Regno Unito, dall’Italia al Sudamerica

Avevamo lasciato il Regno Unito col governo “italiano” di Boris Johnson, torniamo ad occuparcene con quello guidato da Liz Truss, che ha vinto il contest estivo tra i Tories, e che ha dato inizio alle danze, di concerto col Cancelliere dello Scacchiere e suo antico sodale di ideologia, Kwasi Kwarteng, con una manovra spettacolare anche per un aspirante kamikaze, che sta facendo onde di preoccupazione in giro per il mondo e sino al tempio del Fondo Monetario Internazionale.

Dapprima, una operazione di sostegno a famiglie e imprese contro lo shock energetico, dove di fatto il Tesoro britannico prende una posizione corta sui prezzi dell’energia. Nel senso che, se questi crescono, il deficit pubblico aumenta di conseguenza. Sessanta miliardi di sterline per i primi sei mesi, il cartellino di prezzo del tetto energetico.

Questa era una misura diremmo necessaria, nel senso che l’inazione non è un’opzione. Ma il fatto che venga fatta a totale e indeterminato deficit, senza prevedere ad esempio la tassazione degli extra-profitti (o “extra-ricavi” come previsto dalla Ue), è una scelta piuttosto rischiosa. Secondo stime della Resolution Foundation, think tank indipendente che cerca di migliorare le condizioni di vita dei cittadini a reddito basso e medio, in cinque anni le misure adottate, tra sostegni energetici e taglio di tasse, aumenteranno lo stock di debito di 411 miliardi di sterline.

Maxi taglio d’imposte contromano

Ma ciò che ha realmente scosso i mercati è stata la scelta di un maxi taglio di imposte per persone fisiche e imprese, nel mezzo di una feroce pressione inflazionistica a due cifre. La logica della manovra è un antico trickle-down, il gocciolamento dai ricchi ai poveri. Aliquota massima delle imposte sulle persone fisiche da 45% a 40%, da circa 50 mila sterline annue in su. Aliquota minima da 20% a 19%.

Cancellato anche l’aumento dei contributi e quello della tassazione sulle imprese, voluto dal precedente Cancelliere, Rishi Sunak: da 25% si torna a 19%. Raddoppio della soglia di esenzione dallo stamp duty su immobili, da 125 mila a 250 mila sterline di controvalore.

La manovra ha causato un vero e proprio shock anafilattico ai mercati, che hanno iniziato a vendere furiosamente sterlina e Gilt, i titoli di stato. La lira (nome che evidentemente non porta benissimo) si avvicina alla parità col dollaro; i costi di servizio del debito pubblico e del suo rinnovo, data la rilevante quota di Gilt indicizzati all’inflazione, sono attesi al decollo. Le società erogatrici di mutui che ritirano le offerte, in attesa di ripresentarle con tassi molto più alti. Chi ha mutui a tasso variabile, e sono moltissimi, ha smesso di dormire la notte.

Bank of England, che ha il già difficile compito di stroncare un’inflazione molto alta e persistente, chiamata a decidere che fare di fronte ad una forte espansione fiscale che va contromano in autostrada nel paese che ha gravi problemi di offerta, esacerbati dalla Brexit, e un deficit delle partite correnti che, toccato ormai l’8% del Pil, mette il paese alla mercé della “gentilezza degli stranieri“.

Sono già iniziate le pressanti richieste al governatore Andrew Bailey di colpire duro, con un rialzo d’emergenza dei tassi prima del meeting della banca centrale del prossimo novembre, che è tra un’era geologica. Come vedremo, la banca centrale ha effettivamente agito ma in modo opposto alle attese.

Il Fondo Monetario Internazionale parlò

Anche commentatori “pesanti” come Lawrence Summers e Nouriel Roubini hanno accusato la manovra di dilettantismo e crassa ignoranza. Il primo ha addirittura invocato la bacchettata del Fondo Monetario Internazionale, che inopinatamente è giunta ieri nella tarda serata europea, a criticare tagli d’imposta ampi e non mirati alle fasce in stato di necessità. Ricordiamo, per puro scrupolo storico, che il Regno Unito e il prestatore multilaterale basato a Washington si erano già incontrati, in una situazione non lietissima, nel 1976.

Persino un esponente della Federal Reserve americana, Raphael Bostic, ha ritenuto di segnalare la mossa come altamente rischiosa e suscettibile di aumentare la già elevata incertezza in giro per il mondo. Reazioni con pochi precedenti a quello che dovrebbe essere un “affare interno”, sia pure di un paese del G7 che ancora possiede una moneta che è riserva internazionale. Vedremo per quanto, a proposito.

Molti osservatori hanno classificato la reazione della sterlina come tipica di un paese emergente. Nel senso che, al crescere dei rendimenti, il cambio cede anziché apprezzarsi. Ora, è utile segnalare che la sterlina è assolutamente libera di fluttuare e che il Regno Unito non si indebita in valute estere, le caratteristiche da libro di testo di un paese emergente, almeno di una volta. Oltre a essere, la sterlina, valuta di riserva internazionale, come detto. Quindi forse il parallelo non calza appieno, al di là del colore giornalistico.

A parte ciò, che fare di questi tagli di tasse? Truss e, soprattutto, Kwarteng, insistono che si tratta dell’avvio di una grande operazione di supply side, di quelle che sarebbero piaciute a Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Diciamo che, a questo Regno Unito, serve in effetti un aumento di offerta, soprattutto di manodopera, dopo la Brexit. Ma una tale stridente operazione di espansione fiscale nel mezzo di una stretta monetaria rischia di finire tra le lacrime.

Ma quale Thatcher

Intanto, la somiglianza con Thatcher semplicemente non c’è. Nel senso che la Lady di Ferro, appena giunta a Downing Street, nel 1979, oltre alla deregulation e alla riduzione delle aliquote marginali in chiave “offertista” (il top era all’83%) si premurò di alzare l’Iva, dall’8% al 15%, e in seguito i contributi della National Insurance a carico dei lavoratori da 6% a 9%. Quindi nessuna parentela con la manovra Truss-Kwarteng.

Al più, qualche affinità con Ronald Reagan, che tagliò le tasse e fece deficit spending soprattutto sulla Difesa, compensandolo in minima parte con tagli al welfare, sempre in chiave di incentivazione dell’offerta di lavoro (così si diceva, all’epoca). Il risultato finale furono i celebri deficit gemelli, di bilancio federale e delle partite correnti.

Piccola differenza, il dollaro era forte e in rafforzamento, per motivi economici e geopolitici (la confrontation finale con l’Unione Sovietica), e soprattutto l’economia statunitense aveva una forza lavoro non certo asfittica come invece quella che caratterizza il Regno Unito post-Brexit.

Che accadrà, ora? Kwarteng ha già detto che, entro novembre, presenterà un piano di controllo di spesa. A novembre manca un’era geologica e non è chiaro a cosa pensi e cosa ci sia da tagliare. Buttato definitivamente a mare l’approccio di “livellamento verso l’alto” delle aree depresse che aveva fallacemente caratterizzato il governo Johnson, facendogli prendere un approccio “sociale” e di maggior utilizzo di spesa pubblica che ha causato costernazione tra i duri e puri Tories, che si può tagliare?

Esiti italiani o sudamericani?

Il timore e il sospetto è quello di un esito “italiano”: cioè di cancellare investimenti pubblici, data la scarsa comprimibilità di voci di spesa quali pensioni e sanità, e forse anche degli stipendi della pubblica amministrazione.

Wait and see. Per ora, vediamo solo folklore familiare e da repubblica (o monarchia) delle banane. Ad esempio, il miliardario gestore di hedge fund e ultra brexiter Crispin Odey, che sta facendo miliardi con posizioni ribassiste su tutto quello che è britannico, che incolpa del crollo i banchieri remainer della City, beneficiati con l’eliminazione del tetto ai bonus ma che persisterebbero a shortare gli asset britannici, “perché odiano il governo”. Segue lancio di catrame all’indirizzo del FMI, “che non ha mai capito nulla” (e questa tanto fuori bersaglio non si direbbe).

Soprattutto, è di stamane la notizia della clamorosa capitolazione di Bank of England, che si accingeva a vendere i Gilt in portafoglio, sommando restrizione a restrizione, e che invece è “costretta” a comprarne altri sulle scadenze lunghe della curva dei rendimenti, per evitare rischi per la stabilità finanziaria, legati a richieste di garanzie aggiuntive in capo ai fondi pensione o liquidazione forzata delle posizioni. La banca centrale dichiara che trattasi di intervento “temporaneo”. Che è come disegnarsi un mirino in fronte e farlo segnare in agenda alla speculazione per il 14 ottobre, il “termine” degli acquisti straordinari. Salvo proroghe.

Un corto circuito spettacolare, tra stretta monetaria che diventa espansione “temporanea” e mostra la subordinazione della politica monetaria e della banca centrale alla politica fiscale. Questa sì, specialità dei paesi emergenti.

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