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Toh, chi si rivede: lo spread

In caso non ve ne foste accorti, lo spread del Btp decennale contro Bund è tornato ad allargarsi in modo evidente, da qualche settimana a questa parte. Le notizie di pressioni sui prezzi, temporanee o meno, stanno spingendo il mercato a prezzare progressivamente il rischio di un anticipo nella fuoriuscita dalle misure di sostegno monetario straordinario.

Nel corso di quest’anno, per semplice effetto confronto (quello che gli anglosassoni chiamano base effect) rispetto ai livelli depressi di dodici mesi addietro, oltre che per il venir meno della riduzione temporanea dell’Iva, l’inflazione tedesca è attesa vicina al 3% tendenziale, causando nuovi spasmi germanici contro la Bce.

Più debito, più problemi

Illusioni ottiche a parte, non serve uno scienziato per intuire il punto: un paese col rapporto d’indebitamento molto elevato finisce nei guai, se la politica monetaria dovesse iniziare a diventare un po’ meno accomodante, o se i mercati spingessero verso questo esito.

Spread Btp-Bund ultimi 90 giorni

In un mese, lo spread italiano si è allargato di circa 25 punti base sulla scadenza decennale. I rendimenti del Bund decennale si stanno riavvicinando allo zero, dopo molto tempo, e quelli del nostro Btp sono più che raddoppiati negli ultimi tre mesi, partendo comunque da una base incredibilmente bassa.

Ribadiamo: non servono competenze di fisica delle particelle per capire cosa accade ai debitori più vulnerabili quando i rendimenti di mercato risalgono. Che fare, quindi? Ben poco è nel nostro controllo, ovviamente. Qualcuno si è spinto a chiedere alla Bce di intervenire per aumentare gli acquisti di titoli di stato, con relativo allontanamento dalla cosiddetta capital key, la quota di partecipazione al capitale della Bce che indica il pro rata degli acquisti.

Superfluo dire che questa soluzione è un pannicello tiepido, anzi ormai freddo. I volumi di debito in gioco difficilmente si domano con qualche acquisto maggiorato che ha la consistenza di spiccioli. Forse solo l’impegno della Bce ad aumentare lo stock programmato di acquisti potrebbe avere impatto sul mercato, ma questo non è all’ordine del giorno né pare potrà esserlo, per motivi politici.

Certo, resta la possibilità che le pressioni inflazionistiche si risolvano in una bolla di sapone, e tutti lo speriamo, anche perché il loro eventuale radicamento nelle aspettative degli agenti economici sarebbe un enorme problema.

L’inquietante entusiasmo italiano per il debito

Resta tuttavia il punto: troppo debito è fonte di vulnerabilità, anche se al momento noi italiani siamo eccitatissimi alla prospettiva dei 210 miliardi di fondi del Next Generation EU, tra sussidi e prestiti, che secondo la vulgata faranno decollare questo paese verso la Nuova Era. La cosa non stupisce, dopo tutto: un paese che per molti anni ha sviluppato questa sorta di religione del deficit, non può che accogliere la prospettiva di nuovo debito lanciando i cappelli in aria.

Si tratta di un paese che può persino fingere di scordarsi che queste erogazioni, sussidi e prestiti, arrivano con condizioni al seguito. Un tempo ci sarebbe stata la rivoluzione popolare, popolana e populista, di fronte a questa prospettiva; oggi, pare tutto accantonato, almeno per ora.

Eppure, pensateci: le “riforme” che queste erogazioni richiedono potevano essere realizzate senza necessità di trangugiare oltre cento miliardi di euro di debito aggiuntivo. Pensate alla riforma della giustizia, civile e penale. Oppure pensate agli interventi sul fisco. Un tempo si chiamavano “riforme a costo zero”, tranne che per quelli i cui interessi sarebbero colpiti.

Credete davvero che ridisegnare la curva delle aliquote marginali effettive (quindi anche le detrazioni), necessiti di ulteriore debito? Forse sì: necessita se questo ridisegno è fatto pensando di ridurre la pressione fiscale complessiva prima che gli incentivi del sistema fiscale ridisegnato spingano la crescita. Ma ho il sospetto che partire dal tetto non sia mai garanzia di edifici stabili.

Divergenti o devianti, ancora una volta

Resta quindi questa nuova e ulteriore divergenza, che potremmo chiamare devianza, tra l’Italia e gli altri paesi Ue, eccetto la Grecia (appunto): noi andremo a usare i prestiti, gli altri paesi solo le sovvenzioni, almeno così pare.

Il rischio è che la nostra “cultura” economica stia nuovamente cadendo nella antica fallacia: entusiasmarsi per la spinta iniziale, di natura strettamente aritmetica, che l’investimento pubblico esercita sul Pil, e disinteressarsi di cosa accadrà “dopo”, cioè alla dotazione materiale e immateriale dell’economia, e di come tale dotazione influirà o meno sulla crescita.

Detto in altri termini, preoccuparsi solo del livello e non della pendenza della crescita medesima. Peccato che il livello non sia garanzia di alcunché, passato il periodo degli esborsi.

Tutti (o quasi) ci auguriamo che questo PNRR si risolva in un trionfo epocale per il paese, che il moltiplicatore di questi esborsi sarà senza precedenti, che la moribonda produttività italiana, soprattutto quella totale dei fattori (cioè di sistema), si impenni. Dal piano Conte a quello Draghi la crescita stimata aumenta del 20%, ma ricordiamo che stiamo parlando pur sempre di un +3,6% di Pil aggiuntivo cumulato in cinque anni, se tutto andrà bene, a fronte di un impressionante raddoppio di investimenti rispetto alla media storica.

Dobbiamo crescere di più anche per compensare la depressione demografica che ci sta spingendo verso il baratro. Ma non possiamo non provare qualcosa di molto simile a frustrazione vedendo l’entusiasmo nel fare nuovo debito e constatando che le “riforme” che tale debito dovrebbero accompagnare sono in ampia parte indipendenti da esso. Anche la parte “materiale” degli investimenti? Certo, anche quella. Uccisa in culla per lustri, per mano della spesa corrente; mal pianificata e oggetto di assalti alla diligenza quando realizzata.

Ricreazione durante le lezioni

Questa volta sarà diverso? Per il momento, non trascuriamo l’affioramento di nuovo rischio politico interamente domestico, dato dalle dichiarazioni di un leader che pensa che le “riforme” vadano fatte con calma, la prossima legislatura, dopo aver spostato Draghi al Quirinale. Intanto, “l’Europa” ci dia i soldi o ci faremo esplodere in una camera di cemento armato. Yawn.

Costui finirà contro un muro, attività in cui ormai eccelle ma, prima di quel momento, e avvicinandosi il cosiddetto semestre bianco prima dell’elezione del nuovo capo dello stato, in cui non si possono sciogliere le camere, la probabilità di assistere a una chiassosa ricreazione in piena lezione non va affatto scartata. In attesa che il suo partito prenda coscienza che il signore in questione è una liability. Ci arriveranno ma servirà tempo.

Lo capite che Draghi non può fare miracoli ma solo interrompere brevemente il processo di autodistruzione avviato da questa classe politica e questo elettorato?

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