Approvazione notturna per la legge di bilancio 2015 della martoriata Ucraina. Non è neppure certo che esista un documento ufficiale, a dirla tutta, e lo stesso premier Arseniy Yatseniuk ha segnalato che entro febbraio vi saranno ritocchi e revisioni, ma Kiev tenta disperatamente di riprendere il filo con il Fondo Monetario Internazionale, che dovrebbe proseguire le erogazioni al paese, pari a 17 miliardi di dollari complessivi. A cui dovranno aggiungersene un’altra quindicina, secondo stime della Ue, per evitare (forse) il collasso. Ma in questo budget da stato di guerra c’è una misura che fa sorridere noi italiani. Diciamo così.

Ricordate la frenesia propagandistica con cui in Italia, fino a pochi mesi addietro, si sostenevano le ragioni ed i meriti della flat tax? Una panacea, la ricetta per la crescita economica perpetua, una cornucopia di gettito fiscale con aliquote minime. Da noi, alcuni giovanotti di belle speranze e grandi capacità di arrampicarsi (sugli specchi e nella propria carriera politica) ne avevano fatto il simbolo di un programma economico tanto luccicante quanto improbabile, vista l’ignoranza in materia del suo estensore. I modelli erano i paesi dell’Est Europa, inclusi i Baltici, il cui “impressionante” boom economico, subito dopo l’introduzione dell’aliquota fiscale unica, li aveva rapidamente fatti assurgere a paradigma per tutto il pianeta, segnatamente per il nostro sfigatissimo paese di piccoli demagoghi in perenne campagna elettorale. Solo granitiche certezze, nessun dubbio circa la possibilità che altro fosse alla base della forte crescita di quelle economie, oltre alla fiscalità. E giù bacchettate ai miscredenti, accusati di criptocomunismo per il solo fatto di aver sollevato dubbi di metodo e di merito. Oggi assistiamo al crollo delle economie che avevano introdotto la flat tax, e sentiamo un assordante silenzio da parte degli adepti della setta della tassa piatta.

L’ufficio del presidente ucraino Viktor Yushenko ha accusato il primo ministro Yulia Timoshenko, già turbolenta alleata del presidente nella “rivoluzione arancione”, di aver tradito l’interesse nazionale venendo meno al supporto alla Georgia nel conflitto con la Russia. L’entourage di Yushenko accusa infatti Timoshenko di essere rimasta silente durante i fatti degli ultimi giorni, nel tentativo di assicurarsi il supporto di Mosca in vista delle elezioni presidenziali del 2010. “Le azioni dell’attuale primo ministro mostrano segni di alto tradimento e corruzione politica”, ha dichiarato Andriy Kyslynski, il vice capo dello staff di Yuschenko. “I russi stanno seriamente considerando di sostenere il primo ministro Yulia Timoschenko nella campagna presidenziale in caso di assunzione di una posizione passiva di quest’ultima nel conflitto con la Georgia”, Kyslynski ha aggiunto, secondo quanto appare sul sito presidenziale.