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Panino e cartellino, avanzi di terziario

di Luigi Oliveri

Il rientro a scuola, molto più che dallo smart working, ci conferma che la pandemia è passata invano. Non ha insegnato assolutamente nulla, almeno per quel che riguarda l’organizzazione delle città e dei trasporti.

Treni, bus, corriere e metropolitane pochi, in ritardo, sovraffollati e sporchi erano e pochi, in ritardo, sovraffollati e sporchi sono rimasti. Il traffico privato convulso, imbottigliato ed inquinante era, convulso, imbottigliato ed inquinante è rimasto.

Il cosiddetto “rientro in presenza” previsto per le pubbliche amministrazioni a partire dal prossimo 15 ottobre potrebbe dare il colpo definitivo di grazia. Ma, forse no.

È sotto gli occhi di tutti un’evidenza: la decisione di riportare “in presenza” i dipendenti pubblici non è stata supportata dal benché minimo elemento numerico di valutazione né da una stima di impatto sull’organizzazione del lavoro, da un lato, o, appunto, su inquinamento e vita delle città, dall’altro.

Un boom da rientro in ufficio

Si è agito solo sull’impulso di qualche studio apocrifo, secondo il quale il “rientro” rilancerebbe il Pil del 2%, grazie al rilancio in grande stile della vendita dei panini carbonizzati al formaggio incandescente e dell’insalatona a 12 euro. Come non aver pensato prima che il pancarrè con maionese ed insalata potesse avere questo impatto sull’economia? E perché non organizzare “filiere” di produzione e “distretti” per l’export di questi preziosi generi di produzione, per un ulteriore balzo del Pil?

Sia come sia, il ritorno “in presenza”, oltre a non avere alcuna base di verifica sui numeri, nemmeno si fonda sul minimo studio in termini di produttività o miglioramento dei servizi. Poiché la capacità di verificare la produttività del lavoro pubblico è la grande assente da sempre, a disdoro di ogni riforma “epocale” della PA, infatti, si punta all’incremento del Pil derivante non dalla maggiore efficienza e qualità del lavoro dei dipendenti pubblici che tornano in “presenza”, ma sull’incremento della vendita dei tramezzini nei bar del centro: il contributo della PA alla ricchezza misurato in termini di tramezzini consumati.

Insomma, un Camogli rinsecchito val bene il ritorno al caos nei trasporti e nei centri cittadini, come anche l’abbandono di ogni idea diversa di regolazione dei tempi delle città e di remotizzazione/digitalizzazione delle attività; e, soprattutto, il confortevolissimo abbandono di ogni esigenza di organizzare il lavoro attribuendo compiti chiari e misurabili ai fini della realizzazione di specifici obiettivi.

Timbrature performanti

Molti organi di governo ed alti dirigenti potranno respirare: i loro piani e programmi potranno continuare a promettere tutto ed il contrario, senza entrare in nessun dettaglio tecnico e di spesa e, soprattutto, la valutazione dei dipendenti potrà basarsi sulle timbrature ai tornelli in entrata ed in uscita, contando poco quel che avviene tra una timbratura e l’altra. A parte la pausa caffè e e la pausa pranzo, si intende, che così tanto rilanciano il Pil.

Eppure, qualcuno ha provato a fare qualche conto: i consulenti del lavoro, in un loro recente studio, hanno stimato che a maggio del 2021 i dipendenti pubblici fossero in smart working in 1,2 milioni, circa il 37,5% del totale. Molto meno del 60% che fino ad aprile 2021 era possibile.

Ma, purtroppo, per il Pil al Camogli questa non è una buona notizia. Infatti, la stima semplicemente numerica non è sufficiente: occorrerebbe anche quella tipologica: quali dipendenti pubblici erano in smart working, che tipo di lavoro svolgevano?

Che a maggio 2021 vi potessero essere oltre un milione di “statali” in lavoro agile non stupisce, per una ragione semplicissima: erano ancora moltissime le scuole in Dad. Detto meglio, la gran parte dei docenti e del personale tecnico ed amministrativo delle scuole non erano nelle sedi, ma lavoravano da remoto.

Ora: sui 3 milioni di dipendenti pubblici a tempo indeterminato, quanti sono i dipendenti del comparto Istruzione? Poco più di 1 milione. Allora, noti questi dati, con qualche complicato algoritmo non è difficile comprendere che se a maggio 2021 1,2 milioni di dipendenti pubblici erano in lavoro agile, ciò è stato perché almeno 700, ma più probabilmente 800 mila dipendenti del comparto Istruzione lavoravano da remoto, in dad.

Smart schooling

Dunque, il medesimo algoritmo ci evidenzia che a maggio 2021 i dipendenti pubblici non appartenenti al comparto scuola in smart working non superavano i 500 mila, ma probabilmente si aggiravano tra i 300 e i 400 mila.

Quanto fa, in termini percentuali, la stima più elevata, 500 mila, su tre milioni? Il 16,6%: pochissimo più della fatidica soglia del 15%, alla quale si punta come ottimale per il futuro assetto dalla PA.

Dunque, come volevasi dimostrare, il numero dei dipendenti pubblici in smart working è fortissimamente influenzato dalla decisiva componente degli appartenenti al comparto scuola e università. Se gli enti della cultura vanno in Dad, il numero dei dipendenti pubblici in lavoro agile sale moltissimo. Altrimenti, ben difficilmente supera i 500 mila.

Cosa fare, allora, per l’economia del panino? È giusto sacrificare al toast strinato il caos dei trasporti?

Forse per dare la parvenza di aver appreso la lezione inferta dalla pandemia, si potrebbe provare a conciliare un po’ di “green” con il Pil da panino. Perché, allora, non provare a lasciare alle PA di organizzarsi come meglio credono:

  1. definendo finalmente strumenti di verifica della produttività che non siano legati al numero di timbrature;
  2. superando la logica dello “sportello” alla “presenza” dell’interlocutore, che già assicurazioni, banche, compagnie aeree, telefoniche, di noleggio, di servizi, hanno abbandonato da anni, come metodo per l’erogazione dei servizi e digitalizzarli, con conseguenze inevitabili su remotizzazione del lavoro?

Panini miliardari

Ma, senza dimenticare il panino da 2% del Pil. L’idea è, quindi: una tassa di scopo su ogni dipendente pubblico in smart working, corrispondente al consumo medio di panino raggrinzito e insalatona in un anno, per le giornate di rientro obbligatorio. Immaginando 2 giornate di rientro la settimana, per 44 settimane lavorative, per 8 euro medi, per 3 milioni, si ottiene un gettito di 2.112 milioni di euro, da distribuire poi alle tavole calde a scopo rilancio del Pil del 2%.

E pazienza se il Pil è di circa 1.700 miliardi di euro, sicché il 2% di tale somma sarebbe circa 34 miliardi. Si potrebbe puntare a questa cifra contando su dipendenti pubblici il più possibile fannulloni e “panzoni”, intenti ad ingozzarsi tra un fannulloneggiamento e l’altro che inframezza entrate e uscite ai tornelli.

Ah, a proposito. Nell’articolo de Il Sole 24 Ore del 29 settembre 2021 “Entrate, ok all’indennità da smart working” si informa che Funzione pubblica e Ragioneria generale dello Stato, pur dopo una meditata e sofferta decisione, hanno considerato legittimo un contratto decentrato dell’Agenzia delle entrate che preveda l’assegnazione ai dipendenti di una sorta di “indennità da smartworking”, subordinata al miglioramento delle performance.

Miglioramento che, a dire dell’articolo, non risulta difficile da rispettare per l’Agenzia, poiché nei mesi del lavoro agile ha dato corso agli aiuti a fondo perduto dati alle imprese mediante i vari decreti ristori.

Apprendiamo, con piacere, pertanto che la “performance” consiste nell’applicare le norme. Ottimo. E che quindi in smart working persino pubblici uffici e dipendenti pubblici sono stati produttivi.

Ma, allora, perché il rientro in “presenza”? Meglio una onesta tassa sullo smart working. No?

Un caveat: questo post di Luigi è ovviamente satirico. Restando sul latino, pur se maccheronico, lo definirei una perculatio. Urge comunque una chiosa: in primo luogo, trovo molto interessante, fuori di satira, la stima di circa 15% di lavoratori pubblici non appartenenti al comparto della scuola che erano in smart working. Interessante perché si tratta della stessa percentuale stimata dal ministro Brunetta per l’era dello smart working post pandemico e auspicabilmente non “all’italiana”. Ove mai albeggiasse quell’era, come reagirebbero quindi i titolari di pubblici esercizi? Ah, saperlo.

Tuttavia, mi corre obbligo di dare al ministro Brunetta il beneficio del dubbio e di riconoscerne le genuine intenzioni riformiste. Quindi, aspettiamo e vediamo, senza russare.

In secondo luogo, c’è un aspetto che Luigi ha trascurato, in quanto -giustamente- focalizzato sulle tematiche e problematiche del lavoro pubblico. Esiste anche un settore privato i cui dipendenti sono in smart working, ed esiste una discreta probabilità che per loro non vedremo il ritorno al pieno status quo ante. Anche qui, che diranno e faranno i titolari di pubblici esercizi e il loro nume sindacale, l’arzillo ottuagenario innovatore che risponde al nome di Carlo Sangalli? Anche qui: ah, saperlo (MS)

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