo Monetario Internazionale, che dovrebbe portare a ristrutturazione del debito da 44 miliardi di dollari con l’istituzione di Washington ma anche a nuova finanza d’emergenza, si moltiplicano i segni di quella che appare una deriva venezuelana, il benchmark della distruzione di un paese.

Primo problema: i prezzi. L’inflazione cocciuta, pervasiva, incoercibile. Che ha radici sia nel tentativo dell’ex presidente Mauricio Macri di cessare i sussidi sui servizi di pubblica utilità per orientare la spesa di welfare in direzione meno regressiva che nella persistente monetizzazione del deficit. Per contenere quest’ultima, oltre che per mandare segnali di presunta giustizia sociale al tempo della pandemia e di un distruttivo lockdown, che ovunque affossa la parte sommersa dell’economia, il governo si è inventato una patrimoniale straordinaria, che produrrà nuove fughe di capitali e persone.

Blocco dell’export di mais

Ora siamo all’ennesima “svolta”: la lotta all’inflazione alimentare. Quella più pericolosa, che può alimentare sanguinose rivolte di piazza. Qui il governo ha deciso di bloccare l’export di mais per il mese di febbraio, per costringere i coltivatori a riversare la produzione sul mercato domestico e, per questa via, calmierare i prezzi, visto che il mais entra nel regime alimentare di molte produzioni animali.

Obiettivo di Alberto Fernandez, quindi, è quello di isolare il mercato domestico del mais da quello internazionale. Illusione autolesionistica, sotto molti aspetti. In primo luogo, così facendo, l’Argentina si priva di valuta, di cui ha disperato bisogno e la cui penuria, conseguenza di politiche economiche autolesionistiche, è da sempre alla base della tendenza a fare default sul debito estero.

I coltivatori reagiscono all’incertezza bloccando gli investimenti e le semine o ruotando le coltivazioni verso produzioni a minor rischio di controllo pubblico, come la soia, diretta verso il paese che ne ha fame crescente, anche per ricostituire gli stock di maiali devastati dalla pandemia di febbre suina: la Cina. In tal modo, tuttavia, si causerebbe il crollo di offerta di grani, l’aumento del loro prezzo e con esso l’inflazione alimentare.

Nel frattempo, per essere coerente, il governo ha imposto un taglio del 30% al prezzo del manzo, per rispondere alla tendenza globale all’aumento dei prezzi alimentari che ha spinto anche Vladimir Putin a limitare l’export di grani. Anche questa decisione rischia di esacerbare la tendenza all’aumento dei prezzi, però.

La fuga delle aziende estere

Nel frattempo, i produttori esteri stanno progressivamente lasciando il paese sudamericano, lamentando un quadro di crescente ostilità verso le imprese, controlli di prezzi e tassi di cambio multipli. Lo scorso novembre, dopo 25 anni, Walmart ha lasciato l’Argentina, mentre Latam Airlines non serve più il paese, non solo causa Covid. Honda ha bloccato gli assemblaggi di auto in Argentina, preferendo usare il Brasile come hub regionale.

L’ultima mossa del governo Fernandez, la scorsa settimana, è stata quella di dare un ultimatum ad alcuni produttori alimentari, accusati di aver tagliato la produzione. Che poi sarebbe logica conseguenza di controlli dei prezzi e altre restrizioni. Ma gli scaffali dei supermercati, per editto governativo, devono restare riforniti e a prezzi controllati. I produttori, tra cui Unilever e Danone, risponderanno nei prossimi giorni, forse ricordando che la realtà è fatta di risorse scarse, ma non potranno evitare il biasimo popolare e di essere additati come affamatori di una democrazia.

Il viaggio di Buenos Aires verso Caracas prosegue. Portandosi dietro l’album di famiglia della politica economica populista, a cui hanno attinto e attingeranno molti nostri politici. A poco serviranno le benedizioni papali, che rischiano piuttosto di trasformarsi in estrema unzione.

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