Mario e la grande accozzaglia

In questa legislatura siamo passati da due accozzaglie partitiche guidate da un mediatore figlio della paralisi a una grande accozzaglia fallita che si fa guidare obtorto collo da Mario Draghi

“Ehi, guardate questo Draghi, parla poco e nulla e neppure fa i fatti: non ha ancora fatto una passeggiata sulle acque!”. Questo potrebbe essere il commento-tipo degli scettici sul conto del premier. Categoria che si confronta e raffronta con gli entusiasti a prescindere. Premesso che non ci sono ancora atti dell’esecutivo che possano essere considerati come “firma” dell’ex presidente della Bce, e posto che l’inerzia prevale in natura, cerchiamo di comprendere perché la situazione attuale, a prescindere dalla figura del premier, resta conferma dell’aggravamento della crisi italiana.

Il primo provvedimento operativo del governo Draghi è il rinnovo in sostanziale continuità delle limitazioni anti-pandemia. Futile attendersi, in questo momento, qualcosa di differente da quanto deciso. L’inerzia resta, per necessità. Poi, possiamo discutere -e discuteremo- di come organizzare la logistica delle vaccinazioni, e se e come commissariare di fatto le Regioni, ma tant’è.

Apriamo, chiudiamo, lasciamo socchiuso

I cosiddetti governatori proseguono nel loro difficile e umanamente comprensibile (entro dati limiti) equilibrismo tra esigenze dell’economia e quelle della salute pubblica. Che poi, è un tradeoff solo apparente. Ormai anche i bambini dovrebbero aver capito che serviva un lockdown stretto e una campagna vaccinale massiva, per produrre risultati.

Quello che avremo, dopo una bozza “programmatica” delle regioni che è un capolavoro di ambiguità e paraculismo, se la diffusione di varianti dovesse procedere come previsto, saranno zone gialle “formali” punteggiate da isole di colore rosso che diverranno sempre più ampie. Così i soliti noti potranno dire che non hanno ceduto alla segregazione pandemica, e gli orfani del precedente esecutivo diranno che la situazione è peggiorata.

Quando risolveremo? Da marzo (o aprile) in avanti, quando le forniture di vaccini diverranno copiose e renderanno futili le chiacchiere sulla produzione domestica. Non prima di aver permesso all’ala “sovranista” della cosiddetta maggioranza di sciacquarsi la bocca con l’autosufficienza vaccinale.

Ritratto di falliti in un gabinetto

Nel frattempo, si attendono le nomine dei sottosegretari, che saranno il presidio (s)partitocratico dentro i ministeri, soprattutto quelli con portafoglio, nella speranza di riuscire a intercettare parte dei flussi di manna che piove dal cielo d’Europa. Una manna che rischia di essere avvelenata ma i partiti debbono esserci, per definizione.

Questo processo di nomina è già in stallo per evidente esigenza di conciliare multipli appetiti ed equilibri interni. Ad esempio, il Partito democratico deve lavare l’onta della rappresentanza ministeriale tutta maschile, motivo per cui già si sentono desolanti teorizzazioni di monocolori rosa e meridionali.

La Lega, per parte sua, ha un segretario che ha deciso di parlare sino a prosciugarsi la gola, forse consapevole di giocarsi l’ultima carta prima della defenestrazione. Un delicato bilanciamento tra proclami e azione di rincitrullimento dell’elettorato, puntando alla golden share dell’esecutivo e sperando che Draghi avanzi nel risanamento sino al punto da poterlo congedare, tra qualche mese, invocando il “ripristino della piena democrazia”.

Il M5S è nella ormai consueta modalità decomposizione, e in molti speriamo possa serenamente tirare le cuoia, per chiudere questo triste capitolo e andare avanti a scrivere gli altri del grande libro della storia patria. Servirà altro tempo, purtroppo, visto che le elezioni non sono vicine. Con un po’ di “fortuna” il Pd riuscirà a drenarne l’elettorato, magari dopo creazione di un cartello elettorale che avrà come testimonial Giuseppe Conte.

Evoluzione di una patologia

Perché vi sto enumerando queste logore e logoranti situazioni, di cui certamente avete già ampia contezza? Per un motivo molto semplice: questo governo nasce per l’aggravamento della patologia che ha portato alla nascita degli altri due della legislatura. Anzi, come punto di approdo delle dinamiche da treccartari di strada che hanno sin qui dominato il discorso pubblico.

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Un governo Draghi con questa maggioranza nasce -repetita iuvant- come risposta al miserabile fallimento del sistema partitico. Potrà progredire in una agenda di governo minimamente razionale solo se i partiti saranno deboli, molto deboli. Diversamente finirà spiaggiato, Conte-style. Questo è il solo tradeoff che ci serve per analizzare quanto ci attende.

Per il sistema partitico c’è quindi un menù di opzioni tattiche non sufficientemente punitivo. Ad esempio, la declamazione a oltranza, riempiendo il vuoto creato dal silenzio di Draghi. Se quest’ultimo agirà costringendo a mettere al voto provvedimenti manifestamente indigesti per alcuni partiti della cosiddetta maggioranza, questi ultimi risponderanno con ulteriore retorica identitaria, innalzando l’inquinamento acustico.

Se si limiteranno alle parole e non a tentare di disarcionare il premier, dipenderà dalla condizione economica del paese. Per fare un esempio, una rimbalzo economico indotto da accelerazione delle vaccinazioni, dopo aver messo in pista il Recovery Plan, accelererà il congedo di Draghi. Ma non credo serva uno scienziato della politica per giungere a questa inferenza.

Ribadiamo: il governo Draghi, come il governo Monti, come il governo Ciampi, per certi aspetti (mutatis mutandis) come il governo Dini, sono evidenti anomalie di una democrazia, al di là dei meriti e del curriculum dei primi ministri pro tempore. Il fatto che tali anomalie si ripetano nel corso del tempo è solo la sovrabbondante conferma della disfunzionalità della società italiana, che tali esiti produce, delegando il sistema dei partiti.

Draghi il compassionevole

Rileggiamo un passaggio delle dichiarazioni programmatiche di Mario Draghi:

Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule. Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti. Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato. 

Tutti sappiamo che questa è una lettura compassionevole del sistema partitico italiano. Perché in nessuna democrazia occidentale esiste una simile frequenza di collassi economici e istituzionali come nella storia italiana dell’ultimo quarto di secolo, anche se nel periodo precedente i collassi avvenivano sotto forme differenti.

Per sintesi brutale: in questa legislatura siamo passati da due medie accozzaglie, “guidate” o meglio “mediate” da un personaggio figlio della paralisi, a una grande accozzaglia guidata in senso auspicabilmente deciso e decisivo da una figura dotata di grande reputazione domestica e internazionale, le cui decisioni saranno ratificate dalla maggioranza di una repubblica parlamentare, come forma comanda. Ma le democrazie sono altra cosa. E ovviamente Draghi non ne ha colpa alcuna.

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