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Concorsi pubblici, come riformarli

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

torniamo sulla questione dei concorsi. Su La Repubblica del 9 aprile 2021, l’articolo di Tito Boeri e Roberto Perotti è tranciante quasi quanto il suo titolo: “Una porta in faccia ai giovani. L’occasione sprecata dei nuovi concorsi pubblici”. L’articolo è molto critico sul “decreto Covid” e la “semplificazione dei concorsi” regolata dall’articolo 10 e, in particolare, sul reclutamento nelle scuole, problema atavico oggettivamente di fatto non affrontato nella sua gravità dalla norma.

Ma, i due economisti puntano il dito in generale su alcune questioni rilevantissime:

  1. la strutturazione delle prove concorsuali;
  2. il peso dell’esperienza pregressa;
  3. il rischio delle assunzioni mediante ondate di stabilizzazioni di personale precario;
  4. la prassi di non pagare i commissari dei concorsi.
Il rischio di semplificare troppo

Il primo tema appare quello maggiormente delicato. Come troppo spesso accade, il Legislatore, quando ha intenzione di “semplificare”, in effetti cade nella tentazione di far saltare a piè pari fondamentali attività procedurali e sempre a discapito della concorrenzialità e della selettività. Lo abbiamo già visto con gli appalti: tutti i vari decreti “semplificazione” immancabilmente finiscono solo per estendere oltre ogni misura gli affidamenti diretti senza gara, con tanti saluti alla concorrenza e al merito.

Stiamo assistendo ad un fenomeno analogo con i concorsi. Il decreto di fatto finisce per annullare quasi gli elementi sulla base dei quali effettuare la valutazione, cioè le prove. Infatti, si consente di effettuare una sola prova scritta, (che in emergenza, nella sostanza si riduce ad un test della durata di un’ora) invece delle tradizionali due o più (non per la dirigenza; i concorsi per i vertici amministrativi continueranno con più di una prova scritta). Nella fase emergenziale attuale, si potrà addirittura fare a meno persino della prova orale. E, in ogni caso, si potrà dare un peso rilevante alla valutazione dei titoli.

Ora, Titolare, da anni si infiamma il dibattito sull’effettiva possibilità di selezionare davvero i migliori mediante i concorsi, posto che vi è il rischio che essi risultino troppo inclini a premiare le nozioni e poco adeguati a considerare le capacità, le competenze, le attitudini, senza riuscire a cogliere l’insieme del “sapere”, “saper fare” e “saper essere”.

Una prova non basta né serve

Appare, tuttavia, evidente che siffatta riforma questo rischio non lo riduca, ma anzi lo esalti. Non si può che concordare con Perotti e Boeri, quando affermano che destrutturare i concorsi, come prevede la riforma

È un peccato, perché le due prove scritte servono a testare tanto la cultura generale quanto le competenze specifiche legate alle mansioni che poi si potranno svolgere; l’orale (beninteso con una commissione ben strutturata) è in grado di evidenziare punti di forza e di debolezza del candidato, anche sulla base di una valutazione delle attività extra-curriculari

E che il concorso ridotto ad una sola prova scritta e orale, la quale ultima in emergenza può anche mancare, metta a rischio la capacità del concorso di selezionare davvero, lo confessa indirettamente proprio lo stesso articolo 10 del d.l. 44/2021. Infatti, per ben due volte, dopo aver dettato le regole di “semplificazione” dei concorsi, la norma enfatizza la necessità di assicurare o garantire comunque “il profilo comparativo”: excusatio non petita, accusatio manifesta.

Concorsi e rischio corruzione

Per altro, Titolare, non si dovrebbe nemmeno dimenticare che una legge dello Stato, la legge 190/2012 sull’anticorruzione, all’articolo 1, comma 16, considera proprio le procedure concorsuali appartenere alle quattro tipologie (con appalti, concessioni amministrative e contributi) da ritenere per legge ad elevato rischio di corruzione. In effetti, basta andare su qualsiasi motore di ricerca in internet, per rendersi conto di quante “concorsopoli” vi sono state e ricordare che un’amministrazione regionale, quella dell’Umbria, è caduta esattamente per questa ragione.

Lo comprende chiunque che meno prove si fanno, più facile si rende il lavoro a chi intenda truffare e delinquere; se, poi, il tutto si riduce ad una sola prova informatica con risposte multiple, risulta piuttosto aperto il pericolo della consegna a chi di dovere della sequenza giusta delle risposte da dare: la riforma apre alla semplificazione non solo dei concorsi, ma degli strumenti per truccare i concorsi.

Ma, bene che vada, rischia di ridurre in ogni caso il concorso ad una sorta di lotteria o ordalia: una sola prova non appare, in effetti, probante.

Certo, c’è la spinta alla valutazione delle esperienze. Ma, come osservano Boeri e Perotti, è un’arma a doppio taglio: l’eccessivo peso all’esperienza finisce per tagliare fuori i giovani, che ovviamente esperienza sul campo non ne hanno. Inoltre, sempre quanto accade negli appalti, insegna che insistere troppo su requisiti soggettivi apre l’altro rischio del “bando fotografia”: quel bando, cioè, che descriva appunto le esperienze ritagliandole a misura specifica di ben chiare e preindividuate persone (e si tratta di un fattore di rischio che il Piano Nazionale Anticorruzione 2013 dell’Anac considera come endemico a procedure concorsuali con poche prove selettive).

Fate presto e male

Ancora, concorsi così destrutturati sono evidentemente funzionali al disegno di assumere “presto” figure intanto a tempo determinato, per la durata dei progetti del Pnrr, rinviando a poi la possibilità di inserire stabilmente questi soggetti.

Ma, è un rischio anche questo evidenziato da Boeri e Perotti: questo modo di operare finisce per ampliare gli spazi del precariato nella PA e quelli, simmetrici, di successive stabilizzazioni, connesse all’emergere di una qualsiasi ragione di emergenza assunzionale. Il tutto, alla fine, sempre a discapito dei giovani molto preparati e brillanti, perché chi potrà essere stabilizzato sarà solo chi abbia già un piede nella PA, messo anni prima, magari sulla base appunto di concorsi eccessivamente sommari e smilzi.

Infine, il problema delle commissioni, poco pagate, anzi per nulla pagate: ridurre all’osso le prove concorsuali è un ulteriore incentivo a non remunerare a dovere un’attività che, invece, dovrebbe essere strategica e fondamentale per una selezione davvero efficace.

Semplificazioni o scorciatoie?

Il problema, Titolare, allora sta nella ricerca non di semplificazioni, bensì di scorciatoie. Semplificare non è e non deve essere semplice, né semplicistico. Richiede un investimento in tempo e la famosa, ma mai realizzata, analisi di impatto ex ante, il test, la valutazione ex post e l’impianto definitivo.

Questi pixel pensano che per modificare davvero in modo efficace il reclutamento nella PA occorra radicalmente cambiare paradigma.

Sarebbe, finalmente, il caso di pensare ad un sistema di abilitazione e di “ranking” in una graduatoria nazionale, con progressiva possibilità di scalare la classifica.

La proposta è effettuare delle selezioni di ingresso nella graduatoria nazionale per chi sia interessato ad un possibile, eventuale e futuro lavoro nella PA. Selezioni gestite su basi provinciali e davvero snelle, mediante test su nozioni generali amministrative e specifici sulle conoscenze tecniche per la professionalità alla quale il candidato ambisce.

Graduatorie vive e da scalare

Una volta inserito nella graduatoria, il candidato potrà crescere di posizione, utilizzando vari strumenti: la tipologia ed il grado del titolo di studio, i titoli post diploma e post laurea, esperienze di tirocinio, esperienze di lavoro, corsi di formazione (ovviamente attinenti al profilo per il quale è inserito nel ranking), iscrizioni in albi, abilitazioni.

Allo scopo, sarebbe fondamentale che la PA stessa svolgesse corsi post diploma e post laurea finalizzati a dare punteggio per la graduatoria nazionale, o quanto meno dettasse criteri a prova di bomba per standardizzare insegnamenti ed obiettivi formativi, in modo che soggetti anche privati, accreditati allo scopo, possano tenere periodicamente queste opportunità formative.

Sempre la PA potrebbe attingere alle graduatorie, con chiamate mediante manifestazione di interesse, per promuovere tirocini, anch’essi formativi e finalizzati alla crescita nel ranking.

I concorsi, a questo punto, potrebbero avere una fortissima semplificazione, ma non per la riduzione delle prove, bensì dei concorrenti. I concorsi, molte volte, a livello nazionale durano tanto, perché folle oceaniche si assiepano nei palazzetti dello sport, nelle fiere, negli alberghi (specie romani) che fanno da “concorsificio” e poi per la correzione degli elaborati e le prove occorre, ovviamente, moltissimo tempo.

Un ranking per scremare

Il sistema del ranking, invece, potrebbe consentire di limitare la partecipazione ad una percentuale (il 20%, il 30%?) dei soli candidati collocati nel livello più alto della graduatoria. Il che spinge gli altri a provare a crescere acquisendo titoli, scalando la graduatoria ai fini della possibilità di partecipare ai concorsi.

Il tutto, poi, sempre corroborato da assunzioni finali, mediante contratti a “causa mista”, lavorativa e anche formativa, come i contratti di formazione e lavoro e, soprattutto, il contratto di apprendistato.

Ovviamente, si tratta di una proposta grezza, meritevole di raffinazioni sui criteri per attribuire i punteggi e la frequenza delle occasioni di crescita.

Questo sistema darebbe anche senso al “portale dei concorsi” al quale il Ministro della Funzione Pubblica sta pensando: il portale sarebbe il luogo nel quale gestire la graduatoria ed il sistema di controllo che ai concorsi partecipino esattamente il numero massimo dei collocati più in alto in classifica per i concorsi banditi. Il tutto, nella massima trasparenza.

Certo, all’inizio vi sarebbero forze inerziali che stenterebbero a far partire il sistema, che però a regime renderebbe il reclutamento più aderente alla valutazione delle capacità e competenze e meno esposto al rischio di ridurre il tutto ad una lotteria.

Nell’immediato, liste di disponibilità

E nell’immediato? Intanto, una buona cosa potrebbe essere che la Funzione Pubblica si decida a fare quanto già è possibile a costo zero, per ridurre drasticamente alcuni tempi morti.

Sì, perché prima di avviare i concorsi, le PA debbono accertarsi che non vi sia personale pubblico, avente medesimo profilo e mansione del posto da reclutare, che si trovi in stato di “disponibilità”, una sorta di misto tra l’ex mobilità privata e la condizione di sospensione dei cassintegrati (il tutto regolato dagli articoli 33, 34 e 34-bis del d.lgs 165/2001). Ebbene, i collocati in disponibilità sono inseriti in apposite liste.

Ma, Titolare, Ella crede che sono non diciamo pubbliche, ma liberamente accessibili quanto meno dalle PA? Ovviamente, la risposta è no. Occorre che l’ente che vuol bandire un concorso chieda se vi è personale in queste liste prima alle strutture regionali competenti per i servizi per il lavoro e, poi, alla Funzione Pubblica, che estende al livello nazionale la ricerca inizialmente su base provinciale e regionale. Il tutto, richiede circa una trentina di giorni dovuti al famoso “tempo di attraversamento”, che in realtà è tempo morto.

Basterebbe, si ribadisce, pubblicare una lista unica nazionale, organizzata su base regionale e provinciale, con accesso controllato delle PA, per risparmiare giorni e giorni sui tempi dei concorsi.

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