La pausa-governo tra una crisi e l’altra

Una cosa c’è da ribadire, riguardo ai ricorrenti spasmi del fallito sistema partitico italiano: restano la base su cui prospera il business degli aruspici politici con le loro buche delle lettere e i loro pizzini freneticamente scambiati dagli stati minori (ché dirli “maggiori” sarebbe ridicolo) delle associazioni private note come partiti, impegnate allo spasimo a occupare le istituzioni e dirottare risorse fiscali a beneficio dei loro clientes.

Anche nel caso del getto della spugna da parte di Mario Draghi la tradizione si è rinverdita. Un tripudio di calcolo combinatorio svolto da Bertoldi che in condizioni normali non saprebbero neppure svolgere a mente un’addizione elementare.

Anche a me pare di perdere tempo e farlo perdere a chi ha il buontempo di leggermi, in effetti. Vorrei evitare analisi di quanto accaduto, anche perché le mie inutili elucubrazioni e visioni le ribadisco da troppi anni (sistema al capolinea, crisi demografica difficilmente reversibile, impoverimento).

La non-maggioranza e il salvatore della patria

Come in ogni gioco di specchi che si rispetti, anche questa crisi può essere letta da innumerevoli angoli visuali. Una coalizione troppo eterogenea per durare, tenuta insieme dal miraggio delle risorse del Recovery Fund ma con istanze identitarie e di dirottamento di spesa pubblica difficilmente controllabili. Del resto, questa è la democrazia. All’incirca.

Non so se la tempistica di questo sbriciolamento sia quella giusta. Pensando all’autunno estremamente difficile che attende l’Europa, per molti è meglio fuggire all’opposizione e da lì lanciare promesse a piene mani sulla folla. Sono caramelle avvelenate ma non perdiamoci nei dettagli.

Una non-maggioranza di questo tipo di solito poggia sull’emergenza, che fa sì che il premier “salvatore della patria” disponga, e i partiti eseguano premendo il pulsante del voto favorevole. Mario Draghi e Sergio Mattarella hanno deciso da subito che, forse per non umiliare il sistema (s)partitico bancarottiere, fosse meglio dare al governo dell’ex capo della Bce un profilo “politico”, fatto di mediazioni fatalmente al ribasso.

La rottura da parte dell’entità colliquata convenzionalmente nota come M5S e del suo leader sospeso e strattonato arriva su alcuni “irrinunciabili” punti identitari, diciamo così. Non tenterò di analizzare moventi e capacità di alcuni di ragionare su più mosse in avanti, come fossero giocatori di scacchi. La mia stella polare, nel giudicare le persone, resta quella di non sopravvalutarne la razionalità. Demonio, santità e razionalità, metà della metà. Se poi gli scacchisti sono i tradizionali piccioni, che volete analizzare?

Giochi a somma negativa

Un sistema fallito può ben produrre giochi a somma negativa. Anzi, da un sistema fallito ci si aspetta esattamente quello. Ribadisco che non so cosa accadrà nei prossimi giorni. Se i cocci verranno incollati, con o senza la guida di Draghi, per scavallare il 2022 o se si andrà a elezioni da tenere a fine estate per poi partire scattanti allo zenit della crisi energetica (ed economica) più grave dal dopoguerra e una legge di bilancio 2023 da scrivere in poco tempo, meglio se minacciando la Ue di farsi esplodere nella solita camera di cemento armato si nun ce danno li sordi.

Quello che non posso non ribadire è il contesto partitico. Due o tre accozzaglie, o sommatorie se il termine accozzaglie urta la vostra suscettibilità, i cui componenti competono furiosamente. Dovrebbe vincere la destra, “la più schifosa destra d’Occidente dopo i Repubblicani americani” (autocit.). Dureranno comunque poco e finiranno a scannarsi e contro gli scogli.

Più imbarazzante, o diversamente imbarazzante, quello che accade dall’altro lato della barricata. Il Partito democratico, nel suo disperato tentativo di trovare alleati per l’uninominale, aveva già messo in conto di allearsi coi resti del M5S, cresimandolo come ennesima “costola della sinistra”, ma al momento si trova in una condizione che ricorda molto il film “Weekend con il morto”.

È stato persino divertente, nei giorni scorsi, ascoltare il segretario Enrico Letta mentre ammoniva la ciurma pentacolliquata, invitandoli a non fare gesti inconsulti che potrebbero avere conseguenze simili “allo sparo di Sarajevo“, che come noto diede il via alla prima guerra mondiale. Anche meno, segretario: in Europa una guerra vera c’è già.

Il maggiore zombie del paese

Ora basta, se fate così non possiamo cooperare, tuona il povero Letta consapevole che al Pd servono figuranti a cui dare sangue e portare acqua con le orecchie per evitare disfatte all’uninominale. La disfatta arriverebbe comunque, e anche se si regalassero seggi ai primi ubriachi trovati per la strada. Ma vedrete che questo tema dell’alleanza progressista, il famoso campo largo che il sottoscritto ha ribattezzato camposanto largo ormai da parecchi mesi, tornerà in non-vita perché il M5S è quello: uno zombie che si aggira in un paese di zombie, e pertanto è destinato a durare a lungo, consentendo a noi osservatori solo le fugaci soddisfazioni di vedere alcuni esponenti di questo golem non-vivo finire espulsi dal luna park e tornare alle loro precedenti occupazioni e inoccupazioni.

Del resto, il Partito democratico è per molti aspetti il maggiore zombie del paese, pur senza troppi brandelli di carne cascante. Pesantemente condizionato dall’esterno da un gruppetto di personaggi fuoriusciti, solitamente sovra rappresentati a livello mediatico grazie alla folta pattuglia di amici e amichetti disseminati nelle redazioni, costoro puntano a tirare i fili del Nazareno ma hanno evidenti difficoltà a terminare vittoriosamente l’opera di vampirizzazione perché nel Pd persistono un paio di robuste tassonomie resistenti all’operazione: gli “ex renziani” (orrore) e i post-democristiani, decisi a opporsi alla colonizzazione.

Quindi l’obiettivo di sostituzione delle élites, che doveva passare per la definitiva eterodirezione del Pd e la saldatura di correnti di sinistra con spettro cromatico che varia dal rosso antico al rossobruno passando per il verde dell’anguria e il rosso interno alla medesima, segna il passo.

Del resto, sul piano della politica economica, questo obiettivo poggia su una forte redistribuzione che, per motivi puramente aritmetici, necessiterebbe di far piangere non solo i ricchi in senso proprio ma anche i kulaki del ceto medio-alto. Fatale che, date queste premesse, la destra della stampa di moneta, della rottamazione perenne delle cartelle esattoriali e dei condoni “al vostro buon cuore”, risulti “vincente”.

Ecco, vedete? Volevo parlare della fine del governo Draghi e delle sue velleità di essere governo politico per sommatoria, cioè quello che è questo paese di sfasci e corporazioni, e sono tornato alle solite fumisterie fallimentari. Infatti io questo post neppure volevo scriverlo.

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