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I dati dei cinesi? Appartengono allo stato

Prosegue, e si intensifica, l’iniziativa delle autorità cinesi per mettere sotto controllo le multinazionali Tech, dietro formali contestazioni di tutela dei consumatori. L’obiettivo, in realtà, pare soprattutto essere il controllo dello stato sull’impressionante volume di dati e informazioni personali che le piattaforme mietono ogni secondo, in funzione di acquisire un vantaggio competitivo rispetto al resto del mondo, e in particolare agli Stati Uniti.

Dopo il pesante ridimensionamento di Jack Ma e delle sue app, è ora il turno della potente società di ride-hailing, Didi, la Uber cinese. Che tempo addietro ha rilevato proprio le attività locali dell’azienda statunitense, che ne è così divenuta azionista con circa il 13%. L’altro grande azionista di Didi è il fondo giapponese SoftBank, col 21,5%. Per le autorità cinesi, quindi, una doppia emicrania, anche se la struttura azionaria è tale da consentire il controllo dei voti societari al fondatore e amministratore delegato Cheng Wei.

Quotazione a Wall Street

Didi si è quotata nei giorni scorsi a New York, per la gioia delle banche d’affari americane che hanno curato il collocamento da 4,4 miliardi di dollari. Subito dopo, l’autorità cinese per la cybersicurezza ha bloccato l’app della società a nuove registrazioni, senza pregiudicarne per ora l’uso agli utenti esistenti, oltre mezzo miliardo, citando serie preoccupazioni per la sicurezza dei dati dei cittadini.

Le autorità cinesi, secondo alcune “fonti”, pare avessero chiesto a Didi di rinviare la quotazione già tre mesi addietro oppure, in subordine, di quotarsi a Hong Kong. La società, come molte altre connazionali, ha invece preferito proseguire e quotarsi a New York, malgrado lo scrutinio delle autorità statunitensi, che non vogliono cedere ad aziende cinesi i dati personali dei propri cittadini, oltre a richiedere delle revisioni di bilancio a profondità tali da causare l’opposizione di Pechino.

Prosegue quindi la vigorosa azione di Pechino per mettere le mani sui dati dei cittadini consumatori, e non lasciarli in mano ad alcuni miliardari, pur se in apparenza ossequiosi al regime. Obiettivo è quello di sigillare i confini riguardo ai dati personali e usare i medesimi per alimentare le applicazioni di intelligenza artificiale e Big Data.

Il tesoro dei dati personali

Secondo un report di IDC, molto citato in questi giorni, entro il 2025 la Cina disporrà di un terzo del volume di dati generati sul pianeta, dandole un potenziale vantaggio competitivo nelle applicazioni di intelligenza artificiale.

L’azione contro Didi produce l’effetto collaterale di infliggere danni agli investitori esteri, soprattutto americani, oltre a mandare un potente avvertimento alle aziende cinesi che pensano di quotarsi fuori dalla Madre Patria. Nel primo semestre sono state ben 34, e hanno raccolto 12,4 miliardi di dollari. Si rafforza quindi l’ipotesi di scenario di un vero e proprio sganciamento tecnologico tra Cina e Stati Uniti, nell’ambito dell’aspra competizione tra le due potenze.

Che i dati personali siano un asset dotato di valore, è concetto acquisito da molto tempo. Ma quando tale valore viene sottratto all’individuo per metterlo al servizio dello stato, la prospettiva cambia radicalmente. La stessa logica antitrust, citata dalle autorità cinesi, muta rispetto alla impostazione occidentale sin qui prevalente. Prevale la sicurezza nazionale e il primato dello stato, non necessariamente innovatore in prima persona ma regolatore supremo e dominus dei dati dei propri cittadini.

Se si confermasse che la Cina acquisisce un effettivo vantaggio competitivo dalla cattura massiva e utilizzo intensivo dei dati personali dei propri cittadini, anche in Occidente potrebbero levarsi voci di Guerra Fredda con la richiesta di accantonare il concetto di privacy per concentrarsi su quello della lotta contro un regime nemico.

Tesla nel mezzo

Nel frattempo, chi rischia di finire preso nel mezzo di questo scontro tra potenze è Tesla. Accolta in Cina col tappeto rosso, è oggi sotto il fuoco incrociato dei regolatori e dei consumatori, che agiscono in modo orchestrato attraverso campagne sui social media che il regime al momento si guarda dal censurare.

Dopo la coreografica protesta di una cittadina, lasciata agire indisturbata durante il seguitissimo Shanghai Auto Show, che lamentava malfunzionamenti del software, a cui Tesla ha risposto -in maniera giudicata ruvida- che i sistemi di bordo non mostravano anomalie, è iniziata una furiosa pressione social con richiesta di formali scuse.

Il governo cinese, il mese scorso, ha ordinato il richiamo di praticamente tutte le vetture Tesla vendute nel paese, oltre 285 mila, per rimuovere un difetto software. Contemporaneamente, e in linea con la nuova dottrina di cattura dei dati dei cittadini cinesi, alle Tesla è stato proibito l’accesso a edifici e strutture pubbliche. Il costruttore statunitense è stato “invitato” a segregare su server cinesi i dati raccolti dalle auto circolanti in Cina ma, data la situazione, è assai dubbio che ciò possa bastare.

Forse l’azienda di Elon Musk è stata accolta, o più propriamente attirata, in Cina per spingere i produttori locali, sempre impegnati a “perfezionare” le tecnologie altrui, e ora non serve più. Oppure si è verificata una divergenza tra livelli gerarchici del regime. Come che sia, è dura tenere un mercato locale quando sei sotto il fuoco dei social e del “patriottismo consumeristico”, come spesso accade in Cina.

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