La gelata sui sogni dei Brexiter

Prosegue la serie nera del povero Boris Johnson, a cui ormai rivolgiamo pensieri di affettuosa solidarietà. Si è dimesso anche Lord David Frost, capo negoziatore della Brexit, l’uomo che stava tentando di stracciare il Protocollo dell’Irlanda del Nord contenuto nel Trattato di ritiro, che evidentemente Johnson ha firmato senza leggere. Che si sia trattato di intento truffaldino verso la Ue o di genuina incapacità a comprendere un testo in assenza di disegni, meglio se da colorare, dirà la storia. Quello che qui rileva è che queste dimissioni sono l’ennesimo precipitato di una serie di contraddizioni che perseguitano, in nome e per conto della realtà, quelli che credono di potersela cavare con l’antica arte dell’illusionismo.

Frost si è dimesso a seguito di “preoccupazioni sull’attuale direzione di viaggio” del Regno Unito. In due sensi: il primo, quello dei rapporti con la Ue; il secondo, quella sulla gestione della pandemia. Il negoziato con la Ue riprenderà a gennaio, dopo reiterate minacce del governo britannico e di Frost medesimo di stracciare la parte del trattato di ritiro relative ai controlli doganali nei porti del Nord Irlanda. E dopo aver concesso confortevoli vantaggi competitivi agli esportatori Ue in Regno Unito, quasi dimenticavo.

Dopo che anche la Casa Bianca ha “consigliato” a Johnson di non mettere a rischio gli accordi del Venerdì Santo, con conseguente congelamento del negoziato per l’agognato trattato commerciale Usa-UK e mantenimento dei dazi su acciaio e alluminio, ora pare che Johnson si sia ammorbidito.

Voci di dentro riferiscono che il premier potrebbe addirittura seppellire la linea rossa contro la giurisdizione della Corte di Giustizia Ue sulle controversie relative al trattato. Non sappiamo se andrà davvero così ma di certo la sola indiscrezione non deve essere piaciuta al Brexiter puro e duro Frost.

“Coercizione” pandemica

Il quale Frost pare essersi dimesso anche per protestare contro il rischio di nuove misure “coercitive” nella gestione della pandemia, leggasi restrizioni a spostamenti e assembramenti e, soprattutto, introduzione di pass vaccinali. Prescrizioni su cui nel partito Conservatore c’è vasta rivolta. Al punto che, per far passare le nuove blande restrizioni contro Omicron (che sono del tutto insufficienti), a Johnson sono serviti i voti del Labour.

Su questo punto, cioè il cosiddetto libertarismo pandemico dei Tories, è utile ribadire un punto che sfugge a molti, in giro per il mondo: è il virus a dettare legge, non i governi o i parlamenti. Una volta assimilato questo problematico principio di realtà, possiamo procedere. Paradigmatica è infatti la sequenza con cui i ministri britannici, dal premier in giù, subiscono gli eventi pandemici.

C’è una caratteristica sequenza, ad accompagnare le loro uscite pubbliche. “Escludo nuove restrizioni”, a cui fa seguito “Non posso escludere nuove restrizioni” e, a chiudere, “Queste sono le nuove, necessarie restrizioni. Che rimuoveremo il prima possibile”. Ovviamente, sempre “il prima possibile”, bisognerà investire pesantemente in ricerca per vaccinare la gente contro le dissonanze cognitive, che sono l’altra emergenza pandemica dell’umanità.

Singapore sul Tamigi e spesa pubblica

A parte ciò, il “testamento politico” del dimissionario Frost è basato su precetti che sono in devastante contrasto con la linea che ha premiato Johnson alle ultime elezioni. Frost e molti Brexiter puntano allo “stato minimo”. Ricordate la famosa immagine della “Singapore sul Tamigi“, a prescindere da quello che realmente accade a Singapore? Ecco, quella.

Invece, sin qui abbiamo avuto promesse di spesa pubblica per “livellare verso l’alto” le regioni più deprivate dell’Inghilterra del Nord. Che è come dire che il mercato da solo non basta, serve anche la spesa pubblica. Che tuttavia non è illimitata, dicono i disfattisti. Poi, gli aumenti di imposte di Rishi Sunak, necessitati dalla ricostruzione post-Covid ma anche dal fatto che la Brexit riduce il potenziale di crescita, in quanto episodio di deglobalizzazione.

Quindi, la dimensione potenziale dell’economia britannica si riduce e, con essa, il gettito d’imposta, a meno di aumentare le aliquote. Cioè, addio a tasse basse. Quanto alla deregulation, basti pensare a cosa è accaduto quando, per celebrare simbolicamente la Brexit, pareva che il ministero delle imprese (Department of Business) si accingesse a chiedere di stracciare la regolazione Ue sul massimo di 48 ore lavorative a settimana.

Deregulation vittoriana

Apriti cielo: il ministro Kwasi Kwarteng ha immediatamente rimesso nel cassetto l’ideuzza di gusto vagamente vittoriano affermando che non c’erano piani per “annacquare i diritti dei lavoratori”. Ecco, appunto. Esiste una spettacolare distonia tra la visione della Brexit di molti Leavers e la realtà di un paese che è in una traiettoria di declino o meglio di necessaria fuoriuscita da nostalgie imperiali ancora troppo presenti. A ognuno il proprio eccezionalismo, del resto.

A parte la scelta dei simboli, visto che abolire il limite legale della settimana lavorativa non pare il massimo della modernità e dell’orientamento produttivistico da ventunesimo secolo, il Regno Unito si dibatte caratteristicamente nelle contraddizioni che minano quanti scelgono di prendere le solite scorciatoie verso un vicolo buio e cieco, dove la realtà ti fa nero.

Per avere un riscontro della bontà di questa tesi, basta guardare la lista dei capi-negoziatori britannici negli ultimi due governi di Sua Maestà. E ora, tocca alla ministra degli Esteri, Liz Truss, Remainer pentita con robusta propensione ai ripensamenti, che studia da premier. Mossa “geniale” di BoJo per bruciarla? Avanti il prossimo.

Come che sia, s’impone la meta-freddura: sui sogni Brexiter è scesa una gelata, con o senza Lord Frost.

Photo by Number 10 on Flickr

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