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Assessore, prenda la targa

Ieri la Capitale è stata scossa da un evento deplorevole, un autentico sfregio a collettività e istituzioni. È accaduto durante la cerimonia per la denominazione all’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi di un largo al Lungotevere Aventino. Autorità riunite per il solenne momento, incluso il presidente Sergio Mattarella. Ma il drappo posto sulla targa non è caduto.

Una prima spiegazione ufficiale parlava di “targa scheggiata” e quindi da risistemare, ma il velo della pietosa bugia era troppo sottile per non lasciar trasparire che al secondo nome del presidente Ciampi era stata scippata una “g”.

La g di gombloddo

Sconcerto, imbarazzo, l’immediata reazione di alcuni pretoriani del Campidoglio, da quasi un lustro strenuamente impegnati a denunciare agguati della realtà alla loro sindaca, ante e post elezioni, seguiti a ruota sugli immancabili social da legioni di agguerriti coprofagi, quelli che da sempre magnificano la rinascita della Capitale con Raggi, anche se abitano a Vibo Valentia.

Dopo alcune ore, è arrivata la comunicazione ufficiale:

Pena esemplare cercasi

La “rapida indagine amministrativa interna” aveva smascherato il “responsabile materiale” dell’abiezione: un dipendente dell’imprescindibile Ufficio gestione appalti e manutenzione targhe toponomastiche, struttura di cui abbiamo inutilmente cercato di appurare se sia dotata di acronimo identificativo, del tipo UffGeAppManTarTop, o se la cui carta intestata inizi direttamente a pagina 2.

Attendiamo ulteriori indagini ed eventuale commissione d’inchiesta per appurare cosa è andato storto nella catena di comando, tra committenza dell’opera, realizzo e posa. È in casi come questi che la presenza di eventuali guastatori, alla base della piramide amministrativa, mette a nudo le drammatiche carenze, soprattutto nei preziosi ruoli di supervisione, di organici pubblici spogliati da anni di austerità e neoliberismo selvaggio.

Mentre ieri valorosi dirigenti offrivano tosto il petto all’esecrazione, dicendosi pronti al sacrificio supremo delle dimissioni affinché risultasse chiara la responsabilità, si è poi tragicamente compreso che neppure questo sarebbe bastato, in assenza della messa in sicurezza dell’intero processo decisionale. Serve, in altri termini, quella “rigenerazione amministrativa” che supporti la Nuova Era del PNRR, senza la quale non riusciremo a “mettere a terra” (proprio nel senso di tumulare) i “soldi dell’Europa”.

Pensiamoci: se, come pare, un quarto dei fondi andranno agli enti locali, abbiamo una irripetibile opportunità di rinnovare la nostra pubblica amministrazione, assumendo specialisti anche in targhe e toponomastica. Con l’obiettivo dichiarato di fare crescere professionalmente chi era già lì.

Quale miglior momento per stimolare emulazione e motivazione? E magari anche istituire nuovi assessorati, con delega alla fonetica dei cognomi applicata alla toponomastica, da affiancare a quelli esperti in fiori di Bach e meditazione trascendentale, già visti all’opera in questi anni.

L’incompresa

Dopo queste considerazioni, a me è sorto un dubbio. E se non fosse “colpa” della povera Raggi? Voglio dire, lei è al vertice di una organizzazione complessa, i cui appartenenti hanno ciascuno propri ed eterogenei obiettivi: tipo raggiungere serenamente la quiescenza o non subire troppi scossoni per l’iniziativa di qualche sindaco che si fosse messo in testa di “cambiare le cose”.

Alla fine, i margini per produrre entropia sono pressoché illimitati, e il sistema tende ad allargarli. Diremmo, mutatis mutandis, che è quello che accade al governo nazionale. A che serve avere un Mario Draghi se dietro di lui ci sono torme di roditori e parassiti agenti entropici che attendono di rimettere mano al giocattolo?

Sia chiaro, Raggi non è Draghi. A dirla tutta, non saprei neppure dire chi o cosa è. Dagli anni ruggenti delle arance da portare in galera a Marino sino all’atto di contrizione garantista che di recente ha colto anche il suo collega di partito Luigi Di Maio, potremmo avere tra le mani un encomiabile caso di maturazione umana. La tragedia è che l’intendenza non intende seguire.

Un giorno potremmo persino scoprire che in Campidoglio è passata una vera riformista, incompresa da larga parte dell’opinione pubblica, dei dipendenti del comune e dei suoi concittadini. E allora dovremmo fare i conti con l’immancabile revisionismo storico, che punteggia la storia dell’umanità. E lo faremmo mandando uno sguardo deferente al ritratto di Alberto Sordi.

P.S. Forse Carlo Azeglio Ciampi meritava minore sciatteria.

Foto: Quirinale

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