I conti correnti gonfiati dal Covid fanno gola a molti

Troppa liquidità sui conti correnti degli italiani? Non necessariamente. Si risolve con più educazione finanziaria e un paese che cresce, senza scorciatoie predatorie

di Mario Seminerio – Domani Quotidiano

La pandemia ha una costante, in ogni paese: la forte accumulazione di risparmio liquido. Conseguenza del blocco di attività, che ostacola alcune spese per consumi, e dei sussidi pubblici erogati. Ci si interroga sulla direzione che questa liquidità congelata prenderà quando avremo la pandemia alle spalle, e i mercati stanno già preoccupandosi di pressioni inflazionistiche da domanda di consumi. 

In Italia la situazione è simile ma differente: da noi la preferenza dei risparmiatori per la liquidità è anteriore alla pandemia e costituisce ricorrente elemento di polemica politica da parte di chi pensa che quella liquidità sia sottratta all’economia del paese, manco fossero banconote chiuse in cassette di sicurezza o tenute nelle abitazioni. 

“Pensate che aiuto verrebbe alla nostra economia e ai nostri investimenti, se solo quei soldi entrassero in circolo”, è il sospiro ricorrente. Peraltro, le banche creano depositi facendo credito

Il falso problema per le banche

Questo tormentone ignora, in primo luogo, che le banche possono comunque impiegare i saldi di conto corrente. Unico problema, in questo caso, è il disallineamento temporale tra depositi a vista, potenzialmente volatili, e prestiti a termine medio e lungo. Ma nulla a cui una accorta gestione della tesoreria non troverebbe rimedio. 

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I sostenitori della necessità di “scongelamento” dei depositi ignorano poi che oggi le banche possono attingere ai finanziamenti a tassi negativi della Banca centrale europea: quindi non esiste problema di restrizioni all’offerta di credito. 

Il problema è la forte incertezza causata dalla pandemia ma anche, da tempo, dalla situazione domestica italiana. A tutto ciò si somma la notoriamente scarsa alfabetizzazione finanziaria degli italiani, che da sempre serve a chi punta su asimmetrie informative per tosare il parco buoi.

Se il cavallo non beve, come si dice riferendosi alla bassa domanda di credito, il problema delle banche è detenere elevati volumi di risparmio liquido nel momento in cui depositare tali fondi presso la Bce ha rendimento negativo. Anche per questo motivo si osserva la forte pressione delle reti commerciali per dirottare tale liquidità su prodotti di risparmio gestito che alla banca fruttano robuste commissioni di gestione e performance. 

Sin quando i mercati salgono, tutto bene: al risparmiatore si consegnano risultati assoluti positivi e si confida sul fatto che egli non riuscirà ad accorgersi della falcidie causata dalle commissioni. Si può anche contare su alcuni temi di investimento alla moda, e per ciò stesso su azioni di settori mediamente ancor più costosi degli indici di mercato. Magari con commissioni di performance misurate contro indici generali, che tali temi tendono a battere agevolmente proprio perché “alla moda”. Quando la tendenza si inverte, sono dolori. 

Serve lo Stato?

Oltre all’industria del risparmio gestito ci sono poi quelli che definiremmo “ingegneri finanziari disperati”, di solito politici o commentatori, convinti che i conti restino gonfi di liquidità perché i risparmiatori necessiterebbero di una “rassicurazione” statale. Si invocano quindi partnership pubblico-privato, con garanzia pubblica. Come se quest’ultima, cioè il debito pubblico, fosse elemento ansiolitico e non ansiogeno per i risparmiatori. Per tacere della storia di questi investimenti-centauro, usati dal privato per scaricare perdite sui contribuenti. 

Quando la pandemia sarà superata, la politica farebbe bene a tenere a mente che l’attrattività e la stabilità di un paese sono ciò che serve per mobilitare risparmio, interno ed internazionale. 

Le motivazioni precauzionali al mantenimento di risparmio liquido dovrebbero essere meglio comprese, e rispettate. Ma, sopra ogni altra cosa, serve un enorme sforzo di educazione finanziaria, per evitare di perpetuare razzie ai danni dei risparmiatori, la cui conseguenza è spesso una accentuazione della propensione alla liquidità, soprattutto in un contesto di inflazione inesistente. Ma, da sempre, l’ignoranza dei molti fa comodo ai pochi. 

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