Bce, contro l’inflazione whatever it happens?

Pare dunque che la Bce abbia deciso, a soverchiante maggioranza, che è giunto il momento di diventare aggressivi sulla politica monetaria e procedere ad alzare i tassi “speditamente”, sul copione della Fed e anche se le condizioni economiche sottostanti sono differenti. Questa epifania segna la fine della speranza di limitare i danni, imputando l’inflazione al lato dell’offerta e attendendo che passi.

Parla Schnabel, tace lagarde

Purtroppo, anche se questa considerazione è corretta, la persistenza del fenomeno inflazionistico, già in atto dalla riapertura post pandemica e che l’invasione russa dell’Ucraina ha esacerbato con lo shock energetico, rischia di mettere radici e determinare elevati costi futuri. Almeno, questo è il senso dell’intervento a Jackson Hole, durante il simposio annuale ospitato dalla Fed, di Isabel Schnabel, l’economista tedesca che dal 2020 è membro dell’executive board Bce con la responsabilità formale delle operazioni di mercato. E che tuttavia si è sin qui distinta per posizioni non particolarmente “tedesche” ma soprattutto per la complessa elaborazione teorica dei suoi interventi pubblici.

A Jackson Hole non c’era Christine Lagarde, la presidente della Bce. Non un fatto inedito, a dire il vero. Ma certamente è rilevante il fatto che Lagarde non parli di politica monetaria da ben sei settimane, come hanno osservato alcuni aruspici degli arcana mundi dell’Eurotower. Tra i quali figura Jürgen Stark, che ricordiamo bene come falco teutonico della Bce. Il quale si è chiesto se non siamo di fronte a una riassegnazione di responsabilità entro l’istituto di Francoforte.

Osservazione contrastata da chi sostiene che Lagarde ha uno stile di direzione inclusivo e collegiale e quindi attende che i suoi colleghi abbiano sviscerato anche pubblicamente il tema, per poi intervenire a fare sintesi. Resta il fatto che l’intervento di Schnabel ha messo ai margini del dibattito anche il capo economista della Bce, l’irlandese Philip Lane.

Tutto è possibile, naturalmente. Né si pretende che Lagarde guidi la Bce con modalità e assertività simili a quelle di Mario Draghi, non foss’altro che per differenti percorsi professionali. Di certo, per l’Eurozona, mala tempora currunt. Trovarsi ad attuare una stretta monetaria in un momento così difficile e non in conseguenza di una “semplice” normalizzazione da ripresa, è uno shock avverso la cui portata potrebbe riservare sorprese molto sgradevoli, soprattutto ai paesi a maggior indebitamento, come il nostro.

Ritorno alle origini, whatever it happens

Decidere di agire sulla politica monetaria con la stessa formula della Fed, cioè rendendola “temporaneamente restrittiva” anche a costo di causare una recessione e un aumento della disoccupazione proprio mentre il continente è sottoposto a uno shock energetico senza precedenti, potrebbe causare gravi conseguenze.

Del resto, in questo modo la Bce torna al mandato originario, quello della stabilità dei prezzi. Whatever it happens più che it takes, verrebbe fatto di dire. O anche “muoia l’inflazione con tutti i filistei”. Per un motivo di credibilità dell’istituzione che ha come unico mandato la stabilità dei prezzi. Sfortunatamente, la credibilità delle banche centrali, in questo periodo, non è esattamente ai massimi.

La debolezza dell’euro, conseguenza dello shock energetico, rischia di amplificare ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Ci sono poi criticità tecniche che incrociano la politica. Alzare i tassi significa aumentare la remunerazione delle riserve in eccesso di cui le banche commerciali dell’Eurozona dispongono in conseguenza del Quantitative easing. Su 4.500 miliardi di stock di liquidità, sarebbe un regalo di parecchi miliardi.

Il fatto che le banche possano trovarsi, da qui a pochi mesi, a dover fare pesanti accantonamenti per perdite su crediti in conseguenza della congiuntura, difficilmente frenerebbe le richieste correnti di tassare severamente gli “extraprofitti” del settore, né metterebbe la sordina alle accuse alla Bce di aver favorito queste diseguaglianze.

Il sacrificio della deglobalizzazione

Nel suo intervento a Jackson Hole, Schnabel ha anche detto che una stretta monetaria, in questa congiuntura, rischia di aumentare il cosiddetto sacrifice ratio, espressione vagamente inquietante che indica quanto Pil è necessario sacrificare per conseguire un calo di inflazione di un punto percentuale. Secondo Schnabel, tale quoziente oggi è più elevato che in passato. In altri termini, serve maggiore stretta monetaria per produrre la stessa riduzione dell’inflazione. Se la globalizzazione ha causato disinflazione, la sua retromarcia sta causando una ripresa inflazionistica più persistente e difficile da eradicare.

Altra determinante della persistenza dell’inflazione può essere la politica fiscale espansiva di questi anni, che ostacola il pieno dispiegamento della stretta monetaria e ne richiede in maggior quantità. Qualcosa su cui riflettere, nel momento in cui si decide di realizzare dei pur necessari cuscinetti di protezione dallo shock energetico. Misure che devono essere il più possibile selettive. Anche i non addetti ai lavori avranno -forse- identificato in queste dinamiche l’identikit del rischio stagflazione.

In un contesto simile, chi è destinato a soffrire è il grande debitore. Inutile stupirsi quindi del livello dello spread italiano e della sua direzione di viaggio. Se poi i nostri baldi statisti decideranno di metterci del proprio, avremo completato l’opera.

Photo by Ecb on flickr – (CC BY-NC-ND 2.0)

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